Io, zia cattiva

“Mescolare tre parti di una noiosa ricerca da completare e due di un’amica troia con una parte di un nipote già troppo cresciuto, versare nel fiume, e – voilà! – ecco a voi: io, la zia cattiva."

A
Agave

1 ora fa

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Io, zia cattiva

Non sarebbe successo niente, credo, se non l'avessi difeso quella volta con sua mamma.

Mio nipote, Christian — che poi è il figlio di mia cognata — mentre eravamo nello studio di un dentista, una volta ha detto: “Io da grande faccio il medico.”
Subito il vecchio dottore ha risposto: “A casa tua, nemmeno le superiori hanno fatto. Come pensi di diventarci dottore?”
Com'è ovvio mi sono buttata avanti e ho detto al ragazzino di mandare a quel paese il vecchio in camice. Però non è stato tanto quello a fare danno. Mi ricordo le parole di sua mamma: “Noi, i nostri figli non li montiamo come fate voi.”
A quella volta sono seguite tante liti di questo genere; nemmeno mio marito mi ha mai dato ragione e così ho smesso di frequentare sua sorella e la loro famiglia.

Ma l'otto marzo stavo tranquillamente ragionando su tutti quegli articoli noiosi dai quali devo estrapolare informazioni utili al montaggio di una tesi. E loro sono venuti a casa nostra, be', la casa delle vacanze. Non ci piace la massa di turisti, così viaggiamo sempre in autunno o in primavera.
Sto ancora con la testa sulla mia roba accademica quando mi arrivano voci dal corridoio.

Mi affaccio e sono loro. Mio nipote ancora non mi può vedere — sono passati anni dal nostro ultimo incontro — e ora sta parlando con mio marito della scuola. Tra un anno sceglierà la facoltà universitaria e purtroppo non gli sento dire: “Medicina.”
Ma non fa niente. Questo ragazzo è sveglio, lo capisci già dalla voce e dai suoi occhi, e io sono orgogliosa di lui perché è sempre stato curioso. Anche se studierà economia, come sta dicendo, sono certa che sarà un ottimo commercialista. O quello che vorrà.

Mi avvicino piano, alle sue spalle. Non ci avevo pensato, ma il profumo che uso anche in casa gli svela immediatamente che sono qui. Mio marito e i suoi genitori parlano a ruota libera e mi chiedo che ci facciano qui dopo sette anni. Sono in disaccordo su qualcosa, ma non mi interesso di capire cosa.
Mio nipote adesso è tra di loro sul divano e c'è anche suo fratello, il più piccolo. Mi offre una rosa. Non me l'aspettavo. Dice che sono la sua zia preferita. Già, perché quella volta, e molte altre dopo, l'ho difeso dall'ignoranza dei suoi.
È cresciuto bene, ormai mi supera almeno di dieci centimetri in altezza e ha un bellissimo sorriso. Ma come faccio a essere la sua zia preferita, se non mi ha più vista da quella volta che abbiamo discusso io e sua madre?

Meglio non pensare a queste cose.

Mio marito e suo padre aspettano che io offra qualcosa, così porto noccioline e patatine. Sembrano ragazzini mentre discutono di calcio e ora mi accorgo che mia cognata, Giulia, finora non ha detto nemmeno una parola. Finge di essere contenta di vedermi.

Rimango sulla poltrona e faccio caso a Christian che mi guarda e sorride di continuo. Certo, è tutta colpa mia: mi sono messa addosso questo kimono bianco preso in sconto perché tanto non aspettavamo ospiti, e la seta ha sempre il suo fascino. Mi correggo, sicuramente non l'ha neppure notato. È un ragazzino; cosa se ne dovrebbe fare della zia trentenne con addosso il kimono seta e pizzo e senza reggiseno sotto?
Nulla, è ovvio. Eppure mi pare che i suoi occhi stiano bucando la seta.

Ma no, certo che no. La devo smettere di ragionare come Humbert Humbert.

Non c'è alcuna seduzione in uno sguardo di ragazzo e io sono una donna adulta. Ho sempre allenato il mio corpo; infatti, prima di mettermi a studiare, avevo finito nella palestra che abbiamo qui in casa, ho fatto la doccia e ho subito coperto la stanchezza col mio profumo orientale floreale. L'apertura è dominata da mandorla e caffè, che lasciano spazio a un cuore ricco di gelsomino sambac e tuberosa. Abbasso gli occhi sulla mia scollatura, li chiudo un attimo e poi la copro meglio, perché mi pare proprio che mandi più profumo di quanto dovrebbe davanti a loro.

