Per fortuna, anche questa giornata di lavoro è finita. Vado da Idra. Il suo appartamento è nell’ala C del condominio, è il numero 4. Mi confondo ancora quando prendo l’ascensore.
La porta si apre. La doccia getta acqua a tutta forza.
Lei ha un asciugamano azzurro avvolto in vita e sta parlando al telefono. A meno che non mi sbagli, la voce di donna che sento dal telefono è quella di Luvis, la moglie cubana del mio datore di lavoro.
Idra riattacca.
Mi si irrigidisce il collo.
Mentre va a vestirsi, mi chiede: “Che c’è?”
“Mi domandavo se si stesse lamentando di me.”
Idra si scrolla l’acqua dai capelli. “Non ha niente a che fare con te.”
Entra in un abito di tagli termosaldati senza una singola cucitura a interrompere la tensione della carne. Davanti ti inchioda sul décolleté, dietro si apre in un vuoto attraversato da un gioiello che scende lungo la schiena come un invito al disastro.
Dico: “Che bel vestito.”
Lei mi strizza l’occhio. “Stasera sono la Huldra. Non è un travestimento.”
“Non so cosa sia.”
Lei si stende sul divano. “La Huldra è la strega col buco sulla schiena.”
È presto per uscire.
“È un’illusione ottica che ti frega sempre. È bellissima davanti, ma se le giri intorno scopri che la sua schiena è vuota, come un tronco d’albero marcio. La gente cade se cerca di abbracciarla.”
Chissà perché mi ricorda tanta gente che ho conosciuto.
Idra sta succhiando una ciliegia che aveva immerso nel Maraschino. “L’Huldra non è maschio, non è femmina. È un demone che non può darti entrambi i lati di sé.”
Starnutisce e sputa il gambo: “È una cosa che succede. Quando impari a svuotarti nel punto giusto, la gente entra da sola.”
Elena suona al campanello. Idra va ad aprire. Non mostra mai la schiena per intero o forse sono io che non riesco a guardarla fino in fondo. Idra s’informa in continuazione di magia, perciò le ho regalato un libro di antropologia che usavo all’università. Parla di sacrifici antichi e rituali dimenticati. Cose che gli esseri umani facevano per chiedere protezione, cedendo in cambio carne.
Lo sta leggendo ad alta voce da mezz’ora, intanto io cucino.
“Stasera non mi sento bene,” dice Elena, “metti via quel coso che parla di cannibali.”
“In realtà,” rispondo, “la carne consumata dopo le orge in onore di Bacco, Dioniso, era quella di una capra. Almeno al tempo che tratta il mio libro.”
Idra legge: “Carne cruda.”
La saliva mi diventa amara, lo stomaco si contrae. Strizzo gli occhi fino a vedere macchie scure.
Rivedo Max.
La catena di anelli alle sue dita e la luce bianca di quel pomeriggio. La carne rossa che sanguina sulla porcellana del piatto. Risento l’odore ferroso.
Idra legge per Elena e le sue parole si fanno immagini.
Cieli esotici rossissimi. Non il rubino domestico del tramonto cittadino, ma un cielo che sanguina luce.
Sotto quel cielo, uomini e donne sono intorno ai fuochi, vivono ancora come bestie.
Grida, morsi, carne cruda.
Divorare ed essere divorati.
Scomparire.
Diventare tutt’uno con l’altro.
Tutt’uno con Dio.
Apro gli occhi: la città fuori è grigia. Vedo solo palazzi e antenne, eppure mi sembra che anche qui, sotto la superficie, qualcosa si muova. Un animale invisibile.
Guardo in alto masticando: “Idra, non farmici pensare.”
Elena mi versa il vino. “Perché stiamo parlando con Angela? Porta qui libri tristi.”
Idra chiude il mio manuale. “Per assorbire il male.”
La sua frase cade come una pietra in un pozzo.
Elena beve. “E poi non è una brava cristiana.”
Sono d’accordo. “Infatti no, credo al dio del boccale, ormai.” Bevo anch’io.
Oltre i vetri, la città sembra una bestia addormentata, respira, inala smog invece dell’aria.
Ha le fogne al posto del cuore.
“Non avevo dormito bene quella notte, dopo che mi ero svegliata sognando di essere lapidata in Galilea, lo sapete? Francesco mi diede il tormento tutta la notte.”
Appena dico questo nome, l’umore di Elena migliora.
***
Stanotte, qualcosa dopo il sogno mi ha scossa dal cuscino un’altra volta: una vibrazione attutita dalla fodera. Il cellulare è accanto alla mia testa. Resto con le orecchie tese nel silenzio. L’aria condizionata fa fluttuare le tende e sudo, chissà perché penso ai fantasmi. Le cifre rosse della sveglia segnano le tre e quindici minuti. Prima che riesca a riaddormentarmi la vibrazione riprende. Non me l’ero sognata.
— Angela, sei sveglia? Immagino di sì. Se non stai lavorando, il tuo segreto ti morde la coscienza.
La gola mi brucia e non è perché a casa di Dasho ho ripreso il vizio di fumare.
Francesco! Penso: ma come ha osato scrivermi a quest’ora? E se Matteo, per caso, fosse stato sveglio e avesse letto?
Mi giro. Mio marito dorme e il suo respiro è regolare.
