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Erotika
La lunga notte · Cap. 18
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Capitolo 18 di 21 41 min di lettura

Principessa di giorno, troia di notte

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
1 mese fa · 574 letture · 1

Le chiedo che c’entra Valjet con la caserma.

“Testa viola mi chiamava sempre Kinderly, perché dice che sono colore cioccolata. Stavamo su strade vicine, nell’ultimo periodo in cui ho lavorato. Lei non si ricordava di me quando l’ho incontrata l’ultima volta. Almeno penso che non mi avesse riconosciuta, mi ha tolto dalle tasche il portafogli e io lo rivoglio perché dentro c’era il mio ciondolo di Santa Rosa. Diglielo quando la vedi.”

“Senti, non ti capisco.”

“La tua amica non la mandano mai in giro perché prima andava in metropolitana, andava sui tram. Di solito trovava un pollo, lo intontiva di chiacchiere insieme alla sua amica, poi puntava il portafoglio, di solito nella tasca posteriore dei pantaloni degli uomini, ma anche nelle borse delle donne. Si strusciavano tutte e due sul pollo, Nadia arrivava a leccare le orecchie di questi scemi mentre testa viola estraeva il portafoglio. Il pollo era sempre troppo eccitato per accorgersi di qualcosa.”

Mi sembra impossibile che Valjet abbia fatto questo. Kimberly mi dà un pezzo di carta e un dolce di Francesco, ma non voglio mangiarlo.

“Tutte e due insieme facevano pressione sul corpo del pollo, dicevano cose oscene e ridevano. Intanto testa viola aveva rimesso a posto il portafogli con una mano e con l’altra, dietro la schiena, arrotolava le banconote e se le infilava negli stivali. Poi fingevano di essere arrivate alla fermata. Così avevano sempre le borse piene di soldi comunque, e sulla strada si nascondevano e facevano meno marchette. Un giorno però gli è andata male, hanno svaligiato un capitano dei carabinieri. Le volevano arrestare tutte e due. E il tuo amico è dovuto andare a riprenderle in caserma e non so quanto ha pagato per uscirne.”

La luce nel corridoio è spenta. Restiamo qui in silenzio finché lei accende un televisore che non avevo notato, in fondo alla saletta. La luce azzurrina ci illumina appena.

“E allora non le ha mandate più in giro. Quel giorno testa viola aveva svaligiato pure me, mi ero liberata da tre mesi dopo aver pagato quasi quarantamila euro alla mia Madame in tre anni. Mi ero fermata in un bar, mentre andavo al corso che facevo per diventare operatrice sanitaria. Avevo tre carte da cento e Santa Rosa nel portafogli, lo avevo in una tasca larga del cappotto. Ho visto solo una nuvola di capelli viola passarmi dietro e quando ho infilato la mano in tasca per pagare la colazione ho tirato fuori solo quattro fazzoletti sporchi.”

Kimberly si riprende il dolce che mi aveva dato, lo rimette nella scatola, accartoccia lo Scottex su cui era poggiato e lo sbatte sul tavolo. Va verso la cucina, forse deve sparecchiare.

Mariana sta tornando: “Ha ricominciato con quella storia, eh?”

Le chiedo: “Cosa vuoi dire?”

“Con la storia del ciondolo di Santa Rosa, comunque non dovevi portare testa viola alla tua festa. Francesco la conosce, la vede dove lavori. Lui sa di Kimberly perché lei sta con quell’avvocato, apposta oggi ti ha portata qui. Di me non sa niente.”

Non so cosa risponderle, a parte il fatto che sicuramente ha ragione.

Lei si siede al posto di Kimberly: “L’Inferno e la terra non sono poi così lontani. Francesco frequenta quei posti, lo sapevi. Kimberly sta da un anno con quell’avvocato, ma a volte per arrotondare lo stipendio lavora ancora insieme a Elizabeth e alla sua amica. Non vuole sposarlo, dice che il guinzaglio non glielo rimetterà mai più nessuno.”

Dico: “Deve essere una donna intelligente.”

“Più di te, sicuro. Quel Francesco mi dà l’idea di uno che pagherebbe oro per sapere i cazzi tuoi.”

Tutte e due guardiamo la scatola dorata della pasticceria. Dico: “E li saprà?”

“Non da me, da Kimberly nemmeno. Noi siamo libere da queste porcherie ormai, non mi interessa crearmi problemi, ma lui gioca col cimitero e non lo sa. Per questo ti dico, tieni lontana testa viola da casa tua.”

Dalla cucina esce una signora urlando. Mariana la tira a sé, la bacia e quella smette.

Adesso splende la luce di tanti piccoli lampioni sul prato esterno. Io li fisso e Mariana dice: “Dopotutto testa viola sapeva chi era Kimberly, ma non te l’ha detto. Non esistono le amiche sulla strada.”

“E tu”, le chiedo, “chi sei?”

Rimane in silenzio osservando le persone che tornano nelle camere. La donna che urlava si accende una sigaretta e si appoggia a un termosifone.

“Quella”, dice, “ha la corteccia cerebrale distaccata, il dottore non capisce come mai. Cerca sempre di buttarsi dalla finestra, è viva e non riesce a morire e io sono una morta che non riesce più a vivere.”