La voce cattivissima che ogni tanto mi parla da dentro dice: “Insomma, la vuoi piantare? Nessuno sta facendo caso alle tue tette libere da vacca e al tuo odore, dacci un taglio.”
Ha ragione... Eppure Christian mi osserva mentre butta la testa indietro, piega le ginocchia e si siede come un bravo maleducato coi piedi sul divano. E sua madre subito scatta: “Non sporcare.”
Lui abbassa le gambe, il suo fratellino se la ride e io dico: “Lascialo stare, è il mio nipote preferito.”
Mio marito si gira e mi fissa. Christian ride e io vorrei tapparmi la bocca con le dita.

La vocetta cattiva dice: “Ma se non lo vedi mai, che figure fai?”

Scappo in camera con la scusa di trovare un vaso per la rosa. La luce rosea del pomeriggio mette in risalto il calore che mi sta salendo alle guance.

Scrivo alla mia carissima amica Michela: “È venuto a trovarmi mio nipote, quello che non vedevo da un bel po'. Mi ha portato una rosa.”
Risposta: emoji emozionato. “Che amore!”
Controllo che di là stiano ancora mangiucchiando e parlando del nulla, poi scrivo: “È proprio una di quelle volte in cui ti brucia il cuore, perché non hai più sedici anni...”
Michela manda un emoji strabiliato, ma è una finta lo so. Adora queste cose.
Scrivo ancora: “Sono una zia così zozza...”
E lei scrive: “No... sei la porca amica migliore che io abbia mai avuto.”

Comunque adesso basta. Sistemo il fiore, mi tolgo di dosso questo capo inadatto a stare davanti ai parenti e torno di là. Christian è di nuovo con le gambe sul divano e sua mamma lo sgrida. Stavolta non intervengo. Mi passo le dita avanti e indietro sulle labbra, succhio il diamante che porto all'indice e mi aspetto che si difenda da solo. È grande ormai.
Possibile che non avevo mai notato le spalle che si è fatto? Dice che adesso nuota. Ha i capelli neri dai riflessi rossi che, visti così, paiono un errore del parrucchiere, ma io so bene che è un tratto di famiglia. Così li aveva mio marito quando ci siamo conosciuti. Allunga il collo e mi fissa mentre beve e io guardo il riflesso sulla sua gola mentre il succo di frutta scende. Mi ricorda il movimento che faccio io quando bevo succo di pompino.
Che ridere! Era una battuta che faceva sempre il mio ex-datore di lavoro.

È patetica, lo so, perdonami.

Gli chiedo se con la scuola va tutto bene, ma vorrei chiedergli se ha già bevuto succo di fica qualche volta.

Oh! Giulia dice che devono andare e se ne vanno. Lo abbraccio prima che mi scappi. Non sono cose che faccio di solito — detesto quei parenti che pretendono dai nipoti effusioni che magari non vogliono dare — però ho aperto le braccia senza parlare e noto che il piccolo demonio, avvicinandosi, ha la maglietta tesa sul petto. Non si muove. Segno che sta trattenendo il respiro. Lo guardo negli occhi mentre il suo cotone ruvido mi sfiora le tette.
Sento le braccia molli, intanto che se ne vanno.

La voce dentro di me dice: “Ma quanta immaginazione, smettila! Torna a studiare e fa la persona seria.”
Le rispondo che ha ragione e torno subito a immergermi nelle mie cartacce ma... la testa va alle sue spalle. Sarebbero perfette, penso, per quando uno vuole scoparti in piedi e tenerti in braccio! Penso anche ai braccialetti che portava, oro bicolore, sicuramente regali di mio marito che adora quel contrasto. Sembravano manette.
Penso anche: “Scusa, Dio.”

Ora mi ricordo le minchiate che diceva il prete quando molti anni fa andavo ancora in chiesa... “Come si disperde il vento, se non educhiamo i nostri figli la vita e il mondo li disperdono...” Predicava. “I giovani sono come la cera di fronte al fuoco, così voi genitori, voi nonni, zii... dovete preservarli...”
Tutto vero.

