Vai al contenuto
Erotika
La lunga notte · Cap. 18
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 18 di 21 41 min di lettura

Principessa di giorno, troia di notte

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
1 mese fa · 574 letture · 1

Matteo finge un’emicrania. “Non ce la faccio più, a studio ci sta quella scimunita che ha intontito tutti con la barzelletta dell’asta per i bassotti, stamattina. Qua ci stai tu che vuoi andare a scuola a scoppio ritardato.”

Continuo a strofinare il tovagliolo.

“Vedi se ti danno la borsa di studio anche stavolta, perché io non pago.”

La porta sbatte.

Per qualche motivo mi viene da piangere ma non so perché.

Me ne vado in bagno per sciacquarmi la faccia. Mi spazzolo i capelli. La mia faccia mi sta dicendo che in viale Monte Nero c’è una pescheria aperta il lunedì, ma se voglio cose particolari dovrò ordinare entro stasera.

Vado dritta in camera. Per sentirmi meglio dovrei diventare fredda, sfilarmi il cuore, infilarlo nella tasca interna di una giacca che non metto più. Quindi potrei uscire tranquilla.

In questi pochi minuti, mentre arrivo in viale Monte Nero, il telefono suona ancora. Francesco mi chiede dove mi trovo. Dice che ha comprato i fiori. Gli chiedo se è andato a rubarli dalla parete di qualche loculo. Una gigantesca nuvola ha coperto tre quarti del cielo. Nel bel mezzo di una giornata di sole, comincia a piovere. Una pioggia acida che macchia tutte le macchine, piove rabbia allo stato puro. E ora che ho ordinato le mie aragoste per Valjet lo vedo arrivare in macchina, con una mano sullo sterzo e un mazzo di fiori nell’altra. Crisantemi, calle e ciclamini, ma sembrano artificiali, di quelli che si usavano per decorare i fermagli per capelli che andavano tanto di moda quand’ero al liceo.

La macchina mi sembra strisciare attraverso strade strette, Francesco chiede se mi è mancato e io non gli rispondo. E lui dice: “Forse ti ricordi di quel mio amico che è ricoverato.”

Dico: “Non mi ricordo niente.”

“Questo è perché tu vedi solo te stessa. Ti è venuto dietro per quattro anni, lo chiamavamo Ciro perché imitava da dio i napoletani anche se era uno svizzero. Aveva quindici anni quando ha iniziato a dare i numeri. Era una giornata calda e bellissima, tu uscivi già con Matteo.”

Provo a ricordarmelo e in effetti rivedo una figura sdraiata a pancia in giù sull’erba del giardino del mio liceo. Raccoglieva processonarie e le mangiava una a una sorridendo. Si dava a quella schifosa e pericolosa attività una volta al mese. Una volta in classe due mie compagne erano scappate fuori urlando per paura di un ragno che era su una tenda. Quel bizzarro amico di Francesco era entrato, aveva spalancato gli occhi per la concentrazione, aveva preso il ragno e se lo era mangiato.

Qualcuno diceva che lo faceva per imitare Ozzy Osbourne, che aveva staccato la testa a un pipistrello con un morso, infatti era fissato con la musica heavy metal. È vero pure che mi chiese diverse volte di uscire, ma non gli dissi mai di sì perché mi metteva a disagio il fatto che portasse la matita nera sugli occhi e un catenaccio di quelli che servono per non farsi rubare la bicicletta appeso ai passanti dei jeans. Ma soprattutto mi ero spaventata un giorno di giugno. Nonostante il caldo, quel pazzo era venuto a scuola con un enorme giaccone di pelle. Durante il rinfreschino che facevamo l’ultimo giorno coi professori per augurarci buona estate, qualcuno lo prese e glielo nascose. Ciro si agitò tanto da sbattere una porta fino a romperla. Due ore dopo la professoressa di latino venne a dirgli che aveva individuato il ladro e lui si slanciò avanti per raggiungerlo e accopparlo. Lei gli urlava dietro di darsi una calmata, che il ragazzo che aveva preso il giaccone era problematico sì, ma era già stato sospeso tante volte. Mi ricordo di Ciro che correva giù per le scale urlando: “Io lo sospendo dalla vita.”

Finì in una zuffa che travolse anche l’insegnante.

Francesco ferma la macchina e spegne i fari. Oltre a quei fiori orrendi ha comprato un vassoio di dolci. Siamo arrivati davanti a un cancello di ferro azzurro. Ci sono siepi dalle forme irregolari, come se invece di essere state potate fossero state tagliuzzate da una mano nervosa, ma è il vuoto tutt’intorno a rendere questo posto sinistro. Là dove dovrebbero esserci finestre dai vetri trasparenti ci sono inferriate che disegnano motivi ondulati. Guardarle a lungo fa girare la testa. Non ho più ascoltato le fesserie di Francesco, non so che mi stava raccontando di Parigi. Adesso sta dicendo: “Era romantico lassù, mi chiedo se vedendoti Ciro si ricorderà che è vivo.”

Qualcuno ha aperto il cancello, stiamo calpestando un vialetto di ghiaia grigia che taglia il giardino.

“Non si ricorda quasi niente da quando si è rovesciato in Sardegna con la moto. Sono sette anni ormai, mi hanno detto che aveva avuto un’emorragia al cervello. Si svegliò dal coma e non ricordava più chi era.”

