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Erotika
La lunga notte · Cap. 11
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Capitolo 11 di 21 59 min di lettura

La Huldra

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 465 letture · 0

 

Lui non guarda nemmeno quello che fa. Sento il crack della cartilagine che cede.
Mi dice:
“Adesso quella non urlerà più. Sono sicuro che l’ha fatta contenta Massimo.”
Ho davanti agli occhi l’interno dell’animale, sento l’odore pungente. So che dovrei provare schifo, ma quello arriva dopo. Prima c’è qualcos’altro. La colpa arriva un secondo più tardi, quando capisco che il problema non è lui. È che io sono ancora seduta qui.
Il gigante tatuato ride.
“Modestamente...”
I polpastrelli mi formicolano. La pelle delle mie braccia si fa d’oca mentre davanti a me il corpo viene smontato fibra dopo fibra.
Redian affonda la punta del coltello nell’incavo del bacino, ruota il polso con uno scatto violento e la coscia allungata viene via, lasciando l’osso bianco e lucido come un dente.
“Dacci il vino, Angela, io ho le mani sporche.”
Lo cerco dentro la credenza di Nadia. L’odore di carne fredda mi sale più in profondità nelle narici. Sento il mio cuore battere contro le costole, il ritmo è irregolare.
Uno, due, tre...
Vorrei essere molto lontana da questa cucina.
Lui sorride e, mentre solleva il dorso per staccarlo dalla carcassa, vedo il guizzo dei tendini sui suoi avambracci.
Verso il vino in due bicchieri, li lascio davanti a loro. La mia faccia, nel riflesso rosso cupo, sta in silenzio.
D’istinto dico:
“Sei un macellaio.”
– Ma perché non mi sono trattenuta?
Redian taglia di netto un altro tendine.
“Lo so. A Nadia... le piace che lo faccio io perché dopo lascio tutto pulito. Sempre.”
Mi torna addosso come un riflesso il pensiero del modo in cui lei si è tolta gli orecchini stamattina.
Respiro insieme a lui.
Quando tira, trattengo.
Quando affonda, espiro.
“Squartare gli animali è come fare la puttana. All’inizio ti fa schifo, ma poi diventa droga. Diventa magia.”
Lui ride e gli anellini di Massimo non smettono mai di tintinnare. Nemmeno quando guarda dentro il cadavere e io mi sento sulla porta dell’inferno.
Affonda le dita nella cassa toracica, strappa via i piccoli polmoni.
“L’hai mai ammazzato tu, un coniglio?”

 

“No.”
“Mia madre, giù a casa, ne faceva fuori a decine. Li teneva per le orecchie e… zac. Si scuote, scalcia nel vuoto, il sangue schizza dappertutto. Col pollo è uguale, non muore subito. Continua a saltare, sbatte le ali, pure senza testa. Lo spirito se n’è andato, ma il corpo ancora non lo sa.”
Il mio stomaco è caduto. Sento il vuoto, ma guardo sul pavimento e non lo trovo.
Mi ha toccato il naso col bicchiere.
“È eccitante.”
Non capisco se dentro le ossa mi stanno entrando le sue parole deliranti o l’umidità di questo condominio.
“Con una persona è uguale.”
Monica mi attraversa la testa così in fretta che quasi l’ho vista camminare.
“Se le spari, non cade subito. Fa qualche passo, come il coniglio. Per quello devi tenerla seduta, o immobile in qualche modo, sennò ti sporca tutto il pavimento.”
Nel vetro della credenza la mia faccia è di un bianco candeggina che quasi ne sento l’odore.
“Voglio che mi guardi.”
Giro la testa di nuovo, dalla credenza verso di lui, e si mettono a ridere di nuovo. Non so di cosa.
“Vedi che scherzo.”
Vorrei credergli. E andare a farmi una doccia con la candeggina. Forse farebbe svanire quest’odore dolce di carne morta.
“Sai come lo so? Me l’ha detto Spira Gaetano. Siamo stati insieme a San Vittore. È lì che ho imparato a disossare. In galera finisci a fare il casalingo.”
Si volta verso Massimo.
“C’era pure lui. Non ti preoccupare, che l’ha trattata benissimo Lori. È un bimbo, lo sanno tutti.”

