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Erotika
La lunga notte · Cap. 13
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Capitolo 13 di 21 34 min di lettura

Dentro le sorelle

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 1.1k letture · 0

Non ricordo cosa stavamo dicendo, ma ho l’impressione che stia continuando a prendermi per i fondelli.

Riempie un bicchiere d’acqua, ci versa dentro qualche goccia e mi invita a bere questa magica medicina.

L’orologio sul muro dice che è le una e tre quarti: “Non è che stiamo esagerando?”

“Tanto, la macchina non la dobbiamo portare noi.”


Siamo in quello spiazzo dietro il palazzo grigio. Nadia sta ancora succhiando il ciondolo. Lo butta fuori dalla bocca, verso di me: “Che hai fatto stamattina?”

“Ho visto mia madre, è venuta a casa. Si lamenta che questo mercoledì non sono andata a trovarla.”

“Ah, ma allora la vedi spesso?”

“Certo. Ma ogni volta che la vedo faccio sogni orribili.”

“Del tipo?”

“L’ultima volta che sono uscita con lei, ho sognato che volevano lapidarmi. Ho fatto un incubo anche stanotte e l’avevo sentita ieri.”

Valjet mente: “Raccontacelo, ci interessa.”

“Sei proprio un’artista della bugia. Ma se vi interessa, ho visto le due Angela che sono dentro di me. Una, quella che andava in chiesa, e l’altra, quella che vive qui, e litigavano. E quella che andava in chiesa ha detto all’altra me che manderà una lettera a mamma e una a Matteo. Ci sarà scritto che sono una troia. E sarà firmata: Io.”

“In chiesa…” Valjet lo dice come se fosse una cosa così ridicola...



“Sì. Mia madre era fissata con la chiesa. Mi ci obbligava ogni domenica.”

Il telefono di Marina squilla. “Silenzio. È Dasho.”

Valjet continua a parlare come una scimmietta: “Silenzio, ascoltiamo ora la sua parola.”

Siamo all’inferno e ci lasciamo andare alle risate dei dannati.

Sento la voce di Dasho dall’altra parte: “Vi state divertendo così tanto laggiù?”

Marina resta seria: “Stiamo lavorando.” Non ho sentito il resto.

“Che ha detto?” chiedo.

“Prega per te.”

“Cioè?”

“Ha detto che stanno tornando i suoi amici poliziotti per te.”

Oh no! I poliziotti! Non voglio che mi prendano di nuovo a frustate sul culo. Certo, Matteo non sarà sempre a casa e posso coprirmi meglio, ora che non fa più caldo, ma resta il pericolo che veda i segni.

“No,” dico, “richiamalo, non li voglio.”

“Ma che scherzi? I poliziotti sono clienti importantissimi.”

“Ho paura che mi facciano segni che non posso spiegare a casa.” Devo avere una faccia molto preoccupata.

“Angela, non scherzare con loro, lo sai...” Marina non ha ancora finito di parlare che arriva quella macchina.

Per un attimo non vedo nemmeno i fari, mi torna addosso il terrore della lunga notte. Rivedo il vetro abbassato, le mani, la cintura. Il mio stesso respiro che cercava un angolo dove nascondersi. Si riaccende la stanchezza e il senso di perdita che sentivo su quell’altro marciapiede. Vorrei correre. Vorrei sparire dietro il palazzo grigio, infilarmi nei cartelloni strappati, sotto l’asfalto, ovunque.

Ma così scapperei anche da lui.

Resto immobile.

Il finestrino si abbassa: sono in quattro. Peggio ancora, l’altra volta erano tre.

“Ciao, troia, ti abbiamo portato il nostro capo, che ci teneva a conoscerti.”

In mezzo a tante schifezze, quello nuovo almeno ha una faccia memorabile, da porco consumato. C’è anche quello che la prima notte m’aveva detto che, se avessi avuto problemi col permesso di soggiorno, mi avrebbe aiutata lui. Che spasso! Adesso ormai si è reso conto che sono italiana e che non sono una puttana. Cioè, non una di quelle convenzionali.

Il capo squadra si presenta. “Io sono Cristiano.”

“Io sono Angela.”

“Lo so. Non ci volevo credere quando ce l’ha raccontato, che eravate due scimuniti che giocavano a mignotta e cliente. Ma ne è valsa la pena?”

Le mie labbra esitano, poi dicono: “In realtà non lo so, certo però esistono giochi più originali.”

“E meno rischiosi. Mi sono chiesto a lungo, in quel periodo, se sareste venuti a fare la denuncia.”

“No,” dico, “potevamo finire sul giornale. Già vedevo il titolo: Coppia bene cerca il brivido nei bassi fondi. Sottotitolo: lui rapinato, lei violentata e mandata a farsi fottere da tre poliziotti porci.”

Cristiano ride forte: “Avete fatto bene, in ogni caso io l’avrei fatta sparire... la denuncia.”

La radio gracchia qualcosa dalla centrale. Uno di loro risponde: “Ricevuto.” Gli altri tre scendono, rimango sui sedili di dietro con Cristiano. Nemmeno il tempo di dargli il preservativo che mi gira e sento contro le natiche il suo cazzo duro. Il freddo sparisce di colpo dalla pelle dove mi tocca.

