No, non posso.
“Volevo dire,” provo a spiegarmi, “che non penso sia vero che disinfetti.”
“Chi cazzo ti ha chiesto quello che pensi?” Si avvicina di un passo e io faccio un passo indietro. “Dimmi un altro no e la spello viva.”
Lascio cadere il liquido dorato su di lei senza guardarla.
Penso: — Scusa. Valjet.
Il suo grido mi fa tremare le dita intorno al collo della bottiglia.
“Di’ grazie alla tua amica. Puoi andare.”
Valjet è ancora scomposta su quella poltrona. Non si alza.
“Sei ancora qui? Vestiti e sparisci.”
Si scuote all’improvviso e scappa via. Mi lancia un’occhiata di gratitudine.
— Dio, mi odio.
Le dita di Dasho si infilano sotto l’orlo del mio vestito. Il tessuto sale veloce lungo le cosce, sul ventre, mi copre gli occhi per un secondo prima di sparire oltre la testa. Rimango immobile nel pizzo delle autoreggenti.
La sua mano destra mi preme il seno e fa correre una scossa sotto la mia pelle. Intorno a noi sento solo il respiro degli altri e il cerchio dei loro sguardi che mi misurano, ma io vedo solo i suoi occhi.
“Girati.”
Il suo respiro mi sfiora le labbra e la punta del naso.
“Cosa aspetti?”
Le mie labbra restano separate. Le gambe accennano a un millimetro di arretramento, ma il movimento si blocca. La mano di Ditmir è già intorno al mio braccio.
“Qui.”
La spinta di Ditmir mi sbilancia in avanti. Perdo l’equilibrio e il mio peso si sposta tutto sulle gambe, che si piegano sotto la forza del braccio che mi tira verso il basso. Metto le mani avanti in cerca di un appoggio.
Il naso mi struscia sulla poltrona: è ancora calda del sudore di Valjet.
La mia faccia nello specchio in fondo continua a guardare lui.
Dasho mi afferra per i capelli alla base della nuca e tira con una forza tale che la mia testa scatta all’indietro. Sento i tendini del collo tendersi fino al limite. Un dolore acuto mi strappa un gemito.
I suoi denti mi mordono il labbro inferiore. La sua mano mi si ferma sulle costole, sale di nuovo fino al petto e mi arriva sotto la gola.
Sposto gli occhi verso la finestra, dove la luce del cielo è grigia, poi guardo di nuovo la sua faccia. Il suo naso mi tocca la guancia.
Mi invade i polmoni col suo respiro. La nostra saliva si mescola, le sue dita fanno pressione sul mio collo. Il cuore mi accelera, ingoio ogni centimetro della sua lingua, il suo respiro consuma il mio. Quando si stacca, lascia le mie labbra gonfie e il mio respiro spezzato. Resto lì con gli occhi lucidi e la bocca in fiamme. Il suo sapore mi preme contro il palato. Sento una fitta nel petto, mi viene la pelle d’oca.
Cerco di sollevarmi, ma le sue mani mi spingono giù.
“Volevi aiutare Valjet, no?”
Le fibre del tappeto mi graffiano. Nemmeno il tempo di ricordare per cosa dovevo aiutare Valjet, e sento le mani di Ditmir che si stringono sui miei fianchi.
Il suo corpo mi si stringe addosso, si spinge dentro di me, profondo. C’è un calore acuto che brucia, come il morso di un animale.
L’impatto mi schiaccia la faccia contro la poltrona, ma Dasho mi fissa; io tengo i miei occhi nei suoi. Finché mi guarda, mi va bene tutto. Il mio corpo risponde gocciolando, l’aria intorno a noi si fa densa, sento l’affanno del mio respiro.
Sento la voce di Dasho. “Stai facendo tutto da sola.”
La mia faccia nello specchio dice: – Brucerai all’inferno.
– L’Inferno? Il girone dei lussuriosi? Ci andrei di cuore, tanto in Paradiso ci aspettano solo Monotonia Divina e Santa Noia Universale.
Alle mie spalle sento freddo all’improvviso. Ditmir se n’è andato. Qualcun altro ha preso il suo posto.
Stavolta, riconosco le mani di Max dai suoi anelli gelati. La pressione sulle anche scaccia il calore dal mio corpo.
Dasho davanti a me è immobile. La sua faccia è liscia e bianca.
– Se proprio non riesci a sentire niente, almeno continua a guardarmi.