“Io non l’ho mai visto qui”, dico.

“Lo hanno portato qui due mesi fa, stava da un’altra parte ma dopo era diventato aggressivo. Qualche volta l’inserviente mi lascia restare qui fino a sera tarda, dopo che se ne sono andati tutti i parenti. Ho pensato che potresti dargli una mano.”

“Io? A fare che?”

“A sentirsi vivo. Nessuno ci pensa molto, ma anche i malati hanno bisogno di donne e tu ormai devi avere molta esperienza.”

Chiusi gli occhi con tutta la forza che ho, ma le mie orecchie continuano a sentire quest’affermazione disgustosa.

C’è un’altra porta chiusa e dopo che abbiamo citofonato viene ad aprirci un’infermiera bassa, bionda e grassa.

Ci chiede: “Per chi venite?”

Francesco le rifila i fiori, i dolci e la versione ufficiale: siamo qui per un compagno di scuola, siamo qui perché quest’anno mia madre non verrà con l’associazione Sant’Eustazio a fare la solita messa. La bionda ci accompagna lungo un corridoio. Poi attraverso una saletta dove le poltrone in finta pelle sono così verdi da sembrare che il tessuto sia appena stato estratto dal colorante.

Sui tavolini dagli spigoli arrotondati aleggia un odore chimico di medicinale, e una nota profumata artificialmente alla mela verde che proviene da un deodorante per ambienti.

I tappeti sembrano trattenere il rumore dei passi, le voci e il desiderio di un azzardo, di qualcosa da sottrarre al controllo della bassa cicciona che ci precede.

Il colore delle pareti è un guscio d’uovo spento interrotto dal salvia desaturato delle porte, guardo dietro di me, per vedere quanto è lontano il cancello, mentre ci ingoia questo spazio lasciato indietro.

L’infermiera si affaccia in una stanza dalla porta aperta e dice: “Ciro, guarda, hai visite.”

Un ragazzo appoggiato alla finestra gira la testa verso di noi. Chiude l’occhio sinistro e, dopo averci osservati a lungo, dice: “Non li conosco.”

Lei si avvicina: “È Francesco, è già venuto da te. Questa ragazza invece è venuta a scuola con te, dice lei, di solito vengono qui per i Morti.”

Ciro adesso apre l’occhio sinistro e chiude quello destro: “Ah sì?” Poi guarda solo me: “Buonasera, Madame.”

L’infermiera dice: “Chiama Madame ogni femmina che vede, pure le bambine. Non so perché.”

Lui la prende per un polso: “Madame, sono morto o sono vivo? Questo lo sai?”

L’infermiera fa un sospiro rumoroso e ci lascia lì: “Se qualcosa non va, chiamatemi. Io sono Loriana. L’orario di visita finisce alle sette.”

Francesco sta per dire qualcosa, ma Ciro parla molto più in fretta: “Adesso mi ricordo di te. Mi dispiace, ma ultimamente se ne sta andando anche la mia memoria a breve termine.”

S gira verso la finestra e resta in silenzio.

Francesco dice: “Te la ricordi Angela?”

Mi fa venire la pelle d’oca sentire la voce patetica di Ciro che risponde: “Me la ricordo sì, la fidanzata di Matteo. Che è venuta a fare?”

Una mosca si ferma sull’inferriata, vola dentro. Ciro fa per acciuffarla, ma quella scappa subito.

Lui getta un’occhiata verso il giardino, lontano. “Il pasticcino è scappato.”

Francesco ride e poi gracchia: “Mangi ancora gli insetti?”

Ciro si appoggia a una di quelle poltrone che erano anche in corridoio.

“Hanno più proteine di quelle cotolette dure che ci manda la cucina.”

Tanto pazzo non mi sembra.

Francesco dice: “Be’, io ho portato pasticcini più gradevoli della mosca. Li ho dati all’infermiera.”

Ciro chiude gli occhi: “Dobbiamo andarci cauti coi dolci qui, siamo tutti diabetici. Quindi a ora di cena ce ne metterà sul vassoio uno per uno. Ma questa che è venuta a fare?”

Francesco si allontana, scivola verso la porta: “Angela adesso fa la puttana, ho pensato che poteva resuscitarti. Quella cicciona che ci ha aperto la porta non mi sembra una gran compagnia.”

Il nostro vecchio compagno di scuola si rannicchia nella poltrona, mi guarda dritto negli occhi.

“Se ce la faccio. Con tutti i farmaci che prendo non lo sento più nemmeno il mio corpo. Ma tu come l’hai portata qui, che fai il suo capo?”

Francesco se la ride: “No, mica è stata un’idea mia. Si è offerta lei.”

Mi viene solo di scuotere la testa.

Lui dice: “Se ci becca Loriana mi cacciano fuori anche da qui.”

Francesco se ne va: “Io aspetto in macchina.”

Ora che siamo rimasti soli, quella disorientata sembro io.

Me lo ricordavo molto più grosso, adesso è come uno spirito disincarnato e non porta più la matita nera intorno agli occhi.

Mi invita su quella poltrona accanto a lui e io mi avvicino e mi sorprende che dica: “Non so quanto t’ha pagato Francesco, ma a me non m’imbamboli come hai fatto con Matteo, Madame.”

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 4 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 19

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista