Tira un vento continuo al parco. Un flusso di foglie secche si muove a vortice.
Vorrei chiedere a Valjet cosa voleva dirmi sabato al telefono, ma non so se dovrei davanti alle altre.
“Valjet, la tua storiella assurda alla fine non me l’hai raccontata.”
“Quale storiella, Angela?”
“Quella che volevi raccontare oggi all’alba, ma Dasho ha detto che la conoscevano già tutti a memoria. Io non la conosco.”
“Oh... è vero.”
“Allora raccontamela.”
“Da dove inizio?”
Irina infila le dita nella borsa aperta. Conta i soldi e la richiude senza fare rumore.
“Dall’inizio, no? Stupidella...”
“Fino a qualche anno fa avevo un culo più piccolo. Anzi, non avevo per niente culo. E abitavo con la mia famiglia. Mio padre lavora con i maiali, quindi siamo ricchi, ma avevamo una casa piccola e un fienile, più un paio di vacche. Abbastanza per stare bene.”
Una macchina porta via Irina. Tanto la storiella la conosce già.
“Un giorno uno del paese vince al lotto. Mio padre comincia a giocare anche lui. Ma per uno che vince un milione... restano fottuti un milione di scemi, quindi perdiamo quasi tutto. Per rimediare chiede prestiti, e gli strozzini lo sai come funzionano.”
“Lo so.”
“Così pensa di parlare con qualcuno più affidabile. ‘Affidabile’ fa ridere qui, ma mi capite.”
“Sì,” diciamo.
“Mio padre incontra Dasho e si mettono d’accordo sul prezzo.”
Mi torna in mente il debito di cui parlava Marina.
“Prezzo?”
“Sì. Ma poi mia madre dice che andrà lei al posto mio. Dasho non la vuole: è troppo vecchia. Sembra una brutta idea archiviata.”
Non ha nessuna espressione in faccia.
“Una notte sono fuori, seduta davanti al fienile. Fumo una sigaretta, finisco e la getto alle spalle. Mi ero scordata di spegnerla. Il vento soffia forte e il fienile prende fuoco. In pochi minuti brucia gran parte della casa.”
Silenzio.
“La mamma non mi difende più. E anch’io mi sento colpevole. Così... eccomi qui.”
Irina è tornata.
“Che storia assurda. Ma come si fa a essere così stupidi?”
“Almeno è più originale delle vostre. Quasi tutte voi vi siete fatte fottere dai suoi begli occhi. A me mi ha bruciata una sigaretta.”
Marina emette un soffio d’aria dalle narici.
“Meno male che non ho mai fumato. Può fare davvero male.”
***
Ho preso Valjet e siamo fuggite via prima di pranzo. È un sogno strano girare con lei nella Milano ancora rovente.
Adesso voglio portarla a casa mia.
“Non puoi chiamarti Valjet. Come ti presento, se capita qualcuno?”
Lei si specchia nella mia stanza, davanti al mio letto coniugale.
“Valjet? E dov’è? Cos’è?”
Mi scappa una risata.
“Non conosco nessuno e nessuna cosa che abbia questo nome. Chiamami Valeria.”
“Ok.”
“Valjet...” riattacca lei. “Per caso è un personaggio dei cartoni?”
Squilla il mio telefono. “You’ll Never Leave Harlan Alive” s’insinua tra di noi.
Mi esce un rantolo divertito che cerco di soffocare. Mi ricordo di quello che volevo chiederle, ma stiamo troppo bene adesso e non voglio turbare l’attimo. Come se bastasse non nominarle, le cose, per farle sparire.
Lei si stacca dallo specchio.
“Sembra una di quelle canzoni country-folk che vanno tanto a casa nostra.”
Casa nostra...
“Infatti l’ho sentita lì.”
Brad Paisley cantava un giorno, dal “fu stereo di Liveta”, e da quello della nostra macchina. Marina mi ha detto che Liveta sentiva quella roba. Lei l’ha importata all’androne. E a me, così, sembra che lei sia ancora qui.
Non so come rispondere a Luce, perdo tempo guardandomi le pellicine e lucidandomi le unghie con la saliva.
“Angela, devi essere più convinta quando la racconti a qualcuno. Ricordati di credere tu per prima alle tue bugie.”
“D’accordo.”
–Nemmeno io conosco Valjet, penso. Nulla che assomigli a lei e al suo nome esiste nella mia vita.
Se lo dico bene, diventa vero.
La voce di Brad Paisley insiste.
Mi sembra che faccia promesse invece che minacce.
Continuo a sentire la parola “mai”, con lo stesso orecchio di un poveraccio che passerà la vita a scavare carbone dal fondo della tua stessa tomba, mentre il sole sorge verso le dieci del mattino e tramonta verso le tre del pomeriggio.
La stanza è la stessa, ma per un attimo non è più casa mia.
Ho dentro un senso di male universale: non importa dove sei, la miniera o il marciapiede ti mangerà comunque.
Leggo il nome sul display, mia suocera sta chiamando per la seconda volta.
Mi ero scordata che voleva pranzare con me, da sola, dal giorno che abbiamo guadagnato poco la mattina e sono rimasta a casa loro fino a sera.
Tocco Valjet.
“Rispondo?”
