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Erotika
La lunga notte · Cap. 11
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Capitolo 11 di 21 59 min di lettura

La Huldra

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 465 letture · 0

Nadia piega leggermente la testa tra le mani di Redian. Il sole tremola sulle ciocche di capelli che gli si incastrano tra le dita, fa luccicare il movimento degli orecchini. È quasi tenera.
Sento miagolare e ansimare.
Nadia non lo guarda, ma rallenta, come se volesse capire quanto può restare lì.
Sento lui che dice:
“Mi danno fastidio. Non ti servono.”
Con gli occhi chiusi, Nadia alza una mano e si sfila gli orecchini.
Redian la fa alzare.
Nadia si piega sul tavolo.
Distolgo lo sguardo un secondo, ma non cambia niente. Quando torno a guardare, è tutto esattamente dov’era.
Dasho sposta un po’ più in là il suo computer. Io tolgo la mia tazzina, Jasmin alza i cereali.
Lori fissa le vibrazioni del tavolo mentre lui la sbatte. Le tazzine traballano, Dasho sposta il laptop di altri tre centimetri per proteggerlo dagli schizzi di latte.
Marina fa scivolare la rivista accanto a me:
“Scegli anche tu come ti devo fare le unghie oggi.”
Premo i polpastrelli sulla carta lucida per tenerla ferma sul tavolo che traballa.
“Dammi tempo di vedere i colori.”
Nadia è vicina a me. Sento il suo profumo di limone e di rose. Sotto, l’odore del suo sudore, non sa solo di fatica.
Lui la riprende per i capelli e la fa inginocchiare di nuovo.
Io rimetto giù la mia tazzina.
Il PC torna al centro del tavolo.
Sento Redian dirle:
“Pulisci, troia.”
La lingua di Nadia scorre finché la carne che ha in bocca brilla solo della sua saliva. Pulisce perfettamente come fa coi vetri. È perfetto. Non lascia quasi niente. Nemmeno l’idea che ci sia stato qualcosa da togliere.
Le passa il pollice sul labbro inferiore.
Nadia sistema tutto. Gli richiude bene l’elastico del pigiama sorridendo.
Si rialza.
Nadia sorride un attimo prima che lui la tocchi, con quella precisione innaturale di chi riconosce il gesto prima ancora del contatto.
Le tocca i capelli.
“Sei una brava troia.”
Lori ha gli angoli della bocca piegati verso il basso, lascia cadere il braccio lungo il fianco e i suoi occhi mi sembrano dieci volte più neri di prima.
Sono pieni di incubi disgustosi.
Ditmir dice:
“Vado a ricomprare il latte.”
Io ho trovato una sfumatura di fucsia che mi interessa sulla rivista di Marina, gliela indico.
Marina mi strappa il catalogo:
“Ma quella è estiva!”
Dasho e Redian escono dalla cucina.
Lori ci fissa, aspettando... non so cosa si aspetti.
“Non è vero,” dice infine. “È stato solo un brutto sogno. Lo so.”
Nessuna di noi fa caso a lei.
“Voi tutti siete solo un incubo. Presto mi sveglierò.”
Sento la voce di Dasho dal corridoio:
“Appunto. Svegliati.”
Lei rimane un attimo interdetta, poi si rivolge a Nadia:
“Che cosa farai una volta comprata la tua nuova vita?”
Nadia si lecca il latte dalle labbra.
“In che senso?”
Le dà le spalle e si infila una tuta.
“Una volta che avrai il tuo biglietto per la libertà,” dice Lori, “passerai il resto della tua vita a cercare qualcun altro per cui fare mille schifezze, così da sentirti fare pat pat sulla testa?”
Marina starnutisce.
“Bella, non è il caso di pensarci. Adesso questa è anche la tua vita. Ed è solo una lunga sequenza di colazioni alle cinque del mattino.”
Lori urla a Nadia:
“Ma come puoi fare certe cose col sorriso? È un criminale.”
Nadia abbassa gli occhi solo per un secondo. Si gira e rimette su la caffettiera.
“Vado in pasticceria e torno.”
Il naso di Lori si sposta nella mia direzione.
“E tu lo sai che lui è un criminale?”
Sto zitta, conto le briciole rimaste sul tavolo lei ripete, come ipnotizzata:
“È un criminale. Un criminale. Solo un criminale.”
Marina indica la strada fuori dal balcone:
“Vieni a vedere.”
Lori si alza e io pure, e andiamo vicino a Marina.
Fuori un furgoncino bianco con una scritta rossa e una spiga dorata disegnata sulla portiera sta rallentando.
Marina tocca Lori:
“Lo vedi?”
“Lo vedo e quindi?”
Marina dice:
“È il panettiere. Passa tutte le mattine.”
“E allora?”
“E allora domattina sarai ancora qui e lo rivedrai, perciò piantala.”
E se ne torna a tavola.
Lori mette le mani sulla ringhiera e guarda a destra e a sinistra: “Io per domattina avrò lasciato questa casa.”
Marina risponde come se parlasse da sola:
“Non lascerai tanto presto questa casa, da viva.”
Irina sparisce dietro la rivista.
“Questa ragazza sta dalla parte giusta, lo so. Ma ci sta sul cazzo lo stesso.”
Ditmir si è riaffacciato.
“Nadia, ti accompagno?”
“Sì, scendiamo insieme.”
Nadia spegne il fornello.