La sua bocca mi scivola sul collo, i denti si fermano sulle mie orecchie. Quell’impermeabile giallo che non copre nulla mi si è avvoltolato fino alle spalle. Me lo sfilo dalla testa, insieme al top. Le sue mani mi corrono sotto la gonna. Trova la fica bagnata.

“Se stai ancora recitando la parte della mignotta, complimenti per il realismo.”

“Grazie.” Lo dico troppo in fretta.

Le mie dita tremano mentre gli spingo il preservativo contro il palmo. Cerco di calmarmi, di dirmi che è solo il terrore viscerale della sifilide, dell’epatite, di tutto quello che la carne altrui potrebbe piantarmi dentro a ogni corsa. Penso: – Ti prego, prendilo. Mettitelo.

Per fortuna lo apre, se lo srotola addosso, ma un secondo prima di piantarsi dentro di me si ferma. Sento la punta fredda che esita sulla pelle.

“Un anale è sempre meglio a gambe larghe in piedi.”

La voce mi esce in un soffio tremante: “Fuori fa un freddo cane.”

“Siamo in quattro, non avrai freddo per molto.”

Mi appoggio al cofano della macchina. Il metallo è ghiacciato e mi brucia i capezzoli. Respiro dalla bocca. L’aria entra gelida e mi taglia il fiato.

“Hai già venduto il culo, oggi?”

“No, eravamo appena arrivate.”


“Eppure la tua fica sembra molto usata, stai bagnata tutto il giorno senza motivo?”

“Sì.”

Vuole farmi soffrire, ma i suoi colleghi aspettano il loro turno. Il mio respiro si condensa in nuvolette bianche mentre cerca di entrarmi nel culo. Ha un cazzo così largo che è un tormento. Mi tira verso di sé a scatti. Il corpo non si apre, cede.

Ogni volta che lui spinge, la lamiera del cofano emette un gemito sordo sotto il mio peso e, dentro l’abitacolo, la radio gracchia codici numerici. La centrale elenca targhe e sinistri stradali.

Mi scappa un grido e la sua mano mi spinge la testa contro il cofano.

Qualcuno infila la testa in macchina per dire: “Ricevuto.”

Sento il metallo nei denti, sui polsi che mi vengono bloccati coi braccialetti di ferro freddo dietro la schiena.

“Stai zitta, troia. Devo farti male?”

“Basta”, dico. La risposta mi è uscita istintiva, me ne pento subito.

“Sì, invece. Si può sempre più di così.”

È arrivato in fondo.

Basta che finisca. Chiudo gli occhi, vedo gli occhi di Dasho quando mi guarda senza parlare. Mi ci aggrappo. Non sento più le gambe e ora la mia fica gocciola. Sento l’uomo dietro di me allargarmi le natiche, tocca in mezzo, guarda il suo cazzo che esce ed entra da me. Finalmente lo sento venire e uscire. Ma mi fa male anche mentre esce, tutta quella carne. Non ho il tempo di capire che è finita che già mi tirano.

“A cuccia, cagna.”

Riesco a inginocchiarmi su una gamba sola senza finire a faccia in giù sull’asfalto, ho sempre i polsi ammanettati. Questo, per fortuna, si accontenta di farselo succhiare. Tengo le labbra più morbide possibile, la lingua contro la pelle, mi muovo su e giù, su e giù. Non apro gli occhi, il ritmo è cieco. Il mio risucchio è umido. La mandibola scatta e i muscoli del collo bruciano. Sento il suo sapore sulla lingua e ricaccio il riflesso del vomito giù, a forza.

Dalla radio escono di nuovo voci stridule.

Mi rialzo con la bocca piena di sperma, non deglutisco subito. La lingua si adegua alla consistenza, e ora posso inghiottire.

“Ricevuto.”

E il mio corpo continua da solo, vuole venire. Penso che se ci fosse lui sarebbe diverso.

“Senti che odore di fica...” La voce di quello che l’altra volta mi ha preso a cinghiate. Mi stende sopra il cofano un’altra volta.

“Apri le cosce.”

Premo la schiena sul cofano. A gambe spalancate, cerco coi piedi una presa sul bordo ghiacciato della carrozzeria. Mi si contraggono i polpacci in un crampo per lo sforzo di non cadere di lato, ma lo statale in uniforme che me l’ha messo dentro se ne frega e si dà il cambio con il successivo.

Appena chiudo gli occhi il respiro mi scappa via, accelera. Sento un calore denso che parte dal basso e si allarga nel petto, fin sotto le unghie. Ogni terminazione nervosa diventa elettrica, sensibilissima al contatto. Il basso ventre comincia a tremare, a contrarsi a scatti ciechi, involontari. La scossa profonda si prende tutto.

Subito dopo arriva il collasso. Il cuore perde battiti, lo sento nei timpani, i muscoli delle gambe si fanno acqua gelata.

Stiamo tornando dalle altre, Cristiano mi infila tre carte rosse da dieci euro nel reggiseno. Io sono stordita e ci faccio poco caso.

“È la mancia. Tornerò a trovarti.”

Per l’ultima volta la radio emette suoni rochi.

“Ricevuto.”

Le lascio lì al caldo tra la pelle e il pizzo. Non ho voglia di toccarle. Come prevedevo, quel pacchetto di preservativi è finito quando il lavoro non era nemmeno iniziato.

Prima di andare avanti…

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