Deglutisco.


Provo di nuovo a leggere qualcosa dalle mie cartacce. Dunque... è tempo di occuparsi dello studio di Massa: “La vigna e la croce.”

Oh no, non ce la faccio!


Mio marito si affaccia e dice che sta uscendo. Che bello, così posso mettermi nel letto con la coperta sulla faccia, così mi creo la privacy quando mi masturbo. Devo sistemare il problema.
La porta sbatte.

Sì!

Prima però vorrei la benedizione del dio del vino, quindi vado in cucina. Un bicchierino di rosé mi scalda sempre. Come se ce ne fosse bisogno...

Un altro.

Ora sì.


***

Sono passati solo due giorni e ci cercano di nuovo. Non è strano: Giulia vuole recuperare il rapporto con suo fratello — mio marito — e noi stiamo qui solo per poche settimane all'anno. Quindi lui ha accettato e ora stiamo andando a cena con loro.

Per non comportarmi male mi sono preoccupata di parlare alla mia psicologa dell'altro giorno e lei mi ha rassicurata.
“Un ragazzo a quell'età è al massimo della seduttività,” mi ha detto. “Soprattutto verso una donna poco più grande di lui, ancora bella, che fa la professoressa e da molti anni non fa la zia. È facile. Mescola i ricordi dei giorni in cui sei stata protettiva con lui alla curiosità et voilà, ecco lo sguardo ammiccante che ti ha fatto bagnare tutta. Ricordati che sei un'adulta e, se proprio non puoi trattenerti: tre parti di gin e una di vodka con una parte di Lillet Blanc. Mescoli finché il vetro non scotta dal freddo et – voilà! – ecco che puoi annegare in un sogno tutto bagnato dove sei la cavalla del tuo nipotino e, per non sentirti in colpa, hai anche la scusa che eri ubriaca. Il Vesper Martini è puro alcol che ti scende in gola e taglia ogni inibizione come un rasoio sul velluto.”

Tu che leggi non ci credi? E che mi importa. La mia psy mi parla sul serio così e l'ho scelta proprio per quello.

Niente preliminari. Niente pippe.

Lei dice la verità.
E ora mi devo preparare per andare a cena con i miei cognati e il mio nipotino cattivo. La mia voce interna urla: “Che? Sei tu, la zia cattiva.”


Oh, è verissimo.

Scusa, Christian.

Eccolo, estratto dal buio dell'armadio come un segreto che scotta: il vestito rosso. Quello che misi una notte per... non ha importanza per chi, ora.

Ma pure in quell'ambiente era troppo. Uno stile da corpetto vittoriano che trasforma tutto: le mie tette qui dentro esplodono, sembrano appartenere a un’altra donna, e se inizi a respirare come una cagna in calore il tessuto non ti tradisce, resta immobile. Certo, dovrò annegarlo sotto una giacca come minimo. Ne trovo una col rivestimento screziato di rosa, piccoli fiori che sembrano una scusa. Cerco di non pensarlo come una strumento di tortura, ma come un indumento.

Un indumento maledettamente scomodo.

Oh, i nastrini che scendono lungo i fianchi...
“Allarga la schiena,” dice la voce cattiva dentro di me.
Oh, le stringhe mentre le allaccio...

Le mani mi tremano un poco, un piccolo corto circuito nervoso.

Più stretto.

Ancora più stretto.

Siamo al ristorante. Tu forse non lo sai com’è, ma quaggiù da noi entri e ti servono anche alle cinque del pomeriggio. È molto presto. Christian è venuto con un regalo per me un'altra volta. È un libro che serve ai miei studi e l'ho cercato sia in Italia che qui, in lungo e in largo senza risultato. Mi chiedo di dove abbia saputo che mi serviva. Comunque devo pagarglielo perché è accademico e costa una fortuna.
Prendo la mia borsetta e dico: “Quanto ti devo, caro?”

Lui fa no con la testa e mi mette in difficoltà, davvero. Stiamo mangiando ma l'unica cosa a cui penso è l'umidore tra le mie gambe. Per un tratto mi pare che mi piaccia ma ora diventa fastidioso. Non lo mostro, lui mi fissa e pare che si aspetti qualcosa.
E ora mi accorgo che il mio telefono lampeggia. Proprio lui mi ha scritto:
“Non devi pagarmi. Mi basta che lo usi.”

