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Erotika
La lunga notte · Cap. 11
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Capitolo 11 di 21 59 min di lettura

La Huldra

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 465 letture · 0

Valjet scioglie i capelli, s’infila l’elastico al polso per non perderlo.
“Angela è tornata quella settimana che Matteo era a Roma. Si sentiva sola in casa.”
Mia suocera mi sorride, piega la testa.
“Hai fatto bene.”
Tenta solo un’altra piccola indagine su Valjet.
“Ma tu sei forestiera di sicuro.”
“Sì, i miei sono macedoni.”
“Ah, dove lavora il tuo papà?”
Ho un’esplosione dentro. Parlo io: “Ha uno studio a Skopje, lei è qui per studiare. Ti alzi tu per il caffè? Ormai sai dove sta tutto.”
Valjet risponde:
“Certo. E dovrò ricambiare tutti i tuoi gentili inviti, prima o poi. Devi assolutamente venire a casa mia.”
Le scrivo sotto il tavolo:
–Apri l’anta sinistra della credenza, nel barattolo rosso c’è il decaffeinato, il resto lo trovi. Mi raccomando, attenzione. Questa povera donna soffre di cuore.
Valjet risponde col pollice alzato.
Marina parla di nuovo nella mia testa:
–Non lascerai questa casa da viva.
Ogni volta che Luce guarda nella mia direzione, mi tormento la guancia con la punta dell’unghia, sempre nello stesso punto finché la pelle non comincia a bruciare
Valjet torna con le tazzine. Lo sguardo mi cade sulla foto del mio matrimonio appesa in soggiorno.
Io amo quella foto.
Amo Luce.
Amo Matteo.
E non mi salva.
Questa è la mia vita, ma non mi tiene.
Noi non stiamo pranzando con un’amica di famiglia, ma amo anche questa ragazza che mi sta toccando le dita, chiedendo:
“Quanto zucchero?”
Il sole fa una piroetta sul bordo dorato della tazzina e all’improvviso sento un colpo di fulmine anche per la ragazza bionda che quel giorno alla villa mi ha toccato le dita e mi ha chiesto: “Come ti chiami?”
Avrei dovuto rispondere: Marchesa De Zoccolis, nata a RoccadeVigliacchi.
Mi si bagnano gli occhi.
Valjet dice:
“Angela? Quanto zucchero.”
“Due.”
Penso:
–Scusa, mamma. Non so dove sono finita.
E per mamma adesso intendo quella che ho a fianco: Luce, che ha finito di bere e si liscia la gonna come se cercasse una briciola.
Si alza, dice che è ora di andare. Sta uscendo.

Prima che sia fuori, la avviso: “Domani ti vengo a prendere e ti accompagno dal cardiologo.”
Apre la sua borsa microscopica in cerca di qualcosa. “Se te l’ha ordinato Matteo, digli che ti lasci in pace. Ti fa stare sempre sola. A me non serve la badante, ancora.”
“Ma io lo faccio con piacere.”
Non bada a me. Le cade una boccetta di vetro, il tappo rotola via liberando un profumo intenso di menta. Rimarrà sul tappeto del mio ingresso per un sacco di tempo.
Valjet annusa l’aria. “Che meraviglia!”
Luce la raccoglie, la chiude e gliela mette in mano. “Prendilo. Te lo regalo.”
Valjet legge la marca. “No, che non merito regali così, signora.”
“Lo meriti, prendilo.”
Sono quasi le quattro e dobbiamo andare da Fabiana, a pregarla di salvare quei capelli.
Alla fine, con i suoi intrugli, la maga Fabiana ha ridato a Valjet la forma umana. Possiamo tornare a casa. Abbiamo preso un mezzo pubblico ricoperto di graffiti. Gli scossoni della strada mi fanno venire sonno.
“Era da quando andavo a scuola che non prendevo l’autobus.”
Valjet si raddrizza.
“Stavi per piangere prima, a pranzo con tua suocera. Perché?”
Guardo gli altri passeggeri: è tutta gente normale.
“Perché amo Luce, ma l’ho tradita.”
Valjet sobbalza con gli scossoni dell’autobus.
“Se tanto la ami, perché la tradisci?”
Poggio la fronte contro il vetro vibrante del finestrino, tengo gli occhi incollati alla striscia d’asfalto che si srotola davanti a noi.
“La amo più di quanto forse ami Matteo.”
“Non hai risposto.”
“Ma amo anche te.”
“È cosa buona e giusta, Angela.”
Siamo arrivate. Valjet spinge il portone, che si apre cigolando.
Marina ci porta l’acqua fredda di frigo.
“Com’è andata?”
Valjet beve dalla bottiglia.
“C’era molto sole, in città si va a fuoco. Angela m’ha fatto passare per la figlia di un avvocato macedone.”
Marina appoggia il mento sulle dita incrociate.
“Bel sogno.”
Il sogno finisce appena mi avvicino al tavolo.
Lori è ancora lì, sul pavimento, legata.
Sento il citofono che squilla e Ditmir, mentre va ad aprire, si ferma un attimo davanti a lei.
“Ecco l’ospite. Attenta a quello che fai.”