Max affonda dentro di me la sua cattiveria repressa. Si ritrae, aspetta. Uno strappo lacerante, ancora. Mi sento piena come se dovessi pisciare.
Anche lui se ne è andato. Dietro di me qualcun altro si avvicina.
“Fammi riposare.”
Dasho si avvicina, mi prende la nuca, mi tira verso di sé. “No.”
Fuori esplode un acquazzone, guardo le gocce di pioggia scorrere sui vetri. Sento lo sperma che mi cola lungo le cosce. Lascio andare indietro la testa, il mio collo non farà più resistenza.
Il calore mi copre di nuovo la schiena e un altro respiro mi soffia sulla nuca. Mi giro. Oltre le mie spalle, in quel buio appannato dal calore, riconosco Redian da quei capelli rossi.
Dice: “Vediamo se è roba nostra.”
La sua mano mi preme le labbra. Gemo senza suono, la bocca mi si riempie mentre mordo a fondo le sue dita. Sento un sapore metallico sulla lingua, cola sotto i denti, sto mangiando carne cruda.
Sembra contento della mia reazione.
“Direi che è roba nostra.”
Le labbra mi si imbrattano. Bevo il sangue come vino.
Il rumore del temporale aumenta di volume, mi copre i pensieri.
Loro se ne vanno e lui dice: “Alzati.”
Ci provo ma i polsi tremolano, le caviglie pure. La stanza gira intorno a me. Mi siedo su un fianco, su quella poltrona. Il sollievo è già scomparso.
Aspetto che dica qualcosa. E invece lui niente.
“Prendi.”
Mi dà la busta bianca che non mi ha dato sabato.
“Aspetta.”
“Che ti serve ancora? Penso che tu sia stata pagata bene per la tua giornata di lavoro.”
La luce fioca del pomeriggio sbuca arancione dalle nubi. Mi vedo nello specchio ma non so chi è quella lì che vedo seduta su questa poltrona rossa. Ha una faccia che sembra fatta di morfina e gli occhi di vetro. Passo un dito sul bracciolo. L’odore del sangue di Valjet è ancora qui, e la pelle sembra davvero pelle.
E quella nello specchio sembro davvero io. Ma non capisco perché dovrei avere quella faccia, non ho preso oppiacei. La donna è sparita. Resta solo una cavalla, anzi una cagna, anzi una cosa che ha perso la parola.
Chiudo gli occhi, ho in faccia il calore del sole filtrato dai vetri della finestra.
“Vuoi che ti lasci qui stanotte?”
“No.”
“Vuoi tornare da Valjet?”
“Sì.”
“Allora andiamo.”
Sento l’odore dell’aria quando la pioggia smette.
Non sono io.
Non sono…
No.
Apro gli occhi, poi li abbasso.
Vedo la mia catenina sul petto. Il crocifisso della prima comunione.
Sì. Sono io.
Scusa, Dio.
Usciamo in giardino. Ho smesso di distinguere le persone intorno a me, il tramonto le rende figure uguali.
Risaliamo in macchina, mi metto vicina a Valjet.
“Odio queste stronzate,” dice Max.
Ora che siamo fuori da casa sua, Valjet non deve più mordersi la lingua:
“Non glielo diresti in faccia.”
Max si gira verso di lei con la mano alzata, Dasho entra e si siede al posto del passeggero. Redian entra dal mio lato.
“Dirmi in faccia che cosa?”
Max tace un secondo. Poi rimette in moto.
L’asfalto brilla, è pieno di pozze piccole come occhi. L’aria sa di bagnato e cemento. Le strade corrono via, vedo cartelli pubblicitari sbiaditi. Un ragazzo in bicicletta che non ci guarda. Il mondo continua a muoversi. Noi no. Io no. Valjet tace, tiene le mani in grembo, chiude gli occhi ogni tanto. Le case tornano.
Il portone.
L’androne.
Un rettangolo scuro che conosco.
Scendo dalla macchina per entrare. Devo correre da Liveta, Valjet mi segue.
***
Idra accende il microonde:
“Per te era una stalla o era casa?”
“Non voglio pensarci troppo. Se ci penso bene, non riesco a respirare.”
Sento il beep del microonde.
Scrivo sul mio taccuino:
Nessuno mi ha mai tirata per i capelli.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
Non cerco incontri e nemmeno sesso virtuale. Chi vuole scrivermi per parlare di scrittura è benvenuto. Per tutto il resto non ci sono. [email protected]
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