Nadia si è già fatta la doccia e i suoi capelli sono sempre bagnati.
“Ti ringrazio per quella collana”, mi dice, trafficando nel frigo.
“Di niente, non me la metto mai.”
“Anche se non avrò chissà che occasione di indossarla, visto il modo in cui vivo.”
“Verranno giorni più facili.” Lo dico, ma non ci credo.
Lei sta iniziando a preparare la cena. “A volte è difficile anche impanare una cotoletta di vitello, per il modo in cui vivo.”
Le tengo la carne con due dita mentre lei la sbatte. Mi squilla il cellulare. È Matteo.
“Per me è sempre più difficile mantenere la calma ogni volta che qualcuno chiama e mi incasina le cose.”
Nadia sospira: “Succede spesso?”
“Praticamente tutti i giorni in questo periodo.”
Nadia dice: “Rispondi.”
Matteo deve essere ancora in ufficio, sento una segretaria che gli chiede se vuole fare una pausa.
“Mi ha chiamato tua madre, vuole che andiamo alla sua festa delle bigotte stasera.”
“Lo so, ha chiamato anche me.”
Matteo sta succhiando qualcosa, sarà un succo di frutta.
“Ti offendi se non ci vengo? Domattina mi devo alzare prima e tanto mi annoio sempre.”
Veramente, è un colpo di fortuna.
“Ci mancherebbe, non ho voglia nemmeno io.”
“Mi spiace farti andare da sola.”
“Mi porterò un’amica, se si libera. Tranquillo.”
“Va bene, se riesco passo alla festa di tua madre solo per cenare.”
“Io vedo, se si libera la mia amica vengo direttamente con lei.”
“Ok.” Sento una ragazza che lo chiama da dietro.
Mi chiedo se abbia ancora fiducia in me.
Lascio la carne di Nadia. “Vado a chiedergli se Valjet può venire con me.”
Al suo solito posto non c’è. Valjet mi passa davanti con un asciugamano nei capelli.
Dico: “Dov’è Dasho?”
“In camera mia, manco mi posso andare a vestire.”
“Perché?”
Valjet alza le spalle. “Non lo sa nemmeno lui che cerca, va dentro l’armadio, sposta la roba e io trovo sempre il cuscino che sa di resina dopo che ci si è messo sopra.”
La porta è socchiusa. La spingo mentre il mio cuore perde i battiti.
1, 2, 3...
“Vieni.”
Non sono entrata io. È la sua voce che mi ha tirato dentro.
Guardo la finestra in fondo alla stanza, il giorno è di là dal vetro. Nel riflesso vedo una me magra come mia madre. Nuova, virtuosa, divina Santa Angela.
E io non ci sono più.
Dico: “Ciao.”
Lui dice: “Ci siamo salutati prima.”
Mi siedo accanto a lui. Il cuore trema dentro.
Lo guardo sollevarmi la gonna. Le sue mani cercano qualcosa.
Le mie cosce si aprono prima che io possa deciderlo.
Dico: “Mia madre mi ha chiesto di accompagnarla a una festa, ma non voglio andarci sola. Faresti venire Valjet con me?”
“Ma tu non hai un’amica normale?”
“Ne avevo molte, ma poi loro hanno fatto figli e io ho perso le amiche.”
“Va bene, prendi la culona. Forse, se la porti in mezzo alle signore, mi ritorna meno grezza.”
E io dico: “Benissimo.”
Quest’uomo mi ha puntato una pistola alla nuca e ora mi presta una prostituta coi capelli viola. Cos’altro potrei chiedere per far fare una splendida figura alla dottoressa Di Cielo?
Sento una fitta nel petto, ma non ricordo cosa significa.
Siccome non mi muovo, lui si strappa di dosso il giubbotto di pelle e lo getta via. Gli occhi mi cadono attorno a una catenella nera avvolta intorno a uno degli stivali di Valjet.
Mi stendo sulla schiena. Le sue mani passano sul mio petto, fanno saltare i miei seni fuori dal tessuto del reggiseno. Alla mia faccia basta guardarlo per far di tutto pur di farlo entrare. Sicuramente in questa distruzione della mia resistenza c’entra anche la mia decisione di provare a fumare l’erba magica per stabilire un legame con Irina.
La sua mano destra si chiude intorno ai miei polsi. Tutto il suo peso si sposta sopra di me, mi preme le costole fino a bloccarmi i polmoni. Il suo viso è allineato al mio, inclina la testa di lato e la sua bocca si fissa sulla mia, ma la curva del suo naso e la sua guancia mi schiacciano le narici.
Tento di tirare su aria, ma non c’è spazio. Sento solo il sapore dell’alcol, il taglio sul labbro e il petto che si contrae nel vuoto. Mi accelera il sangue, lo sento pulsare dietro le orecchie.
Il petto fa un altro sussulto disperato, si contrae cercando un respiro che non c’è, e quel movimento mi fa stringere ancora di più contro il suo corpo. Sento la mia ferita battere sulla sua lingua.
