Dico: “Sì, puoi venire con me stasera.”
Lei sale in piedi sul letto di Jasmin e si mette a cercare qualcosa nel mobile a muro lì sopra: “Strepitoso.”
Nadia lascia cadere la mia scatola sul letto: “Davvero. Ma dove la porti?”
Sussurro: “A una raccolta fondi contro la violenza sulle donne.”
Marina trattiene le risate, le guance le diventano rosse.
Restiamo sedute in silenzio mentre Valjet continua a frugare. Marina sta giocando con l’accendino di Irina che non si vede. Mi chiede: “Tutto bene?”
Rispondo: “Sì”, cercando di sembrare calma. Le prendo l’accendino dalle mani e faccio divampare la fiammella due, tre volte.
“Sei nervosa?”
“Irina è andata a dirgli di mia mamma.”
Marina si appoggia alla spalla di Nadia.
“Ti avevo avvisata.”
Valjet ha trovato e fatto esplodere un sacchetto dorato: una pioggia di caramelle Rossana mi cade in testa e tutt’intorno.
Lei salta giù:
“Le mangiavo sempre da piccola.”
Ne spinge una ancora incartata nella mia bocca. Succhio e sputo la plastica. Ha troppo zucchero, ma per un attimo spazza via l’amarezza.
Marina le raccoglie e le mette in una bolla di vetro.
“Irina non lo fa per cattiveria. E anche se non vuole… gli dice sempre tutto. L’hai vista in camera sua quella bella farmacia, no?”
Dico: “Sì.”
“Se vuoi sapere qualcosa da Irina, le togli la droga. Dopo due giorni si contorce e ti racconta tutto.”
Ho capito. O almeno credo.
Qui tutto sembra qualcosa che non è.
Io non sono quello che sembro.
Nemmeno Marina.
Nemmeno Irina.
Nemmeno quella cucina.
Mi volto verso il corridoio sentendo un rumore.
Quello che sembrava un altro film idiota a tutto volume dalla casa del vicino è in realtà Lori, che ricomincia a piangere di brutto.
“Adesso rinizia a urlare”, dice Valjet, “meno male che stanotte non la sentirò.”
Marina mi prende un polso: “Posso venire con voi? Non ho intenzione di stare qui ad ascoltarla lamentarsi.”
Sento un tic e mi giro di scatto.
Redian è entrato e ha appoggiato una bottiglia di vetro sul comodino.
“Nessuno la sentirà più lamentarsi dopo stanotte.”
È venuto a infilarsi tra di noi. Il materasso affonda ancora di più. Nadia si sposta di poco.
“Ti dispiacerebbe lasciarmi dare un’occhiata a quella scatola?”
Lei si alza e, mentre si riveste, le sue spalle si abbassano sempre di più. Sembra avere cent’anni e il suo corpo minuto è il contenitore di una tristezza infinita.
Gli dà l’astuccio e guarda alle mie spalle.
“Non è roba mia, è di Angela.”
Lui sfila il coperchio e dentro sfiora la foto di mia madre. La collana non c’è e capisco che queste ragazze sono molto più veloci di me a far sparire le prove del crimine.
Mi sembra che stia studiando gli angoli smussati della scatola e quelli acuminati degli zigomi nella foto, e allora dico:
“È mia madre.”
Lui la richiude.
“Non mi sembra che ti assomigli molto.”
Dico: “In effetti, io sono molto più simpatica.”
“Non è un dottore?”
“Sì, con un ego enorme.”
“Mi piacciono i dottori, quelli che non vogliono morire cercano sempre il loro permesso per continuare a respirare.”
Penso a quello che mi ha detto Dasho prima.
“La mamma mi ha fatto diventare una troia.”
Redian rimette la scatola in mano a Nadia.
“Lo sa che mi ha dato una gioia?”
Appena se ne va, Nadia estrae le perle da sotto la coperta. “Andiamo in cucina. Ho lasciato la caffettiera sul fornello.”
Irina la sta spegnendo.
Quella musica bassissima che ho sentito oggi al telefono si è accesa di nuovo e pure le luci della città si stanno aprendo come tantissimi piccoli occhi.
Un basso pulsa contro la parete della cucina, arriva dritto dall’appartamento del vicino, quella cantilena francese tenuta a volume bassissimo mastica sempre le stesse parole.
Batte con la regolarità di un tergicristallo sotto la pioggia, ha il ritmo di Irina quando cammina stanca sul marciapiede.
Redian è seduto accanto a me. Ha gli occhi incollati sul display del telefono. Il suo pollice continua a fare su e giù, ingrandendo e rimpicciolendo le linee stradali verdi di Google Maps. La luce azzurrina del vetro affila le sue spalle.
“Che fai?”
La mia voce passa sopra alla musica francese.
“Cerco un palco adatto.”
