Chiudo e lo lancio lontano. Non sento la mancanza di quel telefono, Francesco non lascia il vuoto, solo lo sporco. E pensa che sia la stessa cosa.
Stringo il mio telefono aziendale. Solo quello mi serve, tanto Matteo non chiamerà prima di essere a Genova.
Stasera sono una puttana, non è un travestimento.
Appena entro nell’appartamento del terzo piano incontro Irina.
“Che ci fai qui?”
Mi cambio da lei e da Jasmin.
“Mio marito traffica avanti e indietro da Genova. Anche a lui è capitato un cliente difficile.”
Lei mi guarda con gli occhi truccati di viola.
“Spero che almeno lo paghi bene.”
Marina sta ancora finendo di mangiare in cucina.
Le chiedo:
“Dov’è Valjet?”
“Dorme, ha lavorato oggi pomeriggio. Con la parrucca in testa.”
Ride lei, e ride Nadia che sta lavando i piatti.
Marina ripiega la stagnola del kebab che ha finito di mangiare.
“Angela, quando torniamo ti puoi fermare un’ora?”
“Certo. Che devo fare?”
“Mi serve una modella per il semipermanente. L’ho già fatto a tutte le altre. Sto imparando, così magari, quando sarò libera, farò l’estetista.”
Arriva Jasmin.
“Non vuoi più fare la maestra?”
“Per quello è tardi. Troppo tardi.”
Mi piazzo tra loro due.
“Ti piacerebbe?”
“Certo. Mi piacerebbe truccare le ragazze, fare loro le unghie…”
“Pensi che tornerai davvero a essere libera?”
“Devo solo rendergli i suoi soldi. Ci vorranno sei vite, ma se sarò fortunata come un gatto, mi resterà la settima.”
La mia faccia nello specchio non mi lascia mai in pace ultimamente, ma almeno qui i pensieri si congelano. Incrocio le braccia sotto il seno per proteggermi dall’aria umida della notte. La notte scorre nera, senza intoppi.
Qualcuno accende i fari di una macchina e mi ritrovo investita da un fascio di luce.
Agli angoli della strada aspettiamo San Valentino, che veglia sui nostri appuntamenti e ci porta i clienti, finché non compare dio che svuota le borse.
Sono le quattro e cinque minuti quando tornano a prenderci.
Redian apre la porta. Mi sta davanti con un giubbotto blu che sembra quello di un agente di polizia. Dalla faccia che ha si direbbe che ha dormito.
Sgattaioliamo lungo il corridoio oscuro. Qui dentro non si vede mai sorgere il sole e l’orologio sul muro segna le quattro e quaranta. Tutti vanno a farsi la doccia. Anche io.
L’acqua era ghiacciata, Marina dice che la caldaia non funziona da ieri.
Lori è immobile sulla porta della sua camera. Passa ai raggi X tutti quelli che emergono dalle ombre della notte e si trascinano nel corridoio, sbadigliando e socchiudendo gli occhi.
La porta è rimasta aperta e un gatto sale su per le scale.
Ditmir corre a cacciarlo fuori. Nadia lo recupera e lo stringe al petto.
“L’ho addomesticato io,” dice, “si chiama Esmeralda.”
Lui sospira:
“Va bene. Angela, tu puoi andare.”
“Vorrei restare.”
Dasho piega i soldi e si sfrega il naso.
“A fare cosa?”
“Marina vuole mettermi lo smalto.”
Non dice nulla, quindi lo prendo per un sì.
Ora so che le puttane fanno colazione alle cinque del mattino, quindi faccio così anche io.
Marina è ancora avvolta nell’accappatoio, seduta sul divano. La finestra è aperta e si sente il rumore della città che si sveglia. Sfoglia un catalogo di smalti e le si fa la pelle d’oca per via dell’aria fredda.
Jasmin mi chiede:
“Tu che mangi la mattina?”
Rispondo:
“Latte e cereali.”
Nadia serve tutti, veloce, sorridente. Avrei voluto vederla com’era cinque o sei anni fa. Mi si avvicina all’orecchio:
“Adesso sta zitta perché è da venerdì, quando c’eri tu, che non mangia. Ditmir le ha detto che se stanotte non faceva casino, stamattina poteva venire in cucina.”
La guardo in silenzio.
Lori ci fissa con la bocca aperta, come quando una si mette il mascara.
Incrocia gli occhi di Dasho e chiude la bocca, è seduto davanti a noi con un laptop. Gli occhi azzurri sono l’unica cosa che muove davanti allo schermo. Io li seguo e mi si fa un flash. Qualcuno ha schiacciato il tasto di reset nel mio cervello.
Lori mangia e lo fissa con odio.
Ora Nadia è seduta tra il punto investito dal sole e la cenere di sigarette che fa cadere Ditmir. Sta scorrendo il catalogo di smalti che Marina ha lasciato sul divano.
Dasho non distoglie lo sguardo dal PC. L’accappatoio di Marina scivola giù e lei si avvolge in una vestaglia.
Lo sento dentro, il ticchettio dell’orologio, costante come un battito cardiaco. Questa scena si ripete tutte le mattine. Ora lo so. Finché qualcuno non sbaglia una parola o finché lui non smette di fingere.