— Voglio portare il nostro rapporto a un livello superiore.
Scioccata, cerco di trovare una risposta.
L’icona di Whatsapp, verde come l’ira, dice che lui sta scrivendo.
— Ho guardato Loredana dormire stasera e ho pensato a te. Lei è prevedibile. Tu invece sei un abisso. Ho deciso: questa settimana non vi lascerò soli. Voglio portarvi in vacanza con noi. Immagina noi quattro in barca... Io e te siamo uniti ma lui non lo sa. Non è eccitante?
Penso: Uniti? Aveva ragione Jasmin a dire che il centro d’igiene mentale a Milano è un cesso.
— Matteo sarà così felice dell’invito. Mi ringrazierà con una stretta di mano mentre io, con l’altra, tengo il tuo guinzaglio.
Matteo si sta voltando verso di me, seguo il fruscio del lenzuolo che si porta dietro. Trattengo il fiato a metà, l’aria non va né su né giù, mentre sbarro gli occhi nel buio per spiare ogni millimetro del suo movimento.
— Rispondi, troia. So che leggi. Vedo il bagliore del tuo telefono da qui. Ti sto offrendo il paradiso, ma dovrai guadagnartelo un centimetro alla volta.
Per un attimo penso di rispondere davvero, giusto per vedere fino a dove arriva.
Il telefono lampeggia ancora.
“Sai cosa mi piace di più? Che tu non mi hai mai detto di no davvero.”
Sconnetto la rete con la modalità aereo e tento di dormire. Ma resto con le dita intrecciate sullo stomaco a fissare il soffitto fino alle sei.
Matteo nel sonno mi sfiora la schiena. Mi viene da pensare che anche io, dietro, non abbia niente. Solo che nessuno si è ancora preso la briga di guardare. E mi chiedo se si accorgerebbe del vuoto, se infilasse la mano un po’ più a fondo.
Lascio il letto, forse mi riprendo se faccio colazione. E mentre fumo davanti alla porta di casa per non dare fastidio a Matteo, che ancora sogna, mi guardo nello specchio del corridoio.
Mi viene in mente Max, le sue mani dentro i miei capelli, quando mi ha detto di guardarmi allo specchio.
Mi vedo come il contorno di un’ombra. Lo spettro del fantasma di ciò che sono stata. Non è che la versione attuale mi dispiaccia così tanto. Se dicessi il contrario, sarei come mia madre.
Controllo ancora il mio riflesso. Il taglio che mi ha fatto Liveta si sta sfaldando, le punte non tengono più forma. È come un vestito che perde la sua linea: non fa quello che deve. E poi devo togliermi dalla testa la sua presenza.
Matteo si alza e sono quasi le sette. So che prima di venire in cucina per fare colazione si farà la barba. Mi affaccio in bagno.
“Vado da Fabiana.”
Continuando a radersi, alza lo sguardo e lo sposta su di me attraverso lo specchio.
“Di domenica?”
“Ci vado da anni, mi fa senza appuntamento.”
“Va bene, a dopo.”
***
D’AVORIO LÈGERE
I caratteri argentati dell’insegna rilucono al sole della domenica mattina, così eleganti da darmi la sensazione di essere ancora padrona della mia vita.
Il salone profuma di shampoo e di caffè. Le dipendenti lavorano in un silenzio ordinato. In fondo, inchiodata a una poltrona alta come un trono di comando, c’è Fabiana. È di origine tedesca, ma ormai ha le ossa milanesi. Ha le mani sottili, i capelli sono raccolti con una precisione che è il suo manifesto. L’ordine è l’unica religione qui.
Si accosta a me.
“Buongiorno. Un caffè?”
“Sì, grazie.”
Prendo la tazzina dalle mani della ragazza che lo porta, è bollente e tanto amaro da farmi contrarre la lingua contro il palato. Lo registro nel database dei presagi. Se il buongiorno si vede dal mattino, oggi qualcuno finirà smontato.
Fabiana si siede accanto alla poltrona, senza invadere con il suo corpo snello.
“Come sta, signora? E suo marito?”
“Bene, Matteo lavora molto, ma sta bene.”
Sciolgo la paranoia in un sorriso e le parole scivolano, lubrificate dalla menzogna.
Penso che mi piacerebbe portare Valjet in questo tempio del capello. Fabiana riuscirebbe a ridarle un aspetto decente.
Fabiana inspira forte.
“Domenica della prossima settimana, inauguriamo un nuovo negozio. Può venire con suo marito.”
Mi piace l’idea. Un posto dove recitare la parte della moglie senza che nessuno guardi dietro la scenografia.
“Grazie. Verrò.”
Lei promette:
“Sarà una bella giornata.”
Mi pare che mi rassicuri su questo giorno iniziato così strano, con il sole che versa sulla città oro e ansia.
Mi accomodo. La ragazza alle mie spalle inizia l’esecuzione. Seguo con gli occhi il volo delle ciocche che si accumulano sul pavimento come scarti di produzione. Nello specchio vedo un viso stanco, ma con ancora abbastanza voltaggio da illuminare la mia anima. Voglio una forma. Voglio una cornice.
Ha finito. Mi raddrizzo sullo schienale della poltrona. Ora sì che ho i bordi affilati.
