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Erotika
La lunga notte · Cap. 18
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Capitolo 18 di 21 41 min di lettura

Principessa di giorno, troia di notte

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
1 mese fa · 574 letture · 1

“Che ne sai tu del mio matrimonio?”

“Niente, ma ho sentito le infermiere, Kimberly lavora qui. Stamattina è passata per non so cosa fare, oggi ha il turno di notte. E parlava con Loriana e diceva di te… sei la figlia della dottoressa, no? Non mi ricordo tanti dettagli.”

Dico: “Sì.”

“Diceva di te che a un cocktail di beneficenza per le prostitute che ha fatto mettere su tua madre ti sei presentata con una troia.”

Non so se è colpa di quelle inferriate dai motivi ondulati, o se è dell’odore di mele finte e medicinali che riempie la stanza, ma mi gira la testa.

“Chi è Kimberly?”

“L’infermiera, anzi no… una specie. Quelle che valgono un gradino di meno delle infermiere, come si chiama? Non mi ricordo come si chiamano.”

Non mi raccapezzo, ma ricordo che al telefono Francesco mi ha detto che avevo incontrato qualcuna che lavora qui alla festa di mamma e gli chiedo: “Com’è fatta?”

Ma lui non mi risponde. “Mi sa che Francesco t’ha portato qui apposta, perché c’è quella che ti conosce. Ma di me non ti devi preoccupare, io parlo solo coi morti.”

Qua dentro fa troppo caldo, i termosifoni sono accesi al massimo.

E lui aggiunge: “Sicuro Francesco non voleva fare un favore a me. Ma comunque tu datti una mossa, tra mezz’ora ripassa Loriana con la terapia.”

“Che devo fare?”

Mi sembra a disagio anche lui. Mi spinge la testa verso il basso: “Fa’ solo così, non possiamo fare salti mortali qua dentro. La cicciona va sempre avanti e indietro.”

Mentre lui tiene d’occhio la porta, io mi abbasso dietro la poltrona dal lato rivolto alla finestra, in modo che, se la cicciona passasse, non potrebbe vedermi. Anche se sembra morto, ha un cazzo fulgido di vita. Non si muove affatto, nemmeno col respiro, fissa solo il corridoio e io faccio tutto da sola. Chiudo gli occhi e mentre mi do ritmo cerco di pensare ad altro, a qualcun altro. La mia lingua ricorda il sapore di un’altra carne dura.

Allora adesso dove spingere. Conosco i punti esatti in cui i nervi si arrendono: lucido la punta con la mia saliva, la faccio scivolare in un filo continuo prima che la lingua la riprenda, per mantenere la superficie reattiva, elettrica.

Vado avanti, vado avanti… Ma il mio lavoro si inceppa. Spesso lui perde forza, si spegne da dentro, e deve essere per colpa di quei medicinali che addormentano il flusso del sangue. Mi si sta slogando la mascella, i muscoli facciali mi bruciano per lo sforzo.

Sento che mi dice: “Francesco ha detto il vero, si vede che tu hai fatto allenamento.”

Io non gli rispondo e lui dice al corridoio: “Comunque a Loriana non glielo dire, ma vi chiamo a tutte Madame perché tutte quello volete sembrare. E poi siete troie di notte, ma pure di giorno.”

Mi scappa da ridere. Allora lascio e dico: “È una bella battuta! Peccato che chi la dice di solito non la vive sulla pelle. Dimmi invece, quanto pensi di metterci a finire?”

Adesso mi guarda: “Andiamo male, forse sono morto, quindi non finirò mai. Ma tu provaci a resuscitarmi.”

Sicuramente non è colpa mia, io so che lo faccio bene, ma lui non ci riesce.

Forse è davvero morto, lo stomaco mi sta scoppiando dalla rabbia. Non so più da quanto tempo mi sto spaccando la faccia qui sotto.

Lui dice: “Francesco dice che i pompini che fai tu sono poesia, ma io Madame, per colpa mia sicuramente, non sento quasi niente.”

Lo guardo fisso, girato verso il corridoio, e penso: – Già, perché ormai questo tuo corpo è un errore di sintassi, una parentesi inutile.

Chiudo gli occhi e ci riprovo, sento un desiderio violento dell’azzurro, ma è solo una distrazione visiva. E in ogni caso funziona. Il calore ritorna, un’onda liquida che riempie ogni fibra e mi spinge a muovermi. Prova a sollevarsi, le mie dita in automatico affondano nella sua pelle per riappiccicarlo alla poltrona, mentre la mia bocca ritrova il suo ritmo perfetto. Finalmente le sue dita si aggrappano disperate ai miei capelli, sento un sussulto che somiglia a un singhiozzo di puro sollievo. Finalmente sento sapore di sperma, aspro, annacquato, ma libero. E sono libera anche io, ho finito.

Non ho fatto in tempo ad alzarmi, né a dire: “Grazie, Dio.”

Mi sono persa… un attimo a guardare un quadro sul muro. Una composizione di fiori azzurri in mano a una donna dipinta. E nel ritratto non c’è niente di speciale tranne lo stile vittoriano, così stonato, come il colore azzurro, in un luogo di malattia e abbandono. E sbalordita, sulla porta ora c’è la cicciona e nelle mie orecchie la sua voce stridula: “Ma come si permette?”