Anche se c’è lei, non potrà darci fastidio come mia madre.
“Sì.”
“E se poi viene qui?”
“Sono un’artista della bugia. E poi tua suocera che ne sa di chi o cosa sono e che cazzo di lavoro faccio?”
È eccitante come raccontare bugie alla mamma per fare filone a scuola. Tra poco anche Francesco non riuscirà più a farmi sentire male in questa posizione infelice.
Quando sento la voce di Luce, il mio riflesso nello specchio diventa irreale, quasi un teschio che sorride al posto del mio volto.
Luce dice che alla Conad ha visto uno di quei polli arrostiti, lo sa che mi piacciono tanto, e ha comprato anche una rosa rampicante.
Dico che non doveva spendere tanto e riattacco.
“Sta venendo qui. E tu sei la mia amica Giulietta.”
Decidere chi è mi piace più del dovuto.
“Ma io avevo scelto Valeria.”
“Giulietta me l’ha suggerito la rima con Violetta... I tuoi capelli.”
Le sta meglio così. Certi nomi sono vestiti perfetti.
Lei raccoglie i capelli come in una coda e il suo sorriso mi sembra troppo intimo per essere innocente.
Io mi avvicino all’armadio.
“Ti vesto come per un pranzo di famiglia programmato.”
Vestirla o metterle le mani addosso, forse è davvero la stessa cosa. Meglio non pensarci troppo.
Lei sghignazza.
“Tua suocera non ricorda i tuoi vestiti?”
“Mica tutti. Sai quanta roba ho con ancora il cartellino?”
Sto scegliendo quanto di lei coprire e quanto lasciare in pericolo.
Ora Valjet è Giulietta. Trovo solo modi diversi di guardarla. Pare un avvocato molto sexy con quella canottiera nera e il cardigan blu notte che le ho allacciato. È diventata più alta sulle mie scarpe.
Ma appena mi ci cadono gli occhi, la mia faccia nello specchio dice che potrei anche regalargliele per andare a lavorare. Sono di un materiale che si lava facilmente e di un colore scuro su cui lo sporco non si vede.
Lei si gira e si guarda nello specchio. Non fosse per quei capelli, senza trucco sta molto meglio.
Il cuore è una trappola, mi scatta nel petto. Afferro l’orlo del cardigan che le ho messo:
“Be’, alla fine non mi hai detto che avevi venerdì. Sabato stavi per dirmelo al telefono.”
Lei si siede sul mio letto.
“Al telefono non era il caso e... Non te l’abbiamo detto per non terrorizzarti, almeno non subito. Ma poi ho visto che hai cercato di fare Santa Angela... che volevi parlare a lui di Lori.”
Il silenzio urla più forte di Lori e il viso di Valjet si è fatto bianco.
“Io l’ho vista. La vedo anche adesso.”
“Ma cosa?”
“Monica. Ti ricordi la bionda che ha lanciato il tovagliolo, quando siamo andate a ripulire la villa? Le hai portato la bistecca a pranzo.”
“Sì.”
“Stava sanguinando, moltissimo... Stava seduta. Dasho e Max erano ai lati. Ho visto Redian che apriva un astuccio nero con lo stesso gesto con cui Monica apriva la sua borsetta e ha tirato fuori la pistola.”
Mi viene da pensare che c’è sempre qualcosa di troppo elegante nei gesti sbagliati.
Era davanti a lei, con un braccio teso e la pistola in mano. E lei, a un tratto, ha alzato una mano e ha avvolto le dita attorno a quelle di Redian. Come se cercasse qualcosa dentro la sua mano o sotto, dove le sue dita non arrivavano bene.
Non so se ci sia stato qualche rumore. Non mi pare di aver sentito qualcosa. Ma forse ero troppo impegnata a guardare per sentire.”
–Guardare era più facile che respirare. Penso.
Un secondo dopo, oltre le mani, ho visto il suo viso: era pallido e una striscia di sangue si allungava all’infinito. Le dita di Redian hanno smesso di stringere e la pistola è scivolata a terra. E ho sentito Dasho che diceva: “Be’, ora l’hai aiutata a tornare a casa...”
“Per questo sei scappata via stamattina appena l’hai visto?”
Valjet alza e abbassa la testa due volte.
“Sì. Non so se sa che ho visto. Il sangue l’avevano tolto loro, poi Max mi ha detto di fare su un secchio d’acqua e candeggina e lavare la stanza.”
Sento Marina, quello che diceva a Lori stamattina.
Adesso questa è anche la mia vita.
Le sue occhiaie risaltano sul viso diafano.
Arriva Luce. Per Valjet è facilissimo risultare naturale. Anzi, non parla proprio. Io continuo a raccontarmi che la paura che sento sia solo perché Luce potrebbe capire che lavoro fa.
Mia suocera ipotizza:
“Tuo babbo è un avvocato, vero amore?”
Dico: “Proprio così.”
Scrivo un messaggio:
–Lei chiama amore tutti.
Valjet lo legge sotto il tavolo, risponde:
–Sì, lo facciamo anche noi coi clienti. Per non sbagliarci coi nomi.
Luce parla da sola:
“Dove vi siete conosciute?”
“Al corso di balli latini,” dico.
E veramente non ci vado da una vita.