Sento il freddo attraversarmi. “Spiegati meglio.”

“Sono segreti, non ti conosco.”

“Non vendo i segreti e poi anche tu hai i miei.”

Mariana va verso una porta con la scritta: SPOGLIATOIO e torna con la sua borsa. Tira fuori un documento che non ho mai visto, sopra c’è scritto: APOLIDE. Mezzi di sostentamento: ALTRI.

“Io non ho nemmeno una città. Sono nata in un paese che non esiste più, lo hanno diviso. Io non volevo che lo dividessero, ma lo hanno fatto lo stesso.”

Kimberly riappare: “Il tè dov’è?”

Mariana dice: “In magazzino, sopra le casse dell’acqua frizzante.”

E poi dice: “Per me è una cazzata, ma Kimberly pensa sempre a quella catenina di Santa Rosa. Io sono contenta che quest’anno non verrete a fare quella messa, non sopporto di vedere tutte quelle vecchie con le pellicce che vengono qui a prendere per il culo anche il Padre Eterno. Quel collega di tuo marito sta con Kimberly perché da lei si fa accompagnare alle vostre feste e nei club privé, e fa con lei tante porcherie che non poteva fare con la moglie. Fanno più schifezze quelli che Cristo lo sa.”

Kimberly urla: “Vieni su che faccio il tè.”

Mariana dice: “Un minuto.”

“Ma ti dicevo che sono nata in un paese che oggi non è più sulle cartine geografiche. Dopo la guerra ero rimasta sola con mia madre. Il Paese si era diviso, ma in molte case c’erano marito e moglie delle due diverse etnie. Gli estremisti entravano nelle case dove marito e moglie erano di parti diverse e dicevano: ammazza tua moglie, ammazza i tuoi figli. Fallo e dimostri da che parte stai. Mio padre ovviamente disse di no e venne ucciso nella nostra cucina. Fu un periodo atroce anche il dopoguerra, ma sarebbe troppo lungo da raccontare e sono quasi le otto. Ti dico solo che uno strano tizio che aveva una mano piena di diamanti e un’altra sempre affondata nelle banconote iniziò a frequentare casa nostra. Mia madre beveva molto e si portava gente bizzarra in casa dopo quegli orrori. Lui si chiamava T.P., andava in giro con una macchina bianca, disse a mia madre che in Italia avrei avuto asilo, che avrei potuto lavorare. Da noi c’erano solo macerie. Mia madre voleva a tutti i costi che lo seguissi, non era cattiva, era solo… una madre. Poi mi sono ritrovata a lavorare come Kimberly e come te.”

La donna che urlava si sta spegnendo il mozzicone della sigaretta su un braccio. Mariana scatta in piedi: “Dalla a me, la butto io nel posacenere, tesoro.”

Dopo averla riportata in camera ritorna da me.

“Io non voglio vedere le vostre messe, né Santa Rosa. Ho litigato con Dio e con tutti i santi.” La voce le esce aspra: “A volte mi sorprendo a litigare persino con me stessa. Quando mi chiedo che vita avrei fatto se avessi avuto un po’ di cervello. Comunque a casa eravamo quattro, vivevamo come a casa di testa viola. Il nostro magnaccia era un pazzo, nessuno si avvicinava alla nostra porta. Un giorno che era Pasqua sono entrata in una chiesa. La gente in fila baciava una statua del Cristo crocifisso. E io ho aspettato che tutti fossero usciti e sono andata a baciarlo e gli ho chiesto: Signore, liberami in qualche maniera o fammi morire. Ho fatto la stessa cosa per tre anni e… il Signore invece niente.”

Un’altra persona esce dalla sua camera. Dice: “Non posso andare a dormire. Devo andare a fare compere.”

Mariana dice: “Adesso andiamo a fare compere, gioia. Il sindaco ha emanato l’ordinanza, tutti i negozi di notte stanno aperti per noi.”

Quella sembra contenta, si richiude in camera.

“Be’, dopo il terzo anno sono tornata in chiesa. E invece di baciare il Cristo gli ho sputato. Gli ho detto: ma tu sei un imbroglione, è vero che mettevi la terra rossa nell’acqua. Non hai mai cambiato l’acqua in vino. Non puoi fare niente che non fanno tutti i comuni mortali. Ti ho chiesto due cose… una è difficile, ma l’altra non tanto. A saltare dal balcone da sola non ce la faccio. Allora fammi morire. E invece lui niente. Mi tremavano le mani mentre mi rimettevo il cappello per tornare a casa. In casa faceva freddo, stavano litigando tutti quella sera. Una nostra compagna che si chiamava Biljana era incinta e il nostro capo reparto voleva che abortisse. Ma tutte noi ci mettemmo contro di lui e alla fine, per la prima volta nella sua vita credo, fu costretto a cedere. Furono interminabili tutte le giornate in cui aspettavamo che nascesse la creatura. Prima nel nostro quartiere chiamavano la nostra casa: casa delle troie, quando tutti videro che Biljana era incinta e che il capo reparto aveva intenzione di tenersi la creatura, iniziarono a chiamarla: casa dei matti.”

Prima di andare avanti…

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