“Le sta bene,” dice Fabiana.
Se approva lei, è un timbro di garanzia.
“Grazie.”
Mi avvio verso casa forzando il passo, il selciato rimanda al mio corpo la vibrazione dei miei tacchi. Trovo Matteo davanti al computer, anche di domenica è prigioniero delle e-mail.
“Sono tornata.”
Smette di fissare lo schermo.
“Com’è andata, signora Angela?”
Mi piace quel signora. Mi piace il suo sorriso.
“Bene.” Indico la mia testa.
“Stai bene.”
Mentre lo dice, si pulisce le mani sui pantaloni, come se avesse toccato qualcosa di appiccicoso.
Chiude il portatile. Lo schermo sbatte.
“La domenica della prossima settimana, Fabiana ci invita a un’inaugurazione. Hai voglia?”
“Sì. Sono contento di vederti più serena.”
Sento gli angoli della bocca bloccarsi, mentre sforzo le palpebre a non battere sotto la pressione del suo sguardo. Parlo del salone, di Fabiana, del caffè amaro. Lui ascolta. Le parole escono dalle mie labbra con la stessa velocità dell’acqua che scorreva nei rubinetti della parrucchiera, per non sentire le urla di Lori che già mi stanno risuonando nel cranio.
Il rumore dell’aranciata versata nel bicchiere è un sibilo di bollicine che esplodono contro il vetro. Ne preparo uno per me e uno per Matteo.
Lui mi guarda come chi ha appena ricevuto una notizia che non sa dove riporre.
“Francesco mi ha chiamato.” Fuori passano le macchine, ascolto più volentieri quelle. “Vuole fare una settimana in Francia con Loredana. Ci ha invitati.”
Porto il posacenere. È un pezzo di vetro pesante, mi viene in mente che potrebbe spaccare un cranio se usato con la giusta angolazione.
“No.” La parola mi esce piatta.
Allungo la mano verso il nostro giradischi e calo la puntina sul vinile lasciando che le prime note di J’y suis jamais allé riempiano il vuoto.
“Posso avere Parigi nel mio salotto. E, se proprio dobbiamo, andiamo da soli: è un posto per i romantici, non per terzi incomodi come Francesco.”
Non dice nulla subito, ma sento l’attrito dei suoi pensieri.
“Sicuramente dopo non potrò fino a dicembre. Adesso ho qualche possibilità di prendermi dei giorni al lavoro.”
Ripeto:
“No.”
E la musica fa da sottofondo alla delusione di Matteo: “Non ci sono mai andato.”
Ci sediamo a pranzo. Il rumore delle forchette sulla ceramica è l’unico battito che scandisce il tempo in questa stanza troppo luminosa.
Matteo pulisce il bordo del piatto col pane.
“Amore, siccome mia sorella e suo marito domani devono ripartire per Bologna, martedì pomeriggio accompagni mia madre dal cardiologo?”
Il cibo si ferma mentre inghiotto. Devo mandare giù un lungo sorso di aranciata per mandare giù l’ansia che mette il dover chiedere un giorno libero a casa del diavolo.
Matteo scola la bottiglia.
“Ce la fa benissimo da sola, ma starei più tranquillo.”
“Va bene, la accompagno.”
“Grazie.”
Restiamo sul divano, con le tazzine vuote del caffè e il posacenere pieno delle sigarette spente sul tavolino basso. Il sole taglia la tavola. Il silenzio cambia consistenza e, per una volta, iniziamo a fare l’amore e io non piango. È un miracolo.
Gli apro la camicia, un bottone dopo l’altro. I pantaloni scivolano sul pavimento della cucina. Premo il petto contro il suo e lui sorride.
La bocca di Matteo scende fino al mio seno, si è arrampicata sul capezzolo. Le sue dita umide passano tra le grandi labbra, affondano nelle mie mucose. L’altra mano mi accarezza i capezzoli. Sento il calore della sua bocca farsi più intenso sulla punta del mio seno e, in quel momento, lui alza gli occhi verso i miei. Nel suo sguardo c’è una tenerezza che mi spezza il respiro. Credo che la mia serenità ora sia trasparente come la sua saliva.
Seguendo l’andirivieni del suo respiro mi muovo su di lui. Ogni volta che riprende fiato, torno a riempirmi di lui.
Mi accorgo che stiamo respirando insieme.
Quando si ferma, trattengo.
Quando affonda, lascio andare.
Il sole filtra dalle tende gialle, polveroso e caldo. Lui sa d’aranciata, sembra perfetto.
Io so già dove passare, come se il suo corpo mi avesse parlato prima. La verità è che ora conosco meglio i corpi, era da tanto che non lo facevamo così. Funziona tutto troppo bene. È come con la Huldra: l’illusione è l’unica parte che conta.
Un trillo frantuma l’immagine del momento perfetto. La pelle sudata di Matteo si stacca dalla mia, si ricompone in fretta e va a rispondere, lasciandomi con le gambe ancora aperte.
