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Erotika
La lunga notte · Cap. 7
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Capitolo 7 di 21 18 min di lettura

Mangiare carne cruda

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 760 letture · 0

Sembra non finire mai. Quasi quasi è peggio della strada. Ma almeno in due abbiamo finito in tre ore. Ho sudato tanto ma sento freddo, quasi che la circolazione mi si fosse interrotta in continuazione. Restiamo in piedi.

Non ci guarda nessuno, mi sento parte dell’arredamento. L’unica cosa che non avrei mai voluto toccare è un pavimento.

La porta del frigo si apre. Max mi passa un pacco di bistecche, il cellophane è bagnato.

“Signora, visto che conosci i menù stellati, oggi cucini per le mie troie.”
Mi si sono alzate le sopracciglia.
“Sei venuta qui per giocare alla puttana, no? Loro vogliono giocare alle signore per un giorno.”

Faccio a meno di rispondere. Mi metto a cuocere e Valjet impiatta. Quando sollevo l’ultima, lui me la strappa di mano.

Me ne vado con Valjet ad apparecchiare il tavolo in giardino. Le ragazze ci guardano in silenzio. Lascio il piatto davanti alla bionda che ha lanciato il tovagliolo. Lei si sporge in avanti, mi tocca le dita.
“Come ti chiami?”

“Angela.”

“Io Monica.”

“Lo so,” dico, “ho sentito.”

“Sei venuta per restare qui?”

“Spero di no.”

La ragazza al suo fianco sorride, ha occhi curiosi. “Certo, nessuno sano di mente si augura una cosa del genere.”

“Allora domani torna mamma Katia?” mi chiede Monica.

“Chi?”

Lei sembra studiarmi. “Chi vi ha mandato qui?”

“Dasho.”

“Ah, il diavolo ci manda un angelo. Chissà come mai.”
La ragazza accanto incrocia le braccia sul petto e si spinge all’indietro contro lo schienale. “Forse ha incassato parecchio stanotte e gli gira bene.”

Torno in cucina desiderando una sedia più di qualsiasi cosa. Le mani mi tremano perché vedo Max che... Stringo gli occhi per vederci meglio. Sta mangiando carne cruda.
Lui si gira.
“Cosa c’è?”
“Cosa stiamo facendo?”

“Aspettiamo gli altri.”

La saliva mi sale in bocca.

“Smettila di fissarmi, faccia da cagna.”

Il viso mi diventa caldo. Guardo verso la finestra. La polvere mi è entrata nelle calze e nel reggiseno; le mie unghie continuano a grattare l’interno delle cosce. Le gambe si stringono da sole.

La sua voce mi arriva addosso.

“Piantala di grattarti. Quanti brutti vizi hai.”

I miei occhi incrociano quelli di Valjet.

Sento la sedia che stride sul pavimento alle mie spalle e la sua mano mi arriva in mezzo ai miei capelli.

“Invece di guardare me, guardati allo specchio, faccia da cagna.”

La faccia mi va a fuoco, ma la testa mi si volta verso la finestra.

Dasho arriva poco dopo; con lui vengono anche Ditmir e un altro che ho visto la prima notte, quello che è andato a casa nostra con lui e Matteo. Fisso i capelli rossi e la massa di catene che ha sul collo. È Redian. Adesso che lo riconosco, il sangue mi va alla testa, come quella sera quando ero bloccata su quel marciapiede mentre lui si portava via mio marito e tutto il resto.

Stringo le labbra e penso: – Tu sei stato nella mia cantina. Hai aperto la cassaforte dietro il vino. Potrei bere il tuo sangue per questo.

I miei occhi cercano Dasho.

Quella notte…

Non ha più importanza.

Ma non mi sta guardando. Si piega verso Valjet e le dice:

“Resta qui con me. Tu, invece, vai in qualche altra stanza.”

Non voglio lasciarla sola. Nella mia testa sento l’eco delle sue parole.

Resta qui con me.
Vai in qualche altra stanza.

“Quale?” chiedo.

Avvicina la faccia alla mia; l’aria tra di noi si stringe.

“Quella che ti pare. Sparisci.”

Le mie dita cercano quelle di Valjet mentre mi allontano, ma l’aria in mezzo ci separa. Cammino da sola lungo il corridoio.

Spingo la porta ed entro: solo la luce del giorno si riflette sul pavimento. Mi siedo sul bordo del letto; dal corridoio sento passi attutiti e una porta che si chiude. Poggio il viso sul palmo della mano e resto a fissare la maniglia di ferro. Inspiro per calmarmi: devo restare vigile, ma ogni secondo vedo la stanza ridursi a una striscia. Scuoto la testa per riprendermi e apro gli occhi.

