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Erotika
La lunga notte · Cap. 18
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Capitolo 18 di 21 41 min di lettura

Principessa di giorno, troia di notte

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
1 mese fa · 574 letture · 1

Invece mi risponde l’interno VIII — ruffiani e seduttori.

La voce di Redian mi squilla nell’orecchio prima del mio telefono personale, che ho lasciato sul tavolo di là.

“Amore, che è successo?”

“Senti, passami Dasho.”

“È urgente? È andato a portare…” Prima che io risponda dice: “Ah no, eccolo qua.”

La mia faccia nello specchio dice: Interno I — violenti contro la vita e i beni altrui.

“Dimmi.”

“Senti, volevo sapere se posso portare qualche aragosta lunedì, pensavo che…”

“Aragoste per chi?”

“Perché le voleva Valjet.”

Il telefono ride.

“Le porto o no?”

“Portale, se ha ordinato la principessa.”

Torno in cucina.

Una vecchia con due belle perle alle orecchie saluta dallo schermo: “Bentornati, carissimi e carissime… per prima cosa mettete su un’assicella di legno l’aragosta, legate la coda con spago da cucina, poi piegate le antenne sul guscio e legatele.”

Il mio cellulare lampeggia.

“Tenendo l’aragosta con la pancia verso l’alto, praticate due incisioni parallele lungo i fianchi.”

Francesco!

Il video scorre: “Preparate la gelatina…”

La farò col suo cervello. Rispondo: “Che vuoi?”

“Sono le tre, si dorme bene laggiù, vedo.”

Ripeto: “Cosa vuoi?”

“Chiederti il piacere di fare altra beneficenza, mi dispiace di essermi perso quella di ieri. Mi hanno detto che quest’anno tua madre, il giorno dei Morti, non organizza la messa con l’associazione Sant’Eustazio. Ha preferito occuparsi di quelle come te, si vede che qualcosa ha capito. Ma giuro che ho detto solo che lavori, non che lavoro fai.”

Mia madre collabora ogni anno per fare, il giorno dei Morti, una messa in una comunità per malati psichiatrici. Io non ci vado da anni, ma quand’ero più piccola portavo i fiori, i dolci, qualche rosario. Mamma raccoglieva le offerte, a volte coordinava i volontari per mettere su il rinfresco. Al cimitero non ci andavamo mai, lei diceva che è meglio portare fiori a quei morti che non riescono a vivere.

La nonna sullo schermo dice: “Staccate quindi la membrana, sollevandola dalla coda verso la testa: con un taglio, incidetela all’altezza di quest’ultima e asportatela.”

Dico: “Tagliati la gola.”

Francesco gracchia: “Che guastafeste che sei, ti devo anche raccontare di Parigi. E poi lì c’è ricoverato un mio caro amico.”

Dico: “Ammazzati.”

“Andiamoci oggi pomeriggio.”

“Ma che dici? C’è mio marito a casa.”

“Oh, trovi tante scuse per fare la battona con le tue amiche di notte, per farla una volta con me non puoi trovarle?”

La nonna dice: “Con molta attenzione introducete un coltello…”

Non devo essere gentile.

Dico: “Buttati a pancia in giù su una spada katana.”

Lui grugnisce: “Allora dirò anche dove lavori…”

E io dico: “Buttati in un pozzo.”

Sento una risata di disprezzo: “Lì ci lavora anche la compagna di un avvocato che sta da Matteo, l’hai conosciuta ieri notte penso, ma lavora stasera. Se facciamo troppo tardi la incontri pure…”

“Non mi interessano i tuoi amici.”

“Strano, perché se tu facessi la troia per passione dovresti essere felice del mio aiuto, ti trovo i clienti, ma ci deve essere qualcos’altro.”

“C’è un insetto nel mio telefono.” Faccio per riattaccare.

“Non mentirmi. Noi siamo amici, voglio aiutarti. Voglio sapere che cosa è successo. Perché non me lo dici e basta? In ogni caso, capirò.”

Dico seccamente: “Porca puttana, non ti racconterò mai cosa è successo. È troppo personale e nessuno potrebbe capire. Adesso lasciami in pace.”

“L’orario di visita comincia alle quattro laggiù, vengo a casa tua tra poco.”

Dico: “Io vado, devo comprarmi le aragoste.”

“Sei proprio una regina. Vengo alla pescheria allora, dimmi dove.”

Vado su e giù per il corridoio. Non riesco a fermarmi, torno in cucina. La nonna ha infornato l’aragosta. Ho l’impressione di soffocare. Sento la porta di sotto aprirsi, è arrivato Matteo.

Riattacco.

Matteo entra sorridente.

La nonna ancheggia verso la porta di una credenza: “Sentite che profumino. Io la servo sempre col Vermentino di Sardegna, ma voi potete scegliere qualunque vino bianco fresco, minerale oppure uno spumante metodo classico.”

Matteo si sfila sciarpa e cappotto. “Ho un’oretta di pausa, poi torno in tribunale.”

“La parte commestibile di un’aragosta non è solo la coda ma anche tutte le polpine che si trovano nelle zampe e nelle chele.”

E Matteo dice: “Oh! Hai ricominciato a guardare qualche ricettina!”

E ci diamo un bacetto.

Lui cerca nel frigo qualcosa di già pronto.

“A che ora sei tornata stanotte?”

“Non me lo ricordo di preciso.”

“La festa di tua madre è finita bene?”