Vedo la sua sagoma allontanarsi verso il corridoio. La chiamata si allunga, non distinguo le sue parole. Aspetto un minuto, poi due. Il cuore inizia a battermi contro le costole, un tamburo accelerato che batte fino alla trachea.
Allora approfitto per andare nella camera degli ospiti. Prendo il telefono aziendale. Scrivo a Marina, ma la punta del pollice mi trema, cancello e riscrivo tre volte la stessa lettera, sono indecisa ma ho anche fretta.
— Per favore, puoi dire a Dasho che martedì mi serve il pomeriggio libero?
Resto a fissare lo schermo, col fiato sospeso, finché non vedo il segnale d’invio. Mi sento come se avessi appena innescato una bomba. Rimetto a posto il telefono proprio mentre sento i passi di Matteo che torna in cucina.
Sono ancora lì, con il respiro che deve tornare al suo posto, quando il citofono infrange il silenzio. Matteo si alza di nuovo, va al display del citofono.
“Sono Chiara e Andrea.” La sua voce è piena di fastidio. Si volta verso di me, scuotendo la testa.
“Ma si può andare a casa della gente a quest’ora senza neanche chiamare?”
Non ho avuto tempo di ribattere, lui si avvia ad aprire borbottando:
“Questi senza Dio.”
Scende le scale e già sento le voci. Non c’è mai pace.
Davanti alla porta della sala da pranzo vedo questa coppia di senza Dio che fino a un paio di mesi fa consideravo persone gradite.
“È tanto che non venivate a trovarci,” sta dicendo mio marito. Rimette su la caffettiera come una brava cameriera.
Chiara, la moglie di Andrea, mi urla:
“Vieni qui a vedere!”
Tiene una foto tra due unghie rosate col bordo bianco. Mi avvicino e guardo: è una bambina.
“È nata mia nipote.” È compiaciuta e l’oro dei capelli le illumina la faccia.
“È bella.”
Non mi va di dire altro. Mi allontano dicendo che vado in bagno, devo controllare il telefono aziendale.
Marina ha risposto:
— Dasho ha detto di sì per martedì, se vieni al lavoro stanotte.
Sospiro.
Scrivo ancora:
— Non c’è maniera di cambiare quel pomeriggio con una mattina?
Marina risponde:
— Angela, non farmi disturbare ancora che è nero con Lori. E io pure. Non la sopporto più sta’ stronza.
Scrivo:
— Povera ragazza...
— Povera un cazzo. Tu stanotte hai dormito, noi abbiamo lavorato e quella ci sta rendendo la vita un inferno coi suoi strilli.
— E lui non dice niente?
Marina sta scrivendo e scrivendo ancora. Alla fine mi appare un messaggio pieno di emoji esasperati.
– Ha detto solo: lei urla, tu lasciala urlare. Prima o poi finisce il fiato.
Certo. Il tempo farà il lavoro sporco, come con i bambini.
Marina, ancora: – Dai, cosa devo dire?
– Due secondi. Fammi trovare una scusa per mio marito.
Vado in cucina. Mio marito ha rifatto il caffè, Andrea mi guarda da sopra la tazzina, la tiene con il mignolo alzato. Mi fa ridere. Non lo temo: non ha l’audacia di Francesco. Anche perché, se Chiara scopre che va a puttane, lo lancia dal balcone e lo lascia in mutande. Perciò si limita a finirci tutti i frollini.
Chiara sta sventolando sotto il mio naso la foto della nipote neonata.
“E voi due? Quando darete questa gioia?”
La guardo peggio di quanto vorrei.
Matteo tira su un biscottino. Lo zucchero a velo gli nevica sul colletto.
“Siamo troppo impegnati.”
Andrea stringe le labbra. Di sicuro si sta chiedendo ancora se sono io Michela, la puttana.
“Io, per esempio, devo fare avanti e indietro da Genova in continuazione adesso,” continua Matteo.
Chiara si sporge in avanti.
“Come mai?”
Matteo beve quel che resta del suo caffè e si toglie lo zucchero dal collo.
“Un cliente si è fissato che devo seguirgli una causa. Era iniziata qui, ma la sede dell’azienda ce l’ha a Genova. Per cui si dovrebbe rivolgere a uno del foro di Genova.”
Andrea ridacchia:
“Così gli costano più le tue trasferte che i danni eventuali in tribunale.”
“Non ridete, sarà una corsa lunga, e forse andrà avanti fino alla mia pensione, di questo passo. Il giudice non ha fissato ancora la seconda udienza.”
Chiara si tira giù la gonna a coprirsi le cosce. Vedo com’è corta, intanto che incrocia le gambe e piazza un piede col tacco alto davanti all’altro.
Mi domando che ci va a fare Andrea a puttane, avendo una donna come questa.
“Si vede che si è innamorato di te,” dice Chiara.
Matteo parla agitando il cucchiaino:
“Sono attraente, lo so. Ma questo sta buttando un sacco di soldi inutilmente. Io comunque martedì mattina vado su e raccolgo gli atti in cancelleria, ma mi devo sempre appoggiare a un collega di Genova per seguire. Mica mi posso trasferire là.”
