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Erotika
La lunga notte · Cap. 11
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Capitolo 11 di 21 59 min di lettura

La Huldra

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 465 letture · 0

“Non ancora.”
“Allora fermati con me. Fammi divertire.”
Alzo lo sguardo verso le sue spalle. Non potrei filarmela.
“Ma dove?”
“Al bar. Andiamo a trovare Luciano.”
Non collego.
“Luciano?”
“Sì, lo spione. Può succedere qualsiasi cosa a una puttana. Se qualcuno ti mette in una posizione scomoda, tu quanto resisti?”

Sembra stia parlando di un interrogatorio, ma sembra più interessato a sapere quanto ci metterei a cedere con le gambe aperte.
Sorride con tutti gli anelli di ferro.
“Sono sicuro che appena entriamo ti dice qualche cosa quel lombrico. Voglio vedere quanto la tieni, la versione che decidi di sostenere.”
Capisco solo che non si riferisce al bar.
“Che pensavi, che mi volessi fare una sveltina?”
Faccio sì sì con la testa.
“Ce l’hai già chi ti scopa. Io voglio vedere se sotto il trucco c’è ancora la signora.”
– Già. Forse io confondo sempre una prova con una voglia.
“Se vuoi, si può fare anche quello. Ma io non obbligo nessuno.”
Alzo gli occhi verso il cielo appena lui apre. Mi pare di essere un coniglio che esce perché qualcuno ha aperto la gabbia.
Mi sta spingendo verso il barretto:
“Fai come dice Valjet. Se sei in un guaio e non sai come uscirne, va bene anche fare cose senza senso. Provochi un’esplosione. Una voragine. Un terremoto. Sono tutte vie d’uscita.”
Sembra uno che ti spiega come muoverti sopra qualcuno senza farti buttare giù.
Alzo il mento verso la grande finestra.
Dasho è lì. Ci sta osservando.

Guardo questo misero, vuoto, triste, brutto bar dove tutto è cominciato.
Lui entra prima di me.
Lo seguo. Tra essere spinta e dimostrare che entro da sola, adesso preferisco la seconda.
Si gira ancora una volta:
“E quando ogni bugia rischia di sembrare troppo artefatta, bisogna dire la verità. La verità certe volte è talmente assurda che chi ti sta davanti rimane muto. O ride per non crederti.”
Sembra la voce-guida degli esercizi che mi dava lo psicologo dell’università, tanti anni fa.
Mi si stampa subito nel cervello, allontana la paura. E poi voglio proprio guardare in faccia quel barista spione.
Il bar è vuoto e, se ho capito bene, quello dietro il bancone è Luciano.
“Ciao, Massimo.”
Massimo fa ciao, ciao come Nadia. Ma la sua non è una manina.
“Hai visto che compagnia porto? Una gran signora.”
Si è installato al tavolinetto al quale mi mettevo io, in quella settimana pazza.
Il barista mi dice:
“Bentornata, signora. Solito?”
Parla di quel cappuccino e cornetto che venivo a prendere. I suoi occhi mi strisciano addosso.
“Io non sono mai stata in questo bar.”
Massimo dice:
“A me il solito.”
Luciano viene con un calice di vino e patatine.
Il barista sorride. Il mento gli raddoppia.
“Mai?”
“Mai e poi mai.”

Mi mostra la mano che conta.
“È stata qui cinque giorni di fila in una settimana. Non lo ricorda più?”
Penso: hai tenuto il conto delle tue possibilità o delle mie colazioni alle tre del pomeriggio?
Il pomeriggio ha già quella luce da fine giornata. Mi vedo nel riflesso. Non serve più Angela del vetro.
“Santa Angela è stata qui? Io mai.”
“Lei è stata qui, signora”, insiste.
“Mai stata qui prima di oggi.”
Rinuncia.
Abbassa gli occhi e torna ad asciugare le sue tazzine zozze, appena uscite dalla sua lavastoviglie più zozza.
“Se lo dice lei, signora.”
Dopo un po’ rialza la testa.
“Solito cappuccino e brioche?”
È furbo!
“Vino pure a me. Non mangio brioche a quest’ora.”
Lui ridacchia.
Mi porta lo stesso vino qui, allo stesso tavolino dove Ditmir venne a prelevarmi.
“Non dovrebbe avercela così tanto con me, signora.”
Sento il collo tirare mentre sollevo il mento.
Lo guardo dritto.
“Se non fosse stato per me, nessuno si sarebbe accorto di lei.”
“Passo inosservata?”
Quasi quasi gli lancio il vino.
“E non sarebbero mai scesi.”
Mi faccio i fatti miei.
“Con questo non sto dicendo che lei non sia attraente. Ma dovrebbe ringraziarmi di averle fatto da messaggero.”
Sentilo. Che pirla.
“Lei mi confonde con qualcun’altra.”
Addento queste patatine mosce.
“Lei non dovrebbe bere i suoi liquori.”
“Niente affatto. Lei era seduta proprio lì, dov’è ora.”
Si scalda lo spione.
Alla luce del tramonto è rosa come un salmone.
“Qua intorno parlano tutti di lei. È diventata una leggenda.”
“Balle.” Bevo l’ultimo sorso.
“Mi chiedono tutti chi è quell’italiana tutta strana che si trasferisce part-time in quel condominio tutti i giorni, weekend esclusi.”
Metto il naso dentro il bicchiere, inspirando l'odore aspro del vino scadente. Ha ragione Valjet: qua bevono roba che l’uva l’ha vista da lontano.
“Io sono una signora. Se lei o qualcun altro insinua qualcosa, e ne parla perfino in giro, mi difenderò nelle sedi opportune.”