Redian copre di nuovo il riquadro della porta:
“Nadia, non prepararmi la cena.”
Lei si volta:
“Torni alla villa?”
“Sì. Ti amo, ma non funziona. Quindi puoi dirmi addio.”
Nadia fa ciao, ciao con la manina.
“Addio. Se devi andare, vai. Almeno possiamo dire che ci abbiamo provato.”
Jasmin sta per uscire a fumare:
“Ci riproverete anche domani.”
Redian sembra pensarci.
“E se poi non funziona?”
Nadia esce prima di lui.
“Non mi addolorerò.”
Si ferma un attimo dietro di lei, come se volesse dire qualcosa. Poi non dice niente e se ne va.
Chissà perché mi suona in testa la suoneria del cellulare di Liveta.
Mi metto a letto, quello che era il letto di Liveta. Chiudo gli occhi e mi ricordo del giorno in cui è partita. È tremenda la fitta nel petto, ma subito mi addormento.

Il mio sonno si squarcia su una donna che urla. Temo che sia un altro incubo. I piedi toccano il pavimento prima ancora che io riesca ad aprire del tutto gli occhi, corro verso il corridoio.
Tra un urlo e l’altro si sente un pugno contro il legno e l’urto di una porta, poi la voce di Ditmir:
“Hai ripreso energia, brutta puttana!”
L’ha presa per il collo e, nonostante la sua altezza, è riuscito a sollevarla e ad appiccicarla al muro.
In fondo al corridoio è comparsa Valjet.
Sento un altro click e la porta di Dasho si spalanca.
Lori è stretta in un accappatoio rosa. Lo vedo uscire strofinandosi una mano sul viso, con gli occhi arrossati e ancora mezzi chiusi.
“Che cazzo hai urlato?”
I capelli di Lori grondano acqua, trema tutta dal freddo.
“Volevo solo farmi una doccia.”
“La caldaia non funziona da ieri. Non abbiamo avuto tempo di pensarci, qui la gente lavora e io ho investimenti da fare.”
Lori tossisce:
“Dovresti trattarli meglio, i tuoi investimenti.”
Dasho guarda Ditmir:
“Su questo potrebbe avere ragione. Mettila giù.”
Senza lasciarle il collo, Ditmir dice:

“Certo che la metterò giù, per il suo e per il nostro bene.”
Mi vesto e purtroppo ho dormito solo tre ore. Sono le otto e la notte ho lavorato; la notte prima era già andata in bianco per colpa di Francesco.
Marina e Nadia sono in cucina, i loro lineamenti sono tirati. Fissano l’orologio, so già con chi ce l’hanno.
Valjet ci raggiunge.
“Abbiamo una nuova, spietata aguzzina.”
Crolla su una sedia accanto a me.
“E meno male che stanotte ci aveva lasciati dormire.”
Marina sbadiglia senza coprirsi la bocca.
“Una furia nuova di zecca, senza il tasto della pietà. Abbiamo dormito tre ore al giorno in totale, grazie a lei.”
Valjet mi prende la mano.
“Angela, dammi una diagnosi con gli elenchi di patologie che fa tua madre. Cosa è andato storto quando hanno assemblato quella lì?”
Mi sale una risata.
“Mia mamma non è una psichiatra.”
Ditmir traffica con un cilindro nero; il rumore della plastica che si srotola è un gemito sintetico che riempie la cucina.
Per il suo e per il nostro bene, la nostra nuova dispensatrice di tormenti è finita legata polsi e caviglie al tavolo della cucina, con uno strappo di scotch sulla bocca.
Sposto il peso del corpo in avanti, sul bordo della sedia. Vorrei alzarmi e inginocchiarmi accanto a lei, dirle qualcosa, ma prima che io possa trovare le parole, appare la mia maledizione privata.
Vedo i suoi occhi azzurri mentre se ne torna dietro la sua porta.
Poi la realtà subisce un fuori fuoco violento, i bordi del mondo si sciolgono in una macchia informe e, un battito di ciglia dopo, ecco tornata la serenità.
È ora della seconda colazione.
Valjet si butta addosso a Marina.
“Ha detto che oggi dobbiamo andare in quel parco schifoso.”
Guardo lei, poi Nadia che è già vestita e, infine, Irina.
“Un posto vale l’altro,” dice Nadia.
Valjet geme con la solita vocetta:
“Non è vero. Lì è pieno di drogati. C’è gente che ha l’AIDS.”
Nadia la stoppa con un gesto della mano.
“Non esagerare.”
Chiudono la bocca vedendo Dasho che torna.
Si avvicina a Lori e le strappa lo scotch dalle labbra.
Lei lascia cadere la testa contro la zampa del tavolo:
“Anche oggi la sera non arriverà mai, me lo sento.”
Dasho alza una mano e le sbatte davanti agli occhi il bagliore del telefono.
“Decido io quando scende il buio. Oggi arrivano ospiti per te, comportati bene.”
Scendiamo le scale, inghiottiti dal buio.
Nell’androne le pareti sanno di umidità.
Abbasso lo sguardo sulla lama bianca che taglia il pavimento sotto la porta.
È l’avviso che un altro giorno allucinante è già iniziato.

Prima di andare avanti…

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