Andrea si raccomanda:
“Questo però non glielo devi dire.”
Chiara mi dà una gomitata:
“Li senti? Gli avvocati sono peggio delle puttane.”
Sposto la confezione di biscotti vuota:
“Hai ragione, ma guadagnano meglio.”
Andrea coglie subito la palla al balzo:
“Ma sicura?”
Matteo pensa che mi riferisca ai cinquanta euro che mi dava durante il nostro gioco. Lo sento. Mi guarda e si morde il labbro. Mi sta dicendo con gli occhi: attenta.
Cambio discorso, vado dove mi interessa:
“Devi proprio andare su? Sicuro?”
“Metà dei vecchi allegati non si vedono da remoto, mi tocca andare a spulciare l’archivio di persona.”
“Quindi, parti domani sera?”
“Domani mattina. Mi sistemo prima un paio di cose a studio.”
“Amore, ma se parti stanotte sarai in tribunale a Genova domattina alle otto e mezza. Il lunedì è fondamentale perché tutte le istanze inviate tra venerdì sera e domenica le cancellerie iniziano a smistarle lunedì mattina.”
“Sì, però ho due atti da inviare entro domani, sennò scadono i termini. Devo andare per forza a studio.”
“Ma lasciali a una segretaria. Se arrivi prima degli altri lunedì a Genova, riesci a farti vistare gli atti e a ritirare le copie conformi dei decreti ingiuntivi prima che il flusso della settimana blocchi tutto.”
Matteo ci sta riflettendo. Devo spingere.
“Se aspetti domani, tra il viaggio e la coda rischi di arrivare quando il tribunale è già un carnaio. Poi devi aspettare, rincorrere la cancelleria e basta un intoppo per trovarti a correre dietro alle notifiche urgenti.”
Matteo mastica piano, piano.
“Sì, hai ragione.” Guarda Chiara e Andrea. “Che moglie che c’ho, eh?”
“Poteva fare tutti i lavori, veramente,” dice Andrea.
Mi si allargano le narici mentre lo ascolto, tengo le dita intrecciate sulla tazza per non tradire il fastidio.
“Sono tutte cose che ho imparato da Matteo,” dico, “mio marito non va nemmeno al bar, e io vedo tutto quello che fa.”
Andrea si spazzola anche lo zucchero dal fondo della tazzina col cucchiaino.
“Per stare sempre a casa devi avere davvero la migliore delle mogli. O forse la peggiore.”
Chiara prende l’ultimo cioccolatino nella ciotola di vetro che ho sul tavolo.
Questi bifolchi.
Se una cosa buona l’ha fatta mia madre, è stato insegnarmi come si sta a casa degli altri.
Matteo salta in piedi.
“Non mi prendete per cafone, però adesso devo farmi la valigia e cercarmi il treno.”
Loro scendono e io corro a rispondere a Marina:
“Vengo stanotte.”
Dopo un po’, Matteo grida che ha trovato il treno delle 18.00 da Centrale e uscirà di casa tra mezz’ora.
Ficcando un ricambio in un trolley, mi strilla di mandare un messaggio ad Annamaria, la segretaria. Corre a farsi una doccia. Io vado per mandare il messaggio, non tocco mai il telefono di mio marito. L’ha registrata come “Anna Sì Subito”.
Mah.
Comunque quella risponde all’istante:
— Sì, subito dottore.
Sarà per quello.
Matteo si infila la giacca correndo.
“Ma perché c’è scritto Anna Sì Subito?”
Lui sghignazza.
“Perché a studio la chiamiamo la dottoressa Subito. Ti fa sempre: arrivo subito. Sono pronta subito. Subito, subito...”
Sarà...
Mi bacia e sparisce giù per le scale.
Sento il rumore metallico della serratura che scatta, il doppio giro che sigilla il mondo di fuori. Matteo è uscito. Il taxi lo sta portando verso Centrale, verso il treno per Genova, verso la sua vita di carte e tribunali.
Finalmente sola.
Un brivido elettrico mi attraversa la schiena. Sono libera. Libera di essere la troia di Dasho.
Basta non pensare a cosa resta quando mi giro.
Un altro messaggio di Marina:
— L’orario è le nove quando si lavora di notte, non ti scordare.
Sto volando sopra il mio stesso disastro, e il panorama da quassù è di un azzurro che acceca.
Rispondo:
— Non vedo l’ora.
Marina scrive:
— Dio t’aiuti. Tu hai perso la testa.
Dissolvenza con sfocatura.
Ha ragione, l’ho persa tutta. Infatti mi sono scordata che da ieri notte il mio telefono è in modalità aereo. Vado a rimetterlo a posto.
Subito mi appare il messaggio del microbo che mi infesta la gioia:
— Matteo ha detto che non vuoi venire con noi in Francia. Te ne pentirai.
Digito veloce:
— Mio marito doveva partire per lavoro. Sono molto spiacente.
