“Ok, metto a verbale. Io invece penso di poter prevenire le tragedie.”
Dico:
“Sicuramente puoi farlo.”
Mi esce una mezza risata isterica, ma lui va avanti per conto suo.
“E posso anche regalare alle persone una vita ricca e felice, devono solo fidarsi di me. Compri quello che ho detto?”
Resto in silenzio per un lungo momento.
“Di’, la tua vita non è più ricca e felice ora che sei qui con me?”
Se penso a Chiara, a Francesco, ad Andrea... mi viene naturale rispondere:
“Sì, è stato un bene rifugiarsi in questa tana di topi.”
“Mi piace che mi chiami topo. Tu non hai paura di morire.”
Una volta mamma leggeva in chiesa: – Tra i pensieri delle visioni notturne, quando un sonno profondo cade sugli uomini, io fui preso da timore e da tremore...
“No, non volevo...”
In questo preciso istante Lori urla nella mia testa. Fuori è freddissimo, ma al tatto le mie labbra sono caldissime.
“È solo che ieri...”
Non mi fa finire.
“Nella vita che facciamo noi, ieri non significa niente. Conta solo come stai oggi.”
Mi fa male la testa.
“Hai ragione tu, certo.”
“Se Lori non si mette a lavorare, mi toccherà farci un pacchetto di legno e rimandarla ai genitori. Credimi, lo vogliono anche loro.”
La testa mi scatta verso lo specchietto. La mia faccia è bianca e le mie orbite mi sembrano vuote.
“Intendo...” Il suo dito indica Valjet, Marina e Nadia, che mi aspettano. “Queste cagne svitate, non i genitori di Lori. Tu non le conosci ancora bene, ma loro per prime pretendono che io abbia una facciata.”
Fuori dalla macchina, tutto è grigio. Un orizzonte grigio, ma non grigio nebbia. È un grigio piombo.
Dico: “Ok, è tutto come dici tu.”
“Tu le conoscerai meglio e poi ti fiderai di me.”
“Ma io mi fido di te anche adesso.”
La penna gli è scivolata dall’agenda ed è finita accanto alla mia scarpa.
“Questo è meraviglioso, allora lasciami lavorare. E io lascio lavorare te.”
Da qui, la borsetta rotonda di Valjet, nella luce grigia, sembra una perla bianca piena di graffi.
“Ok, allora io vado.”
“Vai, ci vediamo stasera.”
Allora salto fuori e in un attimo sono accanto a Valjet, mi metto proprio davanti a lei.
“Fa troppo freddo, Angela.” Dicendo così mi abbraccia.
Niente, in tutta la giornata di oggi, mi ha mai fatto sentire così bene.
Il sole è bianco e sta immobile, sembra bloccato da un’eternità in mezzo a due nuvole. Il tempo sta scivolando a una velocità di quattro clienti all’ora oggi. Scivola più veloce del solito verso il disastro.
Nadia gioca col solito ciondolo a forma di cuore dorato che le ricade sul petto, e così mi ricordo della collana che le ho portato.
Le passo la scatola e lei, dopo averla aperta, ci infila quasi il naso dentro e dice: “Angela, è questa tua madre?”
Stavo studiando gli stivali che porta Irina, che arrivano alle cosce, pensando che è un’ottima idea e che devo procurarmeli contro questo freddo. Mi giro verso di lei: “Mia madre?”
Lei mi indica la foto nell’ovale dentro la scatola e io sgrano gli occhi perché proprio non me ne ricordavo.
Effettivamente, nella piccola cornice argentata c’è la sua faccia con la caratteristica smorfia, e tra le sue braccia c’è una me in miniatura che doveva appena aver fatto un bagno.
Alla fine dico: “Sì. È lei.”
Irina sta sbirciando la foto: “E quella cosa arruffata in braccio a lei, sei tu?”
Mi viene da ridere: “Sì. Adesso mi ricordo, questa scatola era una bomboniera del mio battesimo.”
Siccome si avvicina una macchina, Irina punta il dito sul naso di Nadia: “Mettila via, che ce la rubano.”
Dentro la macchina c’è un cane che abbaia e la musica a tutto volume.
Nadia chiude di colpo la scatola di mia madre, così non la vedo più, e la infila nel bordo del suo stivale destro. Sono un tantino perplessa, ma non riesco a chiedere spiegazioni perché la macchina se la porta via.
Col pacchetto di sigarette che Irina mi ha messo in grembo, mi giro verso Marina e chiedo: “Ma perché non l’ha messa in borsa?”
Marina si tocca l’orecchio, ancora infastidita da quella musica a palla che si è appena allontanata.
“’Sti zingari.”
Si sta richiudendo la camicetta un’ennesima volta. “I bottoni di questo straccio sono troppo consumati.”
