Sento un: “Aiuto! Mollami, mi stai facendo male.” Poi una lunga sequenza di urli e un elenco di bestemmie. Poi un “Basta!” urlato, ma era la voce di Dasho.
Mi giro in cerca dello sguardo… di chiunque.
Marina stende la tovaglia: “Dasho ha provato a mandarla a lavorare stamattina.”
Scruto il tovagliolo che tiene sul braccio. “Come è andata?”
La risposta era ovvia. Marina ride con la gola: “Quella è fuori di testa. Ha fatto scappare un cliente con un morso sanguinante in faccia. Lui voleva fare la denuncia.”
“E ora?”
Jasmin si sta rosicchiando un’unghia: “E ora li vedrai fare a testate finché lei non cede, e sarà sempre peggio. Non c’è mai fine al peggio.”
Da qualche parte partono le note di Only Hope. La voce di Mandy Moore invade lo spazio, ma sicuramente non arriva dallo stereo di Liveta. Marina sospira.
Qualcuno urla: “Promettimi che non ti innamorerai di me!” trascinando la mano sulle sbarre di una ringhiera.
Stoc, stoc, stoc.
A meno che la gatta non sia posseduta da Jamie Sullivan, qualcuno in questo condominio sta guardando I passi dell’amore a un volume inaccettabile.
Marina si prende la testa tra le mani: “Come se non ci bastasse quella, è tornato anche il vicino.”
E io mi siedo accanto a lei: “Il vicino?”
Irina sta già masticando: “Qua a fianco ci abita un rumeno. Per un periodo è stato in vacanza al Grand Hotel Bollate, e adesso l’hanno rispedito ai domiciliari. Potrai goderti i film stupidi, sdolcinati, che guarda sempre a tutto volume.”
Mi siedo accanto a lei e sorrido.
Forse, sarà addirittura divertente.
Irina mi passa un dito sulla guancia. “Oggi mi sembra che la tua pelle stia meglio. Hai anche un odore migliore.”
“Ho messo il tuo profumo,” dico.
La porta della “fu camera di Irina” sbatte. Arriva Dasho e Marina lo guarda con gli occhi di chi ha già visto la fine del film.
“Nessuna deve parlare con quella stronza. Ci siamo capiti?”
Le loro voci rispondono: “Sì.” Tutte. Tranne la mia.
Resto in silenzio e lui mi fissa, poi ripete: “Ci siamo capiti?”
Sento la pressione del suo sguardo, ma le mie labbra non si scollano.
Sbatto le ciglia.
“Sì.”
– Dammi attenzione.
Sbatto di nuovo le ciglia.
“Non ti ho sentita.”
La gola mi si secca: “Sì.” La voce mi esce più forte di quanto volessi.
C’è anche Max oggi. Quello di là deve essersi messo a pranzo pure lui. I passi dell’amore tace ed è sceso un tale silenzio che si sentono solo le macchine dalla strada.
Max sta guardando verso il corridoio, idealmente verso la camera di Lori: “Allora? Quell’aborto, chi è che te l’ha portato?”
Dasho sposta la sedia vuota dove avrebbe dovuto stare Lori e gli risponde: “Muffa.”
Io, senza accorgermene, dico: “Cos’è muffa?”
Mi mordo l’interno della guancia troppo tardi.
Max mi guarda dritto in faccia: “Muffa significa muffa. Non fare domande del cazzo e stai al posto tuo.”
Vorrei sparire.
Dasho si gira verso di me piano, piano: “Muffa si chiama il tizio che ci ha portato quella troia.”
Max svuota il bicchiere: “Quella troia che per me dovrebbe già stare nella bara, che è il posto suo.”
Osservo gli angoli anneriti del soffitto. Muffa.
Ovvero un trafficante.
Uno che butta ragazzine nel tritacarne.
L’orco delle favole.
Ecco il colpevole.
Valjet entra in cucina. Appena la vede, Dasho si spinge indietro con la sedia e allunga le gambe sotto il tavolo, occupando tutto lo spazio tra loro. Qui da noi certi giorni d’autunno il clima è umido e pungente. Non è il freddo secco dell’inverno, ma Nadia ha già iniziato a cucinare brodaglie. Valjet beve dal cucchiaio cercando di non guardarlo e inonda la tovaglia.
“Il brodo deve andare nella tua bocca, non tutto in giro per casa. Ma anche quando lavori fai così?”
Le altre ridono. Io non ci riesco, percepisco il profumo di mia suocera. Deve averlo sentito pure lui.
“Hai fatto il bagno nella menta?”
Valjet apre la bocca, ma prima che dica qualcosa le si avvicina e le annusa il collo. “Fatti la doccia.”
Lei rimane dritta, immobile: “Ci tengo molto a portare questo profumo.”
“Tanto puzzi di sigarette e di maiali lo stesso.”
“Ci tengo anch’io,” sussurro. “Glielo ha regalato mia suocera.”
Sembra che non mi abbia nemmeno sentita: “Va bene, se vuoi somigliare alla troia griffata lascerò che odori come un mazzo di erbacce.”
Sto riflettendo sul suono del mio nuovo titolo: troia griffata.
Chiedo sottovoce a Irina: “Secondo te era un complimento?”