Le palpebre di Lori si abbassano, dietro le ciglia brilla una luce nera.
Marina allunga il collo verso la porta:
“È arrivato il Bimbo.”
Io non la capisco, ma dalla gola del corridoio vedo arrivare un uomo che sembra un armadio a quattro ante. Trascina una lampada a piantana: il metallo della base stride sul pavimento. Tanti anellini gli forano le labbra. Quando schiaccia l’interruttore col piede, la luce alogena esplode: un bianco violento trasforma la cucina in un obitorio.
Questo deve essere Massimo, il tatuatore.
Le linee del profilo di Lori risaltano nel cono di luce. Il calore del faro le investe la pelle, evidenziando la cicatrice. Dasho la tira su e la spinge sul divano. Le tira giù una spallina e, con il palmo aperto, le colpisce il seno. Il suono è sordo, cavo: risuona come un tamburello su cui la pelle è stata tirata fino a diventare ultratesa. Sotto la luce radente della lampada vedo i sussulti sul petto di lei.
“Guarda qui.”
Il tatuatore si gira verso Dasho e srotola una prolunga lungo il pavimento.
“La cicatrice è invisibile. Non perdere tempo.”
Nadia porta uno sgabello pieghevole. Massimo ci sale sopra: sembra impossibile che quello scheletro di plastica lo regga senza finire in mille pezzi. La lampada proietta la sua ombra gigante contro il legno dei mobili: è nera e sembra stia per divorare Lori.
Le mette davanti un flashbook mentre dice:
“Sì. È abbastanza vecchia, si può coprire. Scegli cosa devo farci sopra.”
Lori tace.
Dasho la fissa.
“Spicciati, altrimenti scelgo io e poi ti abitui.”
Lori sputa tra i singhiozzi.
“Non voglio nessun tatuaggio. Niente di niente. Non sono roba vostra.”
Dasho taglia corto:
“Scegli tu, basta che sparisca quello sfregio.”
Quello posa uno stencil sulla pelle. Imprime la traccia e, dopo poco, tira fuori la macchinetta.
“Non si vedrà nulla se lo faccio Dynamic Black. E resta lì per sempre.”
Il telaio d’acciaio brilla. Monta l’ago sterile e il ronzio della bobina rimbalza contro le pareti: sembra il volo di un insetto metallico che stride nel silenzio del pomeriggio.
Dasho non sposta lo sguardo.
“Va bene.”
Massimo solleva una boccetta.
“Stamattina è passato Max da me. Abbiamo iniziato un lavoro infinito. Ma per fine mese gli copro tutta la schiena.”
Lori inizia a tremare sul divano.
Vedo il primo tratto di nero incidere il bordo della cicatrice. Una perla di sangue scuro emerge e scivola lungo l’anca, brilla sotto la luce.
È un nero che sembra petrolio.
Massimo le pulisce l’eccesso di inchiostro e sangue con lo Scottex imbevuto di qualcosa. Mi arriva un forte odore di erbe.
“Signorina, se ti muovi mentre lavoro su di te, rischio di fare un altro danno.”
Sento la carta che gratta sulla carne incisa.
“Questo divano è troppo basso, mi viene il mal di schiena.”
“Allora andiamo in camera.”
Il citofono rompe il silenzio un’altra volta, seguito dallo scatto della porta.
Entra Redian e Valjet si dilegua.
Dice:
“Nadia, eccomi qua.”
Ma cammina dritto verso Dasho e Massimo.
Nel vetro della finestra appare il riflesso di Nadia.
Non vedo la sua faccia, solo il gesto con cui saluta. Poggia sul tavolo una busta di plastica con un rumore morbido.
“Sono contenta che sei tornato. C’è da fare il coniglio.”
Redian le lancia un’occhiata sopra la spalla.
“Finisco di aiutare loro e te lo faccio.”
Dasho gli indica la lampada:
“Prendi tutto e andiamo in camera.”