Nel mio cervello c’è un lotto industriale buio e lo sguardo doloroso di una ragazza, e quelle fasce gialle che le avevano lasciato una ragnatela di lividi sui polsi, sul ventre, sul petto. E ancora più vivido è il ricordo del mio climax selvaggio pochi minuti prima, sotto quel palazzo.

Abbasso il volume del PC: “È finita coi cannoli.”

“Per noi non hai preso dolci oggi?”

“Mi sono svegliata poco fa.”

Matteo tira giù dalla credenza il vino che ho aperto stanotte.

“Mi sembrava nuova questa.”

Continuo a seguire la vecchia cuoca sullo schermo.

“Avevo sete, l’ho bevuta io stanotte.”

La faccia di mio marito ha una luce strana: “Avevi voglia di bere dopo tutta la notte passata a bere?”

“Sì.”

Il naso di Matteo torna nel frigo: “Su certe cose ha ragione tua madre.” Viene a tavola col resto di quella pasta che ho mangiato anch’io. “Bevi tanto ma non mangi niente.”

La nonnina sul PC saluta e manda un bacio, augurandosi di rivedere i suoi follower alla prossima. E ci invita a lasciare un commento, magari per farle sapere com’è venuta la ricetta.

Dico: “Infatti sto studiando ricette nuove per mangiare meglio.”

Matteo si guarda intorno: “Il succo di frutta è finito?”

“Non lo so.”

Ci rinuncia. “Stai tutto il giorno a casa e non sai niente di questa casa?”

Metto via il PC: “Ma che cerchi oggi, vuoi litigare?”

“No, ma non capisco perché non spendiamo quasi niente. Sembra che tu a pranzo non mangi mai. C’è tutto quello che c’era due mesi fa nella credenza. A parte il vino.”

“Non voglio diventare una barca come tua sorella.”

“Ci ho fatto caso anche io ieri sera. Marta non era in forma.”

Mi guardo un momento la vestaglia, non so perché controllo le tasche. Sono pulita, ma una tensione fastidiosa mi gonfia il petto.

Matteo ha finito di mangiare: “Mi fai il caffè?”

Poggio le mani sul tavolo, le gambe mi vengono dietro controvoglia. Mentre gli do le spalle dice: “Davvero stai lavorando?”

Ho rischiato di far cadere il piccolo vassoio con tutte le tazzine. Stanno ancora tremando sull’argento quando Matteo si gira di scatto, e io mi giro a mia volta con una mano che mi si pianta su un fianco: “Come scusa?”

“Ieri Marta mi ha detto che Chiara le ha detto che Francesco ha detto che non siamo andati in Francia perché tu lavori.”

“Sì. E avevo detto a Chiara di non parlarne prima che te lo dicessi io, ma ha la bocca molto aperta. Eppure ci sarebbero tremila modi in cui potrebbe usare meglio la lingua.”

“Perché ti incazzi?”

“Perché non lo so, comunque sto lavorando sì. Ho passato tantissime giornate a riprendere la mano con il greco in biblioteca.”

“Ti piacciono le tragedie, mi ricordo…”

Riempio la caffettiera. “Mi sono sempre piaciute e mi piacerebbe tornare all’università e finire. Mi mancavano pochissimi esami.”

Matteo butta il tovagliolo sul piatto, lo sa quanto mi fa incazzare perché il pomodoro non se ne va facilmente da questo lino. E allora lo prendo e lo metto subito sotto il getto nel lavandino.

“Oggi mi tocca dire due volte che tua madre ha ragione. Tu non fai mai i passi avanti, solo i passi indietro fai.”

Ora il PC tace e dalla finestra aperta non si sente niente, nemmeno un’anima. Dopo tutte le settimane trascorse fuori di qui, mi ero dimenticata quanto può essere angosciante questo silenzio. Apro il rubinetto per sentire il rumore dell’acqua. Ho quasi cancellato la macchia dal tovagliolo.

“Datevi ragione a vicenda, io ho deciso e io ci vado.”

“Vacci, così diventiamo vecchi senza figli.”

“Ma che c’entra questo?”

“Che se facessi come hanno fatto tutte le tue amiche, il tempo per pensare a come perdere il tempo

non lo avresti.”

Mi volto e resto immobile.

Anche lui sta fermo.

“Chiara si è laureata allattando, niente mi impedisce…”

“È organizzata, non si sveglia alle due e tre quarti come fai tu.”

Chiudo il lavandino con una botta che non volevo dare.

Dico: “Tu quando torni alle quattro del mattino ti alzi alle sette?”

“Ma io non torno alle quattro del mattino.”

“Va bene.”

Il lavandino gocciola.

La sedia si sposta, stride sulle piastrelle: “Lo prendo a studio il caffè, se devo stare qui a sentire queste cazzate è meglio che lavoro.”

E io il mio lo bevo lo stesso: “Che cazzate ho detto?”

Lui si sta allacciando la sciarpa. “Ma non lo so. Bevi, non mangi, vai a cercare modi per comportarti come quando avevi vent’anni. Io non ci capisco più niente.”

“Non c’è niente da capire, tu lavori, io voglio studiare, che è un reato?”

Il nodo della sciarpa gli è venuto male, gli tremano le mani. “E chi paga?”

Penso a tutte le buste di quattrini che ho nascosto sotto i cappotti nell’armadio. Non è tanto male avere lo stipendio, anche se le condizioni di lavoro lasciano molto a desiderare e non abbiamo il sindacato.

“Guarda che mia madre, che all’improvviso ti piace tanto, ha più soldi della tua. Sono stata sempre una principessa io, e comunque non le ho fatto spendere un centesimo perché ho vinto sempre le borse di studio.”

Prima di andare avanti…

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