E io dico: “Ho freddo alle gambe, voglio i vostri stivali.”
Lei fa: “Appena torniamo a casa fallo scrivere a Nadia nella lista della spesa. Venerdì deve tornare Sufìan a portare anche le sigarette di Ditmir.”
Giusto, ho ancora in borsa il biglietto da visita del logistico dell’inferno, ma l’avevo dimenticato.
“Perché Nadia non s’è messa la mia collana in borsa?”
Marina si tira il tessuto sul seno per controllare la tenuta dei bottoni. “Poteva anche metterla in borsa, tanto alla fine non saprai mai se hai fatto giusto.”
Un camion fa tremare l’asfalto sotto le mie scarpe. Marina non mi guarda.
“Uno però ci prova sempre a nascondere le cose preziose. D’inverno noi mettiamo la maggior parte dei soldi e tutto quello che può essere rubato in caso di rapina dentro a questi stivali. Fallo anche tu.”
Dico: “Va bene.”
La sua unghia gratta sul secondo bottone.
“Ma lascia sempre una cifra come centocinquanta euro nella borsa. Noi la chiamiamo esca. Un ladro che non trova proprio niente da rubare può diventare molto pericoloso.”
Dico: “Ok, metto a verbale.”
Marina sorride. “Mettilo a verbale e mettici anche che, se ti rubano i soldi, tornare a casa può diventare molto pericoloso. Quindi fai sempre attenzione.”
“Sta tornando Valjet.” Le dico: “Come torniamo a casa provo a chiedere se puoi venire con me.”
E lei mi si fa più vicina: “E dove andiamo?”
“A una festa di beneficenza con mia madre, contro la violenza sulle donne.”
Qui, sulla soglia del vuoto, con i motori che sporcano l’aria e ci coprono le voci, mi urla: “Ma perché vuoi morire in questo modo?”
“Mica gli dico l’oggetto dell’evento.”
E lei urla più forte: “C’è sempre la possibilità che tu muoia.”
Controllo l’ora e rimetto il telefono in borsa. Sono quasi le sei.
“Valjet, dimmi qualcosa che non so.”
La nostra macchina sta rifacendo il giro. Come sempre a quest’ora, i miei occhi si piazzano dentro a quelli di Dasho. Irina e Nadia stanno tirando fuori rotoli di banconote dal bordo degli stivali.
Adesso il cielo è blu scuro e la luce dell’ultimo sole è radiosa in ogni direzione. Il sole è sopra le nuvole, e questo è uno splendido giorno.
Anche i miei soldi si riversano nella sua mano, lo stereo canta coprendo le urla di Nadia che parla al telefono standomi in braccio, il ticchettio della penna di Redian.
Me ne sto ferma, sopportando il peso leggero di Nadia e la pressione del corpo di Irina alla mia destra, a contare i miei battiti, resistendo all’impulso di trattenere la mano di Dasho con la mia.
La distanza è breve ora tra noi e il bar di Luciano. È la tabella di marcia di ogni giorno, sembra la mappa del mio tempo, l’itinerario per il resto dei nostri giorni. Niente ti indica meglio di una strada la linea retta da qui alla morte.
Il naso di Irina mi tocca la guancia: “Ma che pensi sempre? Non parli mai.”
Dico: “Sto pensando di nuovo a mia madre, a quanto poco secondo lei farò in questo mondo.”
Siamo arrivati.
Irina è già scesa con un piede solo: “Allora speriamo nel prossimo.”
E io parlo come da sola: “Penso a quella squisita cena che vuole offrire stasera. Ai fiori freschi e ai sorbetti che farà portare dopo aver parlato ore di persone come noi, senza sapere che sono come voi, e penso al fatto che nessuno se ne fregherà niente di tutto questo.”
Irina tiene la mano sulla portiera e sulle palpebre le scintillano il verde e il blu che sembrano infarciti di migliaia di stelline luccicanti.
“E poi stavo pensando a mamma che leggeva in chiesa: ti sei stancata per il tuo lungo cammino, ma non hai detto: ‘È inutile!’. Hai trovato come ravvivare la tua forza, perciò non ti sei arresa.”
Le palpebre di Irina si aprono e si chiudono. “Sì, le speranze sono dure a morire purtroppo. Soprattutto per te che ancora ci credi, povera fessa.”
Il telefono di Redian squilla ma lui si gira verso di noi: “Perché non vi date una mossa?”
E Irina dice: “Ci sei cascata coi piedi legati.”
E lui urla: “Ma dove?”
Irina lo supera e arriva al portone: “Nella favola del salvatore.”
E lui urla insieme al telefono: “La favola di Gesù Cristo? Anche io credo alla favola di Gesù Cristo.”
Le scale si allungano davanti a me e le loro voci si abbassano, rimbombano sul pianerottolo.
La cucina è rossa di tramonto.