Lori tenta di filarsela, ma in tre la pigliano per i fianchi e le caviglie. La sento urlare:
“Delinquenti!”
La sua ombra sparisce con loro nel profondo del corridoio.
Il telefono mi vibra in tasca. È Matteo.
Dice che ha recuperato tutto, che il mio consiglio è stato ottimo e che ormai, per comodità, resta a dormire a Genova. Torna domani.
“Sono contenta”, scrivo, deglutisco per liberare la gola dalla colpa. La colpa è nera, densa come quell’inchiostro.
Vorrei andarmene adesso. Mi alzo, ma ricompare Marina.
“Aspetta, devi ancora farmi da modella per lo smalto.”
Me n’ero dimenticata.
“Va bene, tanto mio marito non c’è.”
L’ultimo sole rosso luccica sugli strass che mi attacca al fucsia. Mi fa sentire davvero meglio.
Ho proprio unghie sgargianti adesso, da puttana.
Le chiedo:
“Irina dov’è?”
“Al lavoro, è andata oggi per dormire stanotte.”
“Per me è quasi ora di andare.”
Redian sta tornando insieme a Massimo.
“Aspetta Angela, perché anche tu scappi appena arrivo?”

Marina ha una faccia interrogativa. Fingo di non sapere di che parla.
“Dovrò tornare a casa. Sono qui da ieri alle nove.”
Lui si sta tirando su le maniche.
“Marina, se hai finito liberami il tavolo.”
Lei raccoglie tutto il suo materiale da estetista e se ne va.
Il coniglio è una massa lunga, di un rosa perlaceo. Lo afferra per le zampe posteriori: un movimento secco che fa schioccare le vertebre. Guardo il coltello da disosso come se fosse un’estensione delle sue dita tatuate. Non so perché guardo proprio lì. La lama è larga un dito. Le sue mani non tremano mai. I miei occhi restano incollati a quel coniglio.
Massimo ci ha raggiunti.
Il fiato mi esce solo a piccoli respiri corti, sono incapace di staccare gli occhi dalla lama. Redian sta di nuovo delirando sulle magie e i miracoli, mentre parlano di Lori che non ha dato tregua. I miei occhi corrono sulla sua mano che separa la carne della coscia e io non penso più all’animale. Penso a quanto è facile aprire qualcosa, se sai dove mettere le dita.
Ora metto a fuoco meglio: Massimo ha tanti anellini che gli forano il labbro inferiore e il naso. Tremano tutti insieme ogni volta che ride. È coperto dai disegni fino al collo.
La lama entra nella carne. La guardo cedere e penso a Monica: il coltello scorre contro le costole.
Per un istante non vedo più il coniglio, vedo Monica.
Un corpo aperto può assomigliare a qualsiasi altro.

Prima di andare avanti…

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