La vocetta che vive in me dice: “Ora datti una calmata perché tutti i nipoti fanno regali alle zie, nessuno vuole la tua bocca piena di rossetto da troione!”

Esatto. Proprio così. Sicuramente ha una ragazza diciottenne, acqua e sapone.


La vocetta urla: “Non confondere la gentilezza con il desiderio, idiota!”

Mi sembra che il mio corpo gli abbia già confessato qualcosa, anche se sono seduta composta. Il problema non è mangiare. È restare ferma.

La vocetta dentro di me continua a insistere: “Con ogni probabilità, tu per lui non incarni altro che autorevolezza. Perché sennò ti avrebbe portato un libro di quel genere? Su, ti stima. Non rovinare tutto.”
È la voce della ragione, o forse solo quella della paura di perdere il controllo. Quell'indumento sotto la giacca mi stringe i polmoni, mi ricorda che sono io quella che deve restare composta, quella che deve dare l'esempio. Ma il calore tradisce la teoria. Lui è lì, immobile, con quel regalo che pesa sul tavolo più di quanto pesi il mio silenzio, e quel messaggio sullo schermo che ha appena abbattuto l'ultima barriera del decoro.

“Ma cosa stai facendo qui a Marzo?”
La domanda di Giulia mi ha colta di sprovvista.
“Studio, come sempre. Faccio ricerca.”
“Posso farti una domanda personale?”
Dico: “Certo.”

La domanda è stata quando mi deciderò a fare figli e ho liquidato velocemente il discorso. Anche perché, sto pensando... se mi vengono uguali al tuo, che pare mio marito da giovane quando ci siamo sposati ed era super-sexy, come farò a non finire con una camicia di forza?
Guardo Christian mentre quel pensiero mi morde lo stomaco. È lì, seduto di fronte a me, e il contatto delle mie cosce non fa che dare ragione alla mia paura. Sembra che lui stia aspettando una mia mossa. La vocetta che prima parlava di autorevolezza ora è soffocata dal battito del mio cuore. Spengo il telefono per non rischiare che il piccolo demonio tenti ancora di mettere in campo la sua seduttività in modi troppo audaci.

Non ci portano mai il caffè. Mio marito dice: “Chiediamo il conto e andiamo a prenderlo da un'altra parte.”
È un enorme sollievo. Almeno ora sta per finire. Poi mio marito cambia idea: “Andiamo a prenderlo a casa nostra.”
Non so se è il caso, ma lui non sopporta i locali aperti dopo cena, le lucine, la gente, le chiacchiere che si allungano...

Siamo seduti nella nostra sala. Mio nipote ascolta musica, isolato dalle cuffie: è di nuovo ciò che dovrebbe essere. O forse sono io a guardarlo dall'angolazione giusta, ora. Però continua a seguire i miei movimenti con la coda dell'occhio. Il piccolo demonio finge di dormire.

“Zia...”
Lo guardo aspettandomi che mi chieda lo zucchero.
“Quando ripartite?”
“Mercoledì.”
Mi guarda spiazzato. Gli chiedo perché.
“Zio l'altro giorno ha detto che tu non ci sei mai andata a fare il bagno al fiume V.”
Si tratta dell'ultimo fiume non inquinato. “Ma l'ho fatto al fiume ad Ascoli, è uguale.”
“Sì, quanti anni fa?” lo chiede irridente.

Oh, piccolo porco!
“Non ti piacerebbe nuotare insieme a me?”
Dico: “Non so nuotare.”
“Ti insegno io, sono disponibile.”

Disponibile.
Guardo mio marito, dice: “E vai. Tanto che devi fare sempre sopra ai papiri?”
L’umidore di prima non se n'è andato, è solo diventato più pesante, un segreto che batte sotto il vestito rosso e la giacca. Christian mi ha appena sfidata davanti a tutti e mio marito si è fatto da parte.

La voce cattiva dice: “Che fai adesso? Ti vai a buttare al fiume oppure cerchi una scusa e mantieni un minimo di decenza?”
Le rispondo: “Dai, mi conosci.”

Christian si alza: “E se anneghi, ti salvo io.”


Salvare.