Massimo si trattiene, ma tutti i suoi anellini tremano impazziti mentre cerca di non ridere.
“Che cosa? Io non volevo offendere nessuno... ma lei...”
“Ma io?”
“Lei è una prostituta. Viene a lavorare in quell’androne.”
Penso alla finestra sopra di noi. Sarebbe facile rispondere: e allora?
Ma secondo me Dasho giurerebbe il contrario.
“Quando mai?”
“E che è venuta a fare oggi?”
“A trovare un amico di mio marito.”
“Un amico con la fedina penale nera?”
“Cose normali per un avvocato.”
Il riso di Luciano prosegue basso.
“Che nome ha questo amico?”
Le sopracciglia di Massimo si sollevano fino all’attaccatura dei capelli.
“Lo direi a te, spione?”
“Immaginavo, lei è una prostituta.”

 

“Ho mai... come dire, fatto del sesso con lei?”
“Io le ho salvato la vita. Il mio avviso, mi creda, le ha salvato la vita quel giorno.”
“Ma mi risponda. Io e lei abbiamo avuto rapporti sessuali?”
Per un secondo perfino Massimo smette di sorridere.
“Lei lavora lì dentro, punto.”
Metto una mano in tasca ed estraggo il telefono.
“Ripeta.”

Il suo doppio mento è diventato triplo.
“Lei è fuori di testa... come dicono.”
“Sto registrando. Chiederò i danni per l’ingiuria e la diffamazione.”
“Lei mi denuncia?”
“Lei lo può dimostrare quello che dice? Io sono la moglie di un avvocato che non ha bisogno di difensori.”
Le parole mi scivolano fuori dalle labbra senza che io ci pensi.
“E se il castello vi crollerà addosso, suo marito la difenderà o difenderà sé stesso?”
Per un attimo alzo il naso al soffitto. Non so cosa farebbe Matteo.
“Non ho bisogno di lui. Io ci so stare in tribunale, anche da sola. La denuncerò perché lei fa il palo per soggetti di spiccata pericolosità sociale. Forse mio marito non difenderebbe me, ma è certo non ci sarà nessuno che si sporcherà le mani per lei.”
“Non volevo offendere nessuno.”
“Lei parlerà ancora in giro di me?”
“No.”
Gli butto davanti venti centesimi di mancia. Il cerchietto dorato brilla in mezzo alla polvere del suo bancone.
Tanto è la paga netta di un servo.
“Addio, pirla.”
Massimo ha pagato per tutti e due alla fine.
“Mi sono divertito.”
“A farmi fare il teatro?”
“Volevo vedere se quando ti buttano a terra mordi o piangi.”
La strada è vuota.
“Bene che non gli hai fatto nessun nome.”
Fa troppo caldo, ma mi mette un braccio intorno alle spalle lo stesso. I nostri nasi si toccano quasi.
“Perché?”
“Come perché? Metti caso che tu gli avessi risposto: sono amica di Redian. Poi lui lo dice a un altro. Se passa da qui qualcuno che ce l’ha con Redian, ti spara in mezzo alla strada perché pensa che stai vicina a lui. O il contrario: qualcuno fa male a lui perché ce l’ha con te. Ricordati: in pubblico non si dicono mai i nomi.”
L’aria è calda, ma il mio corpo rimane freddo.
“Te lo chiamo io il taxi.”
La grande finestra sopra di noi è vuota.
Vuota oppure no, ormai il problema non è più se mi guarda.
È che continuo a comportarmi come se potesse farlo da un momento all’altro.
Ecco il taxi. Si sentono solo le ruote sulla stradina.
“Torna a casa tua.”
Massimo aspetta un attimo prima di chiudere la portiera.
“Trova la tranquillità. Dillo pure a Valjet, non ti scordare.”
La portiera si chiude.
***
Idra si sta togliendo il Tapage Nocturne di ieri sera.
“Quando sono tornata a casa quella sera ho ricevuto un altro messaggio da Francesco, ma non l’ho letto. Ero sfinita e ho trovato la tranquillità subito. L’ultimo pensiero prima di dormire è stato:
– Se potessi liberarmi di quel parassita la mia felicità sarebbe completa.”
Scrivo sul solito taccuino:
Certo, per trovare la tranquillità bisognava riuscire a raccontare e raccontarsi tante favole. Essere capace di ridere della coppia felice che io e Matteo eravamo ancora a luglio, e che avrebbe potuto finire sul titolo di un tabloid. Bisognava sforzarsi di aiutare un’altra ragazza a non fare figli e pure convincersi che la Morte Rossa aiutava la gente a tornare a casa.
E basta.
No.
C’era pure da dare un nome santo alla signora che Irina credeva di vedere sorgere dall’acqua della vasca, quando fumava troppo. La chiamavano Vergine Maria.
Non servivano risposte. Solo formule ripetute abbastanza a lungo da superare la speranza. A casa del diavolo la speranza è solo una dipendenza terribile. E poi il modo migliore per buttare via la vita è passarla a nutrire speranze. Meglio distrarsi coi dettagli e dare fiducia ai demoni, almeno non portano la maschera.
Lo psicologo dell’università avrebbe qualcosa da ridire.
Elena indica il taccuino con un’unghia decorata da perline, il chiarore che riflettono interrompe il giro ossessivo dei miei pensieri.
“Stai scrivendo proprio tutto?”
“Sì.”
“È meglio se alla fine lo metti al rogo quello.”
Idra mescola il latte e i cereali in una ciotola così larga che mi sembra un calderone.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Scritto da
Agave Ionia

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