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Erotika
La lunga notte · Cap. 13
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Capitolo 13 di 21 34 min di lettura

Dentro le sorelle

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 1.1k letture · 0

Sorrido e sento la mia faccia arrossire nonostante il bollore del tè: “Non me l’aspettavo. Però mi piaceva, gliel’avrei data io.”

“Potevi dirlo,” dice Idra risucchiando, “non penso che gli sarebbe dispiaciuto, e poi forse vi potevate guarire a vicenda. E io mi sarei risparmiata la melissa. Costa un botto adesso. Prima l’indiano che abita al primo piano me le dava a quattro euro l’una, adesso invece…”

La campanella all’esterno squilla. Mi alzo io prima di lei, metto l’occhio sullo spioncino. È una donna. Dico: “Eccone un’altra.”

Idra si solleva con sforzo e poca voglia: “La riconosci?”

“No.”

Idra mette il suo occhio al posto del mio:

“Io nemmeno. Vediamo quanto vuole spendere per farsi dire una bugia.”

Si ferma poco la signora. Non mi interessa ascoltare anche il suo lutto. Aspetto fuori, è ghiacciata l’aria della notte.

Nel buio non si vede niente, sto ancora cercando quel ragazzo. Dove può essere andato? P.R. è un buco di paese, la gente si incrocia sempre negli stessi tre angoli. Mi batto il palmo sulla coscia per levare le foglioline secche di tè incastrate nella trama delle calze. La pelle si scalda di colpo. Mi manca un dato: lui appartiene a questo posto? Chiederò a Idra. Lo sa di sicuro.

Eccola con le chiavi in mano, saluta la sua ultima cliente. Il suo cappotto color argento sembra liquido alla luce di un lampione.

Si lucida le unghie sulla borsa e mi trascina: “Torniamo a casa. Elena è già arrivata, ma è fuori al freddo, non ha le chiavi.”

La nebbia è calata, densa da soffocarti. Pare un lenzuolo umido premuto sulla faccia. La casa è satura del calore del termosifone, le gambe si riprendono.

Elena sta provando ad accendere la TV.

“Stanotte,” Idra si sfila il soprabito d’argento lasciandolo cadere sulla sedia, “è venuto uno a raccontarci che si scopava la sorella.”

Elena schiaccia il pulsante rosso del telecomando, finalmente va: “E adesso non se la scopa più?”

“Adesso è morta, ma non del tutto.”

Elena allunga il collo verso la caffettiera: “Fai tu o fa lo spettro?”

Vado a farlo io e dico: “Non è divertente.”

Mi guardano tutte e due.

“Angela non si è sconvolta,” dice Idra.

“Scopare le sorelle era qualcosa di normale nel troiaio. Le puttane si chiamavano sorelle,” dico.

Elena cambia un canale dietro l’altro. “Anche Dasho si scopava la sorella?”

“Non ne so molto, della vita che faceva prima che arrivassi io.”

***

Dall’alto delle scale sento la voce di mia madre e Matteo è a casa.

Appena mi vede entrare, mamma alza la testa dal riflesso del bicchiere. “Mercoledì non sei passata a trovarmi.”

Puoi andare da lei quanto vuoi, tanto alla fine avrà sempre da ridire.

La televisione è accesa al massimo del volume sul canale di Radio 105. Matteo sta cercando di liberarsi di lei per tornare al lavoro e io voglio fare altrettanto. La musica vibra e si fa strada tra di noi, attraversa il tavolo, mi pulsa nelle tempie. “Amore, abbassa quella televisione.”

Mia madre, come se fosse a casa sua, recupera il telecomando e spegne: “Glielo avevo detto anche io, ma lui mi ha risposto che non può farne a meno. Siete dipendenti dalla musica…”

“Io non sono dipendente da nulla,” metto in chiaro.

Ma non è la verità.

Matteo fissa un punto del tappeto blu: “Mentre lavoro la TV mi fa compagnia.”

Mia madre guarda la busta che porto: “Infatti, tu non sei mai in casa.”

Mi giro e inizio a sistemare la spesa. “Sono andata a comprare le arance e a mettere benzina.”

“E oggi pomeriggio dove vai?”

Nemmeno mio marito mi fa queste domande. Mi sfilo il cappotto tentando di non prendermela.

“Ora mi riposo, poi vedrò.”

“Non hai niente da pensare. Se fai un figlio la vita sarà più semplice. Non dovrai sempre trovarti la maniera di stare impegnata.”

Mi guarda come una lavatrice da aggiustare.

Lo stesso disco fisso di sempre, senza respirare dico: “Il mio obiettivo non è avere una vita semplice.”

“Allora fa in modo di distrarti, la tua pelle sta peggio di prima.”

Mia madre continua a chiacchierare, tira fuori consigli dal cappello. Mi viene in mente Irina, lei dice sempre: i consigli li danno i fessi. Ridacchio.

Lei insiste rigirando una scatoletta di arachidi: “Mi piacerebbe sapere dove sparisci tutti i giorni.”