Mi sta dicendo che ha voglia di vedermi lottare, di vedermi perdere il fiato, per poi essere lui l'unico a decidere quando ridarmelo. E vabbè, per una volta mi affido io a lui.

In fondo, forse vuole solo ricambiare la protezione che gli ho offerto quando era piccolo, quando ero io quella grande, quella che sapeva tutto. È una scusa perfetta per la vocetta nella mia testa. Una restituzione di favori. Lui mi insegna a non soffocare in acqua e io gli permetto di credere, per un pomeriggio, di essere lui quello forte. Mi lascerò guidare verso l'acqua, lascerò che le sue mani sentano quanto tremo sotto la giacca, e mi racconterò che è un gesto di affetto familiare.

***

Qui fa molto più caldo che in Italia, perciò stiamo camminando sulla costa del fiume V. vestiti come a luglio. Mio nipote canticchia e dice che ora solleva i pesi tutti i giorni.
Lo guardo e gli dico: “Attento a non trasformarti in un mostro con i meloni al posto dei muscoli.”
Lui fa “ah-aaaa”, una risata di gola, e poi aggiunge: “Pensavo che non sarei riuscito mai a uscire.”

Mi fermo davanti a un punto che pare abbastanza basso, l'acqua scorre invitante e pericolosa. “Giulia ti ha detto qualcosa?” chiedo.
“No, mamma no. È mio fratello che voleva venire con me per forza. È una rottura di coglioni perenne.”
Lo guardo un secondo di troppo mentre si spoglia e lui mette subito le mani avanti: “Non parlo sempre così, a casa mi parte in automatico il programma: linguaggio pulito.”
Ma io non lo stavo rimproverando. Stavo guardando un tatuaggio che ha sul petto, chiedendomi quando se l'è stampato sulla pelle.

Sono stanca e piena di sudore perché per venire qui ci siamo fatti una camminata di otto chilometri. Lui entra in acqua e io faccio per andargli dietro.
Si gira: “Ma entri vestita?”


Vestita? penso. Una maglietta che a non averla è uguale e un paio di shorts che non arrivano sotto al culo.


“Non mi starai chiedendo di spogliarmi davanti a te?”

Lui si ferma un attimo, gli passa un lampo nero negli occhi: “E poi ti rifai otto chilometri con addosso il peso dei panni bagnati?”
“Ti pare che non potrei farcela?”
Lui ride: “Potresti. Ma non da sola.”
Lo guardo di lato.
“Sei sempre una femmina. Al limite ti porto in braccio.”

Femmina... La parola mi sbatte contro il cervello come le onde fredde.
Mi sta dicendo: “Tieni presente che ho vinto un campionato di nuoto una volta...”
Il freddo mi indurisce i capezzoli. Vado sott'acqua e vedo lo spostamento azzurro che segue il suo corpo.
“Tieni presente che...”
Non mi ricordo cosa vuole che io tenga presente.
“Se hai paura, tieniti a me.”
Assomiglia a mio marito, anche come parla... solo più giovane. La sua pelle è fresca, chiara come il primo sole. Ancora.

Sorride come a casa. Gli chiedo: “Ridi sempre quando stai per fare qualcosa che non dovresti?”


“Solo quando so che lo farai anche tu.”

Siccome è giovane si sente senza limiti. Non mi meraviglia, e nemmeno il suo desiderio. Mi sfiora un braccio e mi avvicino, vuole insegnarmi qualche movimento, ma sento da vicino la sua asta di carne pulsante. Lo sento duro come il ghiaccio e lui ora, certo, si sente Dio.

Si sente il maschio.

L'acqua fredda scotta. Quando mi prende il polso, non capisco subito se mi sta guidando o se sta verificando che io non mi tiri indietro. Urlo perché mi schizza negli occhi. Le grida si trasformano in risate, tutto quanto scivola sul suo petto bagnato.

Sopra di noi, qualcuno passa sul ponte del fiume. Indossa una camicia scintillante, una fotocamera al collo. Sarà un turista. Se ne sta al di sopra della strada e stringe la macchina fotografica. Christian strizza l'occhio all'obiettivo. Io mi infilo con la testa sott'acqua. Mi raggiunge subito.

Mi afferra e mi attira a sé mentre il mondo sopra di noi affoga nella routine. Sento unirsi il brivido gelato e il calore pulsante, ho il fiato sospeso, mi tira ancora giù su un fondo di acqua di fiume.