Come ora so che Jasmin fuma solo sigarette Slims, che in Italia non si trovano, e ascolta Slim Shady.
Ora so che Nadia si occupa della casa quasi da sola.
Ora so che Ditmir, ogni volta che piscia, non tira mai l’acqua.
Il cielo è ancora nero. Il caffè che mi passa Nadia è nero e sa di bruciato, ma non glielo dico.
Valjet sembra esitare:
“Che avete fatto oggi?”
Raccontiamo le novità di un allegro troiaio. A quest’ora si ride di tutto.
Irina ha rivisto quel pazzoide che paga solo per strapparle le calze. Ditmir lo trova molto divertente.
“Che storia assurda.”
Valjet fa le bolle con un chewing-gum. L’odore di fragola è nauseante.
“Volete sentire anche quanto fa ridere la mia storiella assurda?”
“No,” dice Dasho, “la conosciamo tutti. A memoria.”
Ditmir guarda Valjet.
“Che Dio ti benedica.”
Valjet sbatte il cucchiaio come il martelletto di un giudice.
“Non ti ascolterà.”
“Come no?”
“Hai un pessimo rapporto con Dio, come tutti noi.”
Ditmir alza la tazzina.
“Ho un rapporto ottimo con lui. Gli ho dimostrato il mio amore in carcere; lo pregavo tutti i giorni e gli ho anche dedicato questa.”
Scopre un tatuaggio: la corona di spine che gli scorre attorno al braccio.
Lori lo guarda e ride, ma è il riso di chi cerca di non urlare davanti all’assurdità di un uomo che dichiara il suo amore per Dio, dopo aver tenuto sotto chiave e a digiuno una ragazzina per tre giorni.
Ditmir si tira giù la manica.
“La nostra casa in realtà è una chiesa, siamo tutti molto devoti.”
Dasho ride.
“Ma nessuna preghiera può salvare Valjet.”
La storiella io non la conosco, ma una cosa che fa ridere tutti tanto forte, anche lui, deve essere per forza più che assurda.
“E va bene,” dice Valjet, “non la racconterò, ma tu mi farai uscire per la parrucchiera?”
“No.”
“E perché?”
“Combini sempre qualcosa, non metti piede fuori tu.”
“Ma non vedi come sono i miei capelli?”
“Chi deve guardarti i capelli fatti?”
Valjet si gira verso di me con uno sguardo che sembra una preghiera.
“Lo voglio io. Lasciala venire.”
Lui mi inquadra e i suoi occhi mi fanno sentire trasparente. Metto le mani sotto la cosce per nascondere le dita che tremano.
“Forse è una buona idea. Porta la culona lontano da me oggi pomeriggio. Ma alle nove vi alzate, lavorate stamattina.”
Qui il sonno è un bene di lusso.
“Oggi è lunedì, sono chiusi,” dice Valjet.
“Non la mia, ha pure un’inaugurazione questo fine settimana. Sta aperta tutti i giorni.”
“Ogni lavoro è uno sfruttamento,” dice Irina.
Dal corridoio appare Redian. Valjet salta in piedi senza finire il caffè:
“Visto che dopo dobbiamo uscire, io mi vado a riposare.”
Si eclissa nel buio.
Nadia gli sussurra a voce abbastanza alta da farsi sentire:
“Vuoi il caffè?”
“No. Mi sono appena svegliato e ce l’ho duro.”
Marina mi ha detto che anche questo succede tutte le mattine, se lui dorme qui.
Gli occhi di Dasho continuano a posarsi sulla pagina digitale, le sue dita battono sulla tastiera.
Vedo lunghe colonne di numeri.
Lo sento dire:
“Provvedi.”
Lori li fissa ed è silenziosa come una tempesta prima di esplodere. Percepisco il suo shock e mi scappa da ridere.
Nascondo la bocca dietro il bordo della tazzina.
Dio mi riduca in polvere.
Lori guarda il pavimento, poi i suoi occhi risalgono: sulle caviglie di Nadia, sul grembiule che si sta togliendo. Sui fianchi di Nadia, sulle sue spalle, fino al suo viso.
Lori è bianca e ha le labbra serrate, ma Nadia non incrocia il suo sguardo né quello degli altri.
Si avvicina a Redian.
“Cosa vuoi che faccia?”
Lui la guarda appena.
“Decidi tu.”
Pausa.
“Tanto fai sempre la cosa giusta.”
“Te lo succhio, ti va bene?”
Nadia si è messa in ginocchio.
“Il latte è già finito,” dice Jasmin.
Ditmir controlla la credenza.
“Impossibile. Se l’ho comprato l’altro ieri...”
Io bevo caffè e poi ancora, finché la caffettiera non è vuota. Dasho continua a leggere, col minimo sforzo di movimento.
Nadia guarda Redian e glielo tira fuori.
Lori chiude gli occhi. La tazzina le trema tra le dita.
Jasmin gira la rivista che stava sfogliando Nadia verso Irina.
“Questo era il colore preferito di Armani. Diceva che gli ricordava il mare di Pantelleria.”
Irina osserva lo smalto che riflette intense sfumature celesti.
“Marina, oggi mi fai le unghie così.”
La gatta di Nadia miagola.
Marina approva:
“Certamente.”