La ignoro, ma le sfilo dalle mani le noccioline e le verso coi salatini in un piatto di vetro a scompartimenti. Grazie all’unghia rasoio apro le confezioni con una facilità estrema. Non mi dilungo, questo è il sunto delle cose che chiede sempre: “Che hai combinato quest’anno? Perché devo guardare le vicine giocare coi nipoti e io non posso? Guarda che Matteo si trova un’altra e io non sgancio un euro per te, Angela. Quindi almeno staccagli un mantenimento buono. Ti ho già fatta studiare, ti ho insegnato il pianoforte…”

Matteo accavalla le gambe, mette il gomito sul bracciolo del divano e appoggia la testa sul pugno chiuso. Non ho bisogno di immaginare cosa gli passa per la testa.

“Ma me lo dici o no, dove vai tutti i giorni?”

Sorrido, però scuoto la testa masticando una nocciolina. Passo in rassegna le parole di Massimo: mi ha detto che quando ogni bugia rischia di sembrare troppo artefatta, bisogna dire la verità. La verità può essere talmente assurda da scioccare meglio di qualsiasi invenzione.

“Dov’eri mercoledì? Ho finito di lavorare e ti aspettavo in studio, la domestica mi ha detto che a casa non eri passata. Appena finisco di lavorare la chiamo sempre per sapere se sei venuta.”

Si riempie le mani di noccioline: “Ma tu non eri venuta.”

Vuole darsi un’aria preoccupata, la sua fronte si riempie di pieghe come una fisarmonica e, siccome ci sto godendo, dico: “Dai, sforzati, puoi essere ancora più noiosa.”

Inghiotte rumorosamente: “Non è che davvero hai l’amante?”

“Appena vado a lavorare,” dice Matteo, “la prima cosa che faccio è sentire il mio investigatore privato per aggiornamenti dettagliati sugli spostamenti di tua figlia. Non mi ha mai tradito e io nemmeno a lei. Sono sicuro. Non serve.”

Mamma mi guarda ancora, mi guarda come un bambino maltrattato senza motivo. Un’altra nocciolina entra nella sua bocca.

Quasi quasi mi dispiace per lei, allora dico:

“Ogni volta che vai al lavoro, io scappo a fare cose pazze, folli, cose completamente fuori di testa.”

Loro due ridono.

Mia madre cambia argomento, colma la nostra attenzione sempre e comunque. Matteo finge di essere assorbito, poi si alza e ci saluta.

Vado a vestirmi. È quasi mezzogiorno.

Dopo che ho portato i miei vestiti a Nadia e Valjet, mi hanno voluto dare qualcosa di loro. E io adesso indosso i loro regali. Sarà uno spasso vedere che faccia farà mia madre.

Esco in corridoio con la sciarpa di tulle nero tempestata di strass che mi ha dato Nadia e il vestito color ciliegia scollato che mi ha passato Valjet. Porto il profumo di Irina.

Mi guardo nello specchio: il mio look è cambiato. È più morboso di prima. Non sembro più io. Il vestito mi sta troppo bene. La sciarpa è una cosa sbagliata. È desolante. Mi piace. Non riesco a smettere di guardarmi.

Mi annuso e penso che, ad avercela con Irina, ora ci vuole molto più sforzo di prima.

Basta non indossare gioielli e questo look può passare, anche se è eccentrico. E poi i gioielli mi fanno soffrire: mi ricordano che Dasho mi ha svuotato la cassaforte. Mi fanno pensare agli anelli di Max, alle pietre di Redian, a tutti quei metalli tirati, compatti che i protettori portano per farsi riconoscere. Non servono a niente, ma quando li vedi capisci. Non è il fatto che li portino. È come cambia la mano. I gioielli non mi danno più gioia, però li guardo lo stesso.

Mamma è rimasta bloccata: “Dove vai così conciata?”

“Dove sono stata fino adesso,” rispondo con le chiavi in mano e il cappotto già infilato per una manica.

E penso: vado da una famiglia alternativa, comunque più sopportabile di te, anche se ha i suoi problemi. Si fanno lavori rischiosi e a volte proprio schifosi per far girare la giostra, ma per il resto è una pacchia. Le mie sorelle sono molto accoglienti. Mi piace stare a pranzo da loro. Certo, c’è sempre quella tensione a tavola… ma dopotutto anche a casa nostra a pranzo c’era tensione, e in più tu cucinavi da schifo. Nadia invece cucina bene.

***

Continuo a lavorare tutti i pomeriggi. Appena Ditmir mi apre la porta, sento la gatta di Nadia che miagola senza sosta. Se ne sta in una scatola sul balcone, immobile, con una zampa che sembra un enorme salsicciotto bianco. È colpa del bendaggio troppo imbottito che la blocca.

Mi arriva la voce di Redian alle spalle: “Qualcuno pensa di portare da mangiare a quella bestiaccia?”

Irina sbatte piatti e bicchieri. Jasmin non mi ha salutata e ora realizzo che tutti hanno una faccia da spiriti maligni.

Dico a Marina: “Tutto bene?”

E lei mi fa: “Tutto a posto, niente è in ordine.”

Eppure solo ieri ho visto Lori addormentata e il suo petto si alzava e abbassava regolare. Era quasi rassicurante.

Prima di andare avanti…

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