Oh, mi sembra di essere tornata a diciott'anni. Il freddo ci schiaccia, ma le sue labbra bruciano. Il bacio sott’acqua finisce, ma quando riemergiamo vedo che cerca un posto più coperto.

"Vieni,” mi indica la riva, dove l’acqua è bassa e un arco di rocce copre in parte la vista.
Mi appoggio a un masso piatto che sporge dal fiume, la pietra è gelida, scivolosa. Apro l'unico bottone dei miei pantaloncini quasi invisibili e li lascio scivolare via dalle caviglie. Li butto sopra un'altra roccia ma tanto sono già fracidi. Se il fiume li lava almeno se ne andrà l'odore di fica.

Mi piego per non doverlo guardare.

Sento le sue mani stringermi forte i fianchi e un brivido mi corre lungo la schiena. Sono una zia così cattiva...

Dev'essere il corso naturale delle cose. A diciotto vuoi un cazzo di quaranta e a trenta lo rivuoi di venti. Mica vale solo per gli uomini. Anche il suo cazzo è cresciuto bene, entra senza fatica nel mio umore caldo e ha una forza che non potresti ritrovare a un'altra età. Lo sento ansimare mentre entra ed esce da me, e l'acqua ci congela le caviglie. Le mie almeno.

Giro la testa verso il ponte, nessuno guarda.

Allora mi volto. Ha un gran sorriso mentre mi scopa.

Dico: “Baciami.”
Si abbassa e la sua lingua mi schiude le labbra. La sua saliva sa di menta e sigarette. Voglio sistemarmi meglio così mi rialzo e mi stendo nell'acqua, ora il suo corpo è tutto su di me, lo sento scorrere centimetro per centimetro. Non chiude mai gli occhi e il suo sguardo aumenta la tensione del mio corpo avvolto dalla corrente. I sassi sotto la schiena quasi non li sento più. Le sue mani mi spingono le cosce verso l'esterno, i muscoli tirano e il suo cazzo mi sbatte fino a farmi dolere le ovaie.

Penso che domani mi farà male anche pisciare.

Il suono del suo respiro è amplificato dal silenzio, la mia fica inizia a contrarsi e l'orgasmo si fa liquido. La sua mano è attorno alle mie guance, mi guarda dritto negli occhi. Allungo la lingua verso le sue dita così capisce che deve mettermele in bocca mentre finisce di fottermi. Vengo mordendole forte.
Mi ha aspettata, perché sono la femmina.

Prima le femmine, certo.
Le sue spinte si accorciano sempre di più, poi si stacca da me con un movimento brusco e si rilascia in acqua.

Aveva ragione. È complicato camminare con i vestiti zuppi addosso.

Ora che ci siamo fatti la doccia, Giulia, che è venuta a riprenderselo, mi chiede se ho imparato qualcosa.
“A stare in apnea,” rispondo, “tuo figlio insegna benissimo.”
E non sto mentendo.

Mio marito dice che ha già sistemato tutta la carne che dobbiamo portare via mercoledì. Christian gli chiede: “Tornate ad agosto?”
Mio marito risponde senza alzare il mento dal telefono: “Non lo so ancora, vorrei andare in Scozia.”
E io spingerò per la vacanza alternativa, perché è giusto scopare coi nipoti ma bisogna mantenere sempre la misura.

Esagerare fa male, in tutte le cose.

Stasera sento una fitta nel petto, perciò scrivo a Michela, la mia porcamica migliore. Dopo il mio racconto sintetizzato in tre righe, lei mi manda una fila di “ahahahah” su WhatsApp, seguiti da un messaggio: “Come fai a sentirti in colpa, dopo che hai scopato anche con tuo fratello?”
Non rispondo e lei infierisce: “Tu, grandissimo troione?”
Poi glielo racconterò dal vivo.

Spengo il cellulare, e la luce.
Rifletto: “Mescolare tre parti di una noiosa ricerca da completare e due di un’amica troia con una parte di un nipote già troppo cresciuto, versare nel fiume, e – voilà! – ecco a voi: io, la zia cattiva."

La verità è che molto tempo fa ho cambiato vita, ma il sapore in bocca è lo stesso. Sono sempre io.




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