Non posso fare a meno di sdraiarmi. I minuti diventano ore, forse giorni interi compressi nel buio delle palpebre. Riapro gli occhi. Tutte le ore che devo aspettare ancora qui si restringono fino a diventare un cerchio, un mal di testa. Il cuscino è morbido.

Un grido spezza il silenzio. Si interrompe e riprende. Le mie palpebre si spalancano. La testa mi si solleva dal cuscino.

Mi alzo con la sensazione di aver dormito tutta una notte; invece non deve essere passata nemmeno un’ora. Ci metto qualche minuto a raddrizzarmi e a capire dove sono.

Sento singhiozzi mischiati a parole incomprensibili. Mi volto verso la porta socchiusa; quando riesco ad alzarmi vado a lavarmi il viso e ripercorro il corridoio.

Mi affaccio per vedere cosa sta accadendo. Resto a bocca aperta.

Cerco di andare verso Valjet, ma Ditmir mi sbarra la strada. Sento Dasho dietro di lui:

“Lasciala entrare.”

“Ma che fai?” Lo dico e mi sento stupida.

“Faccio ricordare a questa stupida, e poi a te, che certe cose bisogna capirle al primo colpo. Avete perso tempo, i miei soldi. Mi avete lasciato ad aspettare senza sapere dove cercarvi.”

Lui si allontana e lei singhiozza.

“È una stupida cavalla. Vero, Valjet?”

Il rumore della cinta che ha lasciato cadere a terra mi fa sobbalzare. Valjet è in ginocchio sulla poltrona, spinge il viso pieno di lacrime nel tessuto. Vedo Dasho che le fa aprire le cosce.

“Sei stupida o no?”

Valjet non risponde.

“Vedi? Non si sforza nemmeno di farmi smettere. Gode a farsi chiamare così.”

Lo so, l’ho visto a casa di Georgi.

“L’unica cosa che davvero funziona con lei è sfondarle questo culone, perché ha paura.”

So anche questo.

Lui si gira di nuovo: “Forza, scendi.”

Valjet torna coi piedi a terra.

“Piegati.”

Valjet lancia un urlo spaventoso. Qualcosa mi scende nello stomaco. Caldo.

“Non fare storie.”

Valjet non si muove, dice solo: “Non mi toccare.”



“Allora dimmi la verità, dove siete andate quella notte?”

“A bere coi clienti... ma io ho perso il senso del tempo.”

“Tu perdi sempre il senso del tempo.” Le tira uno schiaffo all’interno della coscia. “Ma io so già quello che devo sapere. Sei andata da quel morto di fame col taxi, gratis. E lo sai che non si fa.”

“No!”

“E invece sì. È vero, Angela?”

Io sto zitta.

“Pensi che io sia scemo? Non ti ho portata in Italia per trovarti il fidanzato.”

Cerco disperatamente qualcosa da dire: “È stata un’idea mia.”

“Tua, sua è lo stesso. Non è qui per vivere come vuole.”

Valjet si aggrappa alla pelle della poltrona.

“Hai capito, stupida culona?”

“Sì.”

“Bene. Anche Angela si è fatta scopare gratis? Dimmelo o lascio il tuo culo agli altri e sto a guardare.”

“No.”

“Allora dimmi cosa avete fatto. Perché aspetti tanto?”

“Ma non ho niente da dire!”

“Davvero mi prendi per scemo. Chi vuole cominciare?”

Valjet ansima, le parole si spezzano in suppliche. Le mani mi formicolano, non so come aiutarla.

Guardo gli altri intorno a noi.

“Non sei convincente, pregami in ginocchio. Forse così ti crederò.”

La tira giù, lei continua a implorare.

Redian mi squadra e mi pare molto divertito. Guarda come si guarda qualcosa che è già successo mille volte.

Dasho dice:

“Visto che non ti muovi, mi vuoi raccontare quante volte questa troia si è fatta scopare gratis? Almeno saprò quanti soldi mi deve.”

Le parole mi muoiono in gola. Osservo Valjet, ma non capisco davvero come sta. Si fa più piccola per suscitare pietà. La testa mi gira.

“Vi sostenete a vicenda, ok. La sistemo io.”

Valjet si rimpicciolisce ancora.

“No…”

Lui mi indica il whiskey, quello che beveva la prima notte in cui l’ho incontrato. Il cielo fuori si è rannuvolato, ha preso un colore così brutto…

“Versa.”

Non vedo bicchieri.

“Dove?” chiedo.

Punta l’indice verso la pelle strappata di Valjet.

“Non ci penso nemmeno,” rispondo prima di rendermene conto.

“Come?”

Mi torna in mente l’unghia-rasoio che mi ha incollato Marina. Potrei usarla per tagliare la gola a questo stronzo. Occhi azzurri mi fermano.

Prima di andare avanti…

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