Il gigante finalmente parla.
“L’ho trattata benissimo, sì. E mi ha fatto sudare come un porco. Ti farà crepare.”
“Ma a me più resiste e più mi fa godere. Solo che ancora non lo sa.”
Guardo prima uno, poi l’altro.
Massimo trangugia il vino e il pomo d’Adamo gli sussulta a ogni sorso.
“Mi ha fatto sudare per farle il disegno. Che stavi pensando?”
Redian smette di stringere le dita e il coltello scivola a terra.
“Angela pensa sempre a quello.”
Vado a fuoco.
“Me lo raccogli, per favore? Se sporco il manico mi tocca lavarlo.”
Mi piego in avanti, lo sollevo da terra, la lama che brilla di grasso, più degli strass sulle unghie fucsia che mi ha fatto Marina. La tengo tra due dita per passarglielo dalla parte del manico.
“Lo sai chi altro c’era con noi a San Vittore?”
“E come faccio a saperlo?”
“Max.”
Si pulisce le mani insanguinate su uno straccio.
“Max è arrivato lo stesso giorno di Gaetano. C’era il Prepotente che comandava il raggio e ha detto a Gaetano: tu, da oggi, ogni mattina mi compri le sigarette, come fanno tutti quanti. E Gaetano l’ha fatto, ogni giorno, per anni. Noi siamo usciti e lui ha continuato a stare lì a comprare le sigarette al Prepotente. Quando è uscito, se n’è andato salutandolo. Un mese dopo è uscito il Prepotente, allora l’ha aspettato sotto casa, gli ha staccato il fegato e se l’è mangiato. Per questo dalle parti di Mimì gli dicono Santo. Anche se il martirio l’ha subito il Prepotente.”
–Non può essere vero. Ma questo pensiero non mi rassicura.

Sta cercando qualche altra viscera dentro quello che resta del coniglio. Sento qualcosa cedere anche dentro di me, nello stesso punto in cui lui affonda le dita.
“Ma perché mi dici queste cose?”
Appena lo dico, mi sento una cretina.
Massimo fa scoppiare un pacchetto di patatine.
“Per farti capire che se ti vuoi tenere il diavolo, devi volere bene pure al macellaio.”
Redian allarga il taglio nel punto in cui non è arrivato.
“È inutile che mi guardi così. Chi pensi che me li dia questi incarichi? Il ministro degli esteri?”
Mi gratto la guancia.
“Nadia.”
Redian infila di nuovo due dita nella carcassa.
“Proprio lei, sì...”
Finalmente tira fuori il cuore. È una piccola gemma scura, umida. Me lo accosta al viso.
“Te lo regalo, non ti sembra un rubino?”
Che strana offerta: un cuore che sembra una confidenza.
Me lo appoggia alla guancia.
“È stato Gaetano che ha fatto venire a Max la mania di mangiare carne cruda. Gli diceva: così diventi ’o lupo.”
Il cuore del coniglio stretto nelle sue mani è diventato caldo, più caldo della mia pelle.
Mi alzo. La sedia stride contro il pavimento.
“Per me è tardi.”
Massimo occupa tutto lo spazio verso la porta.
Chiedo:
“Permesso...”
“Ma bevi pure tu un bicchiere, poi scendi con Massimo.”
Accetto il bicchiere dalle mani di Redian. Il vetro è ancora caldo, come il sangue di... del coniglio.
Appena bevo capisco che andarmene sarebbe stato più facile un sorso fa.
Massimo si alza.
Nadia entra in cucina.
Redian sta lucidando il tavolo.
“Ho fatto tutto quello che hai ordinato, e ho anche pulito, signora.”
Nadia si prende la carne.
“Sei un bravo macellaio.”
Faccio per uscire, ma lui mi parla ancora:
“Angela. A Valjet… dille che lo so che mi ha visto. Non c’è niente da nascondere.”
Faccio sì sì con la testa.
“Finché usate la bocca solo per quello che dovete, non c’è niente da preoccuparsi.”
Forse vuole sapere se io so.
“Ma non so di che parli.”
Il suo dito mi raccoglie il sangue dallo zigomo.
Per un attimo penso che sappia esattamente dove toccare per non farmi muovere. E infatti non mi muovo.
Nemmeno mi ero accorta di essere ancora sporca. È un odore che resta addosso come una firma.
La saliva non va giù. La mia gola è carta vetrata.
Mi prende il viso con una mano sola, inclina la mia guancia verso la luce.
“Sto guardando se sei ancora sporca.”
Ha gli occhi di mia madre, quando legge il cancro nel sangue.
Mi allontano. Lui mi lascia.
“E comunque non era quella l’idea.”
Ho un meschino palpito di vita e allora dico:
“Ma non eri tu che la scorsa settimana hai detto: chi ti ama farebbe di tutto? Non è utile, per farsi amare... spaventare o ammazzare la gente...”
“Non è questione di spaventare o ammazzare.”
Altro vino scende nel bicchiere.
“È questione di controllo. È come con i figli: nessuno vuole spaventarli o ammazzarli. Vuole solo farli ragionare.”
Svuota il bicchiere.
“Non importa quanto ami qualcuno. Devi ottenere quello che vuoi.”
E siccome il mio sistema nervoso non risponde più come dovrebbe, parlo ancora:
“Non è che ci dai un po’ troppo dentro col vino?”
Non mi risponde.
Di là non sento più niente.
Mi chiedo se Lori sia ancora viva. Guardo verso la sua porta.
Anche Redian guarda là.
“Se fosse per me la farei sparire con la magia.”
“Hai sempre la soluzione.”
“Questa è la mia soluzione, e funziona. Ma io non sono realmente me. Il segreto è essere professionisti: se perdi il controllo, lo fai gratis. O forse voi, quando finite di lavorare, avete ancora voglia di scopare?”