La luce del tramonto sta diventando bianca.
Le mie dita nei suoi polsi cedono, sono intorpidite e io sto fluttuando a un millimetro dal nero.
Un attimo dopo si scosta.
La testa mi gira nel caldo di questo letto, mentre la luce della tapparella mi ferisce gli occhi a flash.
Tossisco contro la sua spalla, con le dita deboli sul lenzuolo e le cosce che tremano ancora per la scossa.
Appena lo sento entrare dentro di me, il mio corpo si spinge verso il punto d’incastro più profondo, in cui i miei muscoli interni si richiudono di scatto intorno a lui, spegnendo ogni mio pensiero negli occhi blu.
Sotto il ritmo del suo corpo mi sento ora precipitare, ora risalire, ora scendere lentamente. Assecondo l’andirivieni, mi sollevo e mi deposito sullo strato delle lenzuola stropicciate che mi graffiano la schiena.
Il letto si muove insieme a noi.
Chiudo gli occhi.
Il solito schiaffo mi risveglia.
“Guardami.”
Apro gli occhi.
“Fai sempre gli stessi errori.”
Le sue mani spingono sulle mie cosce, sento le gambe perdere sensibilità. Solo in questi minuti, quando il mio corpo smette di essere mio, qualcuno mi vede e qualcuno esiste insieme a me.
Una scarpa mi si è slacciata, mi scivola dal piede, cade atterrando accanto allo stivale di Valjet. Sfrego il piede nudo contro il suo polpaccio, affondando le dita nella sua pelle. Ripetutamente lui la sfila e riaffonda, sfila e riaffonda.
“Com’è questa storia che ti ricordo tua madre?”
Stavo per finire. “Cosa?”
“Me l’ha detto Irina.”
— Oh, penso, — non è possibile.
Il suo intero corpo mi schiaccia un’altra volta.
Dico: “Mia madre era una grande stronza.”
I suoi denti affondano nella mia spalla. Forse devo rassegnarmi al destino che mi attende: essere masticata e ingoiata, le mie ossa finiranno per magia in un pacchetto di legno, come quelle di una gallina.
Stringo i denti. La bocca urla da dentro, il taglio si tende sul labbro e minaccia di spaccarsi di nuovo.
“Mia madre distruggeva tutto quello che toccava.”
“Mia madre vinceva sempre.”
Come te, penso.
Il suo respiro si accorcia. “Ma è morta?”
“Più o meno. È viva, ma è la bambola assassina.”
Continua a spingere, ma con un sorriso in mezzo all’affanno.
“L’etichetta”, continuo, “diceva che era in grado di uccidere qualsiasi cosa.”
Dasho mi fa girare. Mi afferra i fianchi.
“Naturalmente”, proseguo cercando di guardarlo, “siccome mio padre non aveva l’abitudine di leggere le etichette prima di buttare la roba nel carrello, non se n’è accorto prima di concludere il suo acquisto per la vita.”
Adesso lui ride veramente e io vengo seguendo il ritmo del suo respiro nelle mie orecchie. Un attimo dopo si rilascia nel mio corpo. Sento un brivido tra le scapole. La sua mano è sotto la mia testa. Mi sollevo, lui intreccia le dita con le mie.
Le sue mani diventano leggere.
Resto nel letto di Valjet mentre lui si riveste. Guardo i segni rossi lasciati dalle sue dita sulle mie cosce.
“Mia madre ottiene sempre quello che vuole. Lo fa da tutta la vita.”
— Sempre come te.
Ma non lo dico.
Recupero la mia scarpa.
“Non ho mai vinto con lei.”
Mi risponde, ma guarda sé stesso in uno specchio inchiodato alla parete.
“Allora la devo ringraziare.”
Lo guardo.
“Sul serio?”
“Certo.”
Anche lui si gira a guardarmi.
Dico: “Vuoi conoscere mia mamma?”
“Certo. In un’altra vita. Adesso tirati su.”
Ogni volta la mia faccia nel vetro dice: “Stavolta no.” Ogni volta ho torto.
“Ok. Dammi un bacio prima.”
“Alzati.”
“Ma non mi hai pagata.”
Si gira a guardarmi un’altra volta.
“Io soldi alle donne non ne do, li prendo. Per quanto tu possa essere dolce con questo cazzo. Ma adesso inizi a ragionare come una troia vera.”
Si avvicina e si china sulle mie labbra. Sorrido, ma lui cambia direzione. La sua bocca mi si stampa in mezzo alle gambe. Mi sembra che la bottiglia mi sia arrivata in testa per davvero.
Avrei giurato che non si sarebbe mai abbassato nemmeno a guardare.
“Adesso alzati.”
Le voci di Valjet e Nadia vengono dalla camera di Jasmin, anche Marina è qui. Almeno ho una cosa bella da dire a Valjet.
Si tira su dal cuscino appena mi vede.
“Avete finito di farvi i cazzi vostri sul mio letto?”