“Un che?”
“Un palco adatto.”
Devo avere una domanda in faccia, le sopracciglia si stringono da sole.
“Per il mio numero di magia. Conosco mille e una magia per incantare queste serpi.”
Quando solleva la testa, lo schermo del telefono si spegne e i suoi occhi rimangono l’unica cosa luminosa in cucina, a parte la lampadina gialla sopra le nostre teste.
Si muove verso destra, indicando la camera di Lori.
“Loro parlano sempre troppo. Tu invece ascolti bene.”
Adesso sta di nuovo scorrendo mappe stradali.
Dal corridoio non arriva nessuna voce, solo il rumore di qualcosa che all’interno della stanza sta sbattendo con violenza contro il legno della porta, ritmico, disperato. La fitta nel petto mi brucia di nuovo.
La cantilena francese continua a sussurrare. Irina si appoggia al frigo.
Senza accorgermene ho posato il braccio sopra l’agenda nera.
E lui lascia perdere le mappe stradali: “Lo sapevo, mi stavi parlando solo per fregarmi.”
“Cosa?”
“Sì, tu vuoi mettere le mani sul mio libro di incantesimi, per sapere tutti i miei segreti e poi prendere il controllo.”
“Che?”
La faccia mi brucia. Ora è arrivato anche Dasho. Redian mi sfila l’agenda da sotto il polso. “Non riuscirai mai a prendere il mio libro, non riuscirai mai a dominarmi.”
Dico: “Devo tornare a casa.”
“Tutte le volte che sto qui io tu hai fretta.”
Guardo Irina che se ne sta andando verso la sua camera, lei vacilla, lei è nel vuoto.
“Io? Ma no, che dici? È solo che mi sono ricordata di non aver portato nessun vestito per Valjet.”
Sta tirando fuori qualcosa dalla tasca.
“Troverete un vestito in una casa dove abitano sette femmine.”
Dasho ha tirato giù dalla credenza un piatto nero, Redian mi mette quel sacchetto nel palmo della mano.
“Guarda Angela, non devi avere paura di me. Questa è polvere magica e io dico sempre la verità.”
Dasho si è seduto dall’altra parte.
“Da nessuna parte sarai mai più al sicuro che qui dentro con noi. Può succederti di tutto là fuori, per esempio mentre vai a fare la spesa.”
Mi gratto il collo e lui parla senza vedermi: “In questo condominio tutti gli inquilini sono imbroglioni. Fuori di qui sono tutti imbroglioni, allo stesso modo. Però non lo sai perché fanno finta di essere brave persone.”
Il bianco della polvere spicca sulla ceramica nera.
“Tu hai paura che io possa fare qualcosa di male a qualcuno, a Lori forse. Ma questo non può succedere, perché non sarebbe logico. In questo condominio nessuno fa niente per niente e senza logica; fuori di qui la gente non fa niente per niente, ma in più fa cose senza logica.”
Sta arrotolando venti euro in una cannuccia fine. Ora è arrivato anche Ditmir e Dasho urla: “Irina, vieni.”
Arriva anche Irina. I nostri occhi si incontrano. Osservo come si accende il suo sguardo quando vede quel piatto. Provo una pena infinita, anche se ha bevuto le mie parole e le ha sacrificate per questa roba.
Redian guarda lei e parla con me.
“Io non sono uno stupido, nessuno di noi lo è. Lo stupido è tante volte più pericoloso del cattivo.”
Francesco passa nella mia testa, ma non si ferma.
Il piatto è arrivato davanti a me. Dasho mi passa quella cannuccia di carta azzurra.
Ho finito le scuse anche qui, non so che dire.
La voce di Emma Peters dietro il muro prega di non ricevere un male, non c’è nessun posto dove scappare. In effetti, sono una clandestina anche a casa mia.
Redian apre di nuovo quel sacchetto di plastica.
“Non devi preoccuparti, te l’ho appena detto. Quella non è tagliata con niente, è magia pura, fidati di me. L’erba è per le puttane che devono andare a lavorare…”
I miei occhi seguono la linea scura dei cerchi dentati sulle sue dita che fanno strisce con un codice fiscale.
“L’eroina è per quelli che sono in lista.”
Dico: “Quale lista?”
“La lista d’attesa per andare al cimitero. La cocaina, invece, è per le persone sveglie e intelligenti.”
Solleva il piatto che resta all’altezza del mio naso. Questa roba prenderà tutta la famiglia.
Guardo la sua mano: ha le dita lunghe e pallide, e gli ingranaggi che ci sono tatuati sopra girano a vuoto nella mia testa. È un meccanismo che mi sta stringendo i pensieri.
Di là prosegue quel loop sintetico, la musica è oscura e ciclica, pulsa costantemente in basso. Non cambia mai accordo, allora dico: “Mi hai convinta.”


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