Io cerco di rimettermi in piedi, ma quella mi afferra da una spalla del cappotto e mi tira su di colpo, mi fa anche male. Le sue unghie mi entrano nella pelle sudata del collo.

Ciro dice: “Eee, calma, Madame. Non ha visto nessuno, butta la colpa su di me se ci ha visto qualcun’altro. Così mi danno una bella manciata di pasticche e stanotte dormo bene.”

Lei non lo sta a sentire: “Queste persone sono affidate a me! A me! Sono come i bambini, ha capito? Come ha osato una cosa simile?”

Mi manda verso la porta a spintoni e lui mi dice: “Mi dispiace, Madame, mi hai resuscitato e avevo smesso di controllare il corridoio.”

Siamo arrivate nella saletta e vedo che sono le sei e mezza. Non è possibile! Ma quanto tempo ci ho messo?

L’infermiera continua a gracchiare, dice che se non sparisco in un nano secondo mi denuncia. Passi veloci mi avvisano che sta correndo qui qualcun altro.

Mi volto. Un’altra donna bionda, bassa come Loriana, ruggisce: “Sono le sei e mezza, vai fuori dalle balle tu.”

Loriana si ferma all’altezza del tavolo su cui aveva lasciato i fiori e i dolci di Francesco. Si riprende, sta per dire qualcos’altro, ma l’altra donna ha una ruga che le solca la fronte in un modo terrificante e le ripete: “Lascia perdere la signora. È il mio turno questo, timbra il cartellino e vattene a casa.”

Non so a chi lo chiedo, ma chiedo: “Dov’è Francesco?”

Alle spalle di quella che ha appena cacciato Loriana è apparsa una donna alta, nera, con gli occhi grigi. Già vestita di una divisa color panna. Mi dice: “Quella è esaurita, è fuori la testa perché la figlia sta male, sta diventando cieca. Capisci? Per questo non sa con chi se la deve prendere.” Poi, con un gran sorriso, dice alla sua collega: “Vado ad apparecchiare.”

E io dico ancora: “Ma Francesco dov’è?”

La donna con gli occhi grigi si è già girata verso la cucina: “Non prendertela con la mia brutta faccia nera. Francesco se ne è andato e ti ha mollato qui.”

Dovrei tornarmene a casa, sarebbe la cosa migliore. Ma siccome sono sicura che era la stessa donna di ieri alla festa, le chiedo: “Come ti chiami?”

Lei non mi ha sentito. La sua collega mi risponde mentre picchietta col dito su una boccetta per far cadere delle gocce in tanti bicchierini d’acqua: “Si chiama Kimberly, e io sono Mariana.”

Dico: “L’ho vista ieri sera.”

All’improvviso Mariana guarda verso il corridoio, Kimberly sta uscendo con un carrello pieno di piatti. L’ultima luce del sole proietta la sua ombra accanto alla mia.

“Sì, ero io.” Cammina lentamente verso un’altra sala spingendo il carrello. “E conosco testa viola da molto prima di te.”

Ora è sparita dietro la porta della sala. Altre persone escono dalle stanze, vedo che fumano tranquillamente all’interno dei locali.

Mariana mi chiede se mi sento bene, se voglio qualcosa. Dico: “No.”

E lei sistema i bicchierini su un altro carrello: “E come sei uscita dal mondo dei vivi per entrare in quello dei morti?”

Le chiedo: “Cosa stai dicendo?”

“Niente. Vado a portare le terapie adesso. Tornerò tra poco, prenditi un tè, prenditi qualcosa. C’è un distributore in fondo al corridoio a destra.”

“Non mi va.”

“D’accordo.”

Kimberly si affaccia: “Vado al piano di sopra a vedere se qualcuno vuole mangiare in camera.”

Mariana dice: “Ok.”

Svanisce anche lei nell’ombra e per un attimo dubito che fosse qui poco fa, che mi stesse parlando.

Kimberly sta scendendo la scala con altre due pazienti che in qualche modo ridono e scherzano. Il modo in cui le abbraccia, quella voce dolce con cui parla, la fanno sembrare una figura diversa da ieri.

Le dico: “Che testa viola conosci?”

Lei manda le sue pazienti a tavola e si ferma accanto a me: “Quella che ti portavi dietro ieri, io sono venuta perché me lo ha chiesto un collega di tuo marito. È un anno che esco con lui, non sapevo quello che facevi, ma vi guardavo, a te e a testa viola, perché lo sapevo che lei era come me.”

Sta mettendo a mollo in un vaso i fiori di Francesco: “A volte ci vado ancora. Testa viola la vedevo sempre quando andava in giro, adesso non va più in giro.”

“Valjet?”

“Sì, andava sempre in giro con quella Nadia prima, ma adesso no perché il tuo amico, il rosso demoniaco, è dovuto andare a riprenderla in caserma l’ultima volta.”

Kimberly si siede e io in automatico faccio lo stesso.

“Io abito nello stesso palazzo di Elizabeth, ho lavorato anche io lì. Io so tutto di loro. Ma di te non sapevo.”

Prima di andare avanti…

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