Lei mi guarda come una persona che ti fa tanta, tanta pena. “Dopo, vieni da me in camera.”
***
Da quando ho preso il vizio di fumare erba insieme a Irina, gli occhi mi diventano lucidi di continuo e il cervello si riempie di fiorellini e forellini. È come se mi guardassi da lontano: una me sbiadita nello specchio. Sento di essere andata un po’ troppo oltre. Non trovo una ragione per allontanarmi da loro, la mia vita si sta allontanando dalla ragione stessa.
Si sentono bestemmie dalla cucina che sovrastano grida e porte sbattute. Ci tiriamo su per andare a controllare. Nadia si sta scusando per qualcosa e Ditmir sbraita.
Appena se ne va, le chiedo: “Che è successo?”
Nadia sta succhiando un ciondolo. Sputa un cuoricino dorato luccicante di saliva e dice: “Me l’ha regalato il mio ragazzo.”
Irina apre le braccia: “Gridavate per quello?”
“No. Mi sono scordata di fare la lista della spesa l’altro ieri. Pensavo alla mia gatta…”
Irina si batte una mano sulla fronte: “Pensavi al tuo ragazzo, non alla gatta. E ora come facciamo?”
Io non capisco che ci sia di così urgente da comprare. Abbiamo già mangiato. Ma è solo perché non ho mai visto la lista della spesa di una casa di mignotte. E infatti il problema principale è che per lavorare oggi pomeriggio non ci sono i preservativi.
Ci spostiamo di nuovo in camera di Irina e ora Nadia inizia a scrivere su un foglio adesivo:
Preservativi. Scatole da 500, taglia M, L, XL (forse non contempla i clienti col mini-pene).
Lamette per fabbricare unghie rasoio.
Lubrificanti vari.
Le rivolgo un’occhiata e lei para la mia perplessità: “Non tutte sono auto-lubrificanti come te dopo un po’. Marina, per esempio, ha la fica sempre secca.”
La lista del troiaio si allunga:
Spugne da sminuzzare per i giorni del ciclo.
Stracci che sembrano vestiti.
Dopotutto, per fare questo lavoro basta che prendi una bella maglietta cinese con paillettes, te la tiri sotto il culo e sei pronta per una nottata di divertimento in strada. Dopo un mese, la butti. E poi pane, fette biscottate, cereali… birra, vino, whiskey.
Nadia se ne va per consegnare la lista. Io mi stendo di nuovo accanto a Irina.
“Forse questa è una storia d’amore,” butto lì.
Irina sta rollando un’altra volta: “Sta troppo con la testa tra le nuvole. Il problema è che d’inverno conti i clienti… per il resto le giornate sono così deprimenti… La nostra capacità di sopportare la noia scende venti gradi sottozero. Allora ci si deve inventare qualcosa.”
Dandole l’accendino dico: “Pensi che possa ficcarsi dentro qualcosa di sbagliato?”
“Ficcarsi dentro a qualcosa, o ficcarsi dentro qualcosa. Cambia poco. Io non capisco solo… dove trova ancora la voglia di farsi scopare quando esce.”
Irina gira il viso verso il mio e mi inonda di fumo: “Anche se non è amore, Nadia per ammazzare la noia si fa bastare anche uno che inizi a trattarla male mentre se la scopa, a darle botte e cose così. Tu sei uguale. Quest’inverno non ti annoierai.”
Ora sbotto: “Ma non è vero!”
“Certo che è vero. Alla nostra chiesa serviva questa sotto-trama. Il mito di Santa Angela. Ti sacrifichi per noi. Per lui. Per tutta l’umanità. Tu, martire e vittima di te stessa.”
Irina ride sempre più forte e dopotutto lo trovo comico anch’io. Mi chiedo come parlino di me quando non ci sono. Lei incrocia le braccia dietro la testa: “Io vi invidio. Qui serve quello. Se non ti piace incassare, non lavori. Vale anche in tutti gli altri mestieri, comunque.”
Dasho apre la porta. Sicuramente sente l’odore di erba, ma non dice niente. Mi getta un impermeabile giallo: “Quando inizia a fare brutto tempo mettete questi.”
Me lo rigiro tra le mani senza capire: “Questa pellicola gialla sarebbe… per la pioggia?”
“Vi rende visibili e aiuta per i controlli, quando capitano. Se vi bagnate fatevi asciugare dai clienti.”
Sospiro. Come diceva Liveta è inutile dirgli qualsiasi cosa, e poi ora tocca a me tirare.
“Dato che non abbiamo fatto la spesa, oggi vi dovete arrangiare coi preservativi dei distributori che sta comprando Marina.” Dasho mi lancia anche una scatola di Durex. La porta si chiude, lui sparisce. Li guardo: non basteranno nemmeno per le prime due ore di lavoro.
Leggo: Gusto fragola.
Irina allunga il collo verso di me: “Scommetto la vita che ci vedi una scatola di cioccolatini a forma di cuore.”
Dico: “Ma quanto sei stronza. I miei non dicevano mai niente che troveresti in un bacio Perugina, non mi aspetto nulla del genere.”
Irina mi abbraccia: “Quando è così, ti assolvo dai tuoi peccati.”