Stringo le gambe come se qualcuno potesse vedere dentro. Solo quando mi muovo capisco che non erano rilassate.
Il pensiero peggiore non è quello che potrebbero farmi qui.
È quello che il mio corpo, nonostante tutto, non ha ancora smesso di fare.
“Se non ho già ucciso quella bestia urlante cento volte, è solo perché per farlo dovrei perdere il controllo.”
Di quella ragazza che si chiamava Monica, ricordo che aveva gli occhi verde menta.
Mi mette un altro bicchiere in mano.
“Salute. Bisogna trovare la tranquillità.”
I nostri bicchieri si toccano.
Scendo le scale dietro a Massimo. Parla senza girarsi:
“Non devi credere a niente di quello che dice. Quello ti prende in giro. C’ha la fissa della magia. Ogni tanto penso che sia posseduto.”
Già, anche io ogni tanto mi sento come se fossi posseduta.
Non vedo la mia faccia, ma mi parla dal fondo del petto:
– E non stai cercando nessuno che possa farti un esorcismo per davvero.
Se non cerco nessuno è anche perché credo a quello che ha detto Redian, anche se è assurdo aspettarsi un alto livello di sincerità in un posto come questo.
“E comunque non devi credere a niente. Devi fare sempre finta che quello che c’è in realtà non c’è. Questa è la magia.”
Dico:
“Ma uno non deve credere a quello che vede o a quello che sente?”
“A niente, perché tanto tu non lo sai quale lato è reale. Nemmeno io lo so di te. Devi fare finta che quello che vuoi tu è vero.”
Più che un consiglio sembra qualcosa che ha già fatto a qualcuno.
È la prima cosa vera che imparo da quando sono qui.
“Sì, come dice Valjet. Devo imparare a dire meglio le bugie.”
“Brava. Come fanno gli altri.”
Siamo arrivati in fondo alle scale.
L’androne è tutto buio e il portone è chiuso. Allungo il braccio per aprire, ma Massimo copre la serratura con la sua mano prima di me. Le mie dita si fermano a un centimetro dal dorso della sua pelle tatuata.
“Hai già chiamato il taxi?”

Prima di andare avanti…

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