Ditmir è tornato a riportarli.
Non vedo l’ora di andarmene a casa, mi sono capitati due neri con dei cazzi enormi, uno ha voluto il mio culo. Sono sfinita e anche le altre sono diventate blu dal freddo.
Ecco la macchina. È troppo pulita, ma una strana sensazione di sporco opprimente mi gonfia il petto. Vorrei una delle magiche sigarette di Irina. Potrebbe alleviare la fitta nel petto, la macchina rallenta la corsa. Sono debolissima, Marina mi tiene aperta la portiera.
Dasho mi guarda dallo specchietto: “È venuto a trovarti Cristiano, il mio amico?”
“Sì.”
“È rimasto contento di te? Dimmi la verità, lo saprò comunque.”
“Ha detto di sì.”
Non lo guardo. Aspetto che dica altro.
“Brava.”
Allunga una mano e mi accarezza la coscia. Io istintivamente chiudo gli occhi. Sento le sue dita pizzicare il bordo dell’autoreggente.
Ditmir s’infila nella stradina che porta al condominio: “Sono stato al supermercato e ho lavato la macchina capo, se proprio devi, falla venire a casa.” La sua mano mi abbandona ma vedo un lampo di calore nei suoi occhi.
Piccole gocce fredde cadono sui miei capelli e sulle spalle gialle dell’impermeabile, sta piovendo quando arriviamo all’androne. Ci aspetta una macchina bianca. Scopro che le forniture di preservativi, erba e sigarette straniere ci vengono consegnate da un marocchino.
Noi entriamo, Ditmir fruga nelle buste: “Mancano le mie sigarette.”
Quello dice: “Avevo una stecca sola di quelle, e me l’ha fregata un maresciallo. Lo sai, non si dice no al maresciallo.”
“Sì, come no.” Ditmir gli dà un paio di cento euro.
Il marocchino lancia un fazzoletto arrotolato a Irina: “Regalo per te bella fica, io poi chiama te.”
Irina lo prende al volo e gli manda baci.
La bocca del marocchino si apre, scoprendo denti troppo bianchi “Eee-e... A te non ti conosco. Se tu serve vestiti, sigarette o qualcosa speciale chiama me.” Mi allunga un biglietto da visita bianco, caratteri argentati recitano:
SUFÌAN...
...CENTO ANNI DI GARANZIA.
“E...” aggiunge, “chiama me. Tuo capo dopo paga. Ciao.”
Ditmir gli sbatte la porta in faccia: “Se ti serve qualcosa da lui, dillo a noi.”
“Va bene.”
Sono distrutta, le scale non finiscono mai. Col freddo le caviglie sui tacchi si irrigidiscono e ho i crampi ai polpacci. Guardo Dasho, voglio che mi veda adesso che ho finito con Cristiano, per dare un senso a tutta quella carne che mi è passata dentro. Che si renda conto di quanto mi è costato. Ma per qualche motivo Max è in mezzo al corridoio e mi cancella. Sparisce con lui dietro la solita porta.
Vado a farmi la doccia per riprendermi.
In camera ci sono Nadia e Irina. Irina dà tutta la sua attenzione al nuovo pezzo di fumo, Nadia farnetica di quando sposerà il fotografo. Sorride mentre ne parla. Contro i vetri della finestra si sente il tump tump tump della pioggia. Il ritmo accelera, per stasera non si fermerà. Mi siedo sul bordo del letto ad ascoltare, ancora con l’asciugamano addosso. Sento passi nel corridoio, la porta è aperta come sempre.
Nonostante la stanchezza mi piace ascoltare le loro chiacchiere. È come riavere indietro il tempo in cui ero solo una ragazza senza pensieri. Sto ancora pensando a questo, quando un cazzotto pieno di anelli mi colpisce tra le scapole.
La mia schiena s’inarca sotto la spinta del dolore. Sono finita di faccia sul letto. Mi volto trattenendo un gemito. Apro gli occhi e vedo Max, ma non capisco cosa gli ho fatto.
Irina ha lasciato cadere il panetto che stava tagliando.
“Non provarci più,” si sta prendendo le banconote rimaste nel mio reggiseno buttato sulla sedia.
La mancia di Cristiano!
Guardo quel pezzo di pizzo e le tre carte rosse che spariscono nel suo pugno. “Non ci avevo pensato.”
“Mai rubare.”
Non mi crede, ma è una cosa assurda.
Irina si mette in mezzo: “È sicuro che non ci aveva pensato, chi non si farebbe spaccare la faccia per trenta euro? Un affarone, davvero.” È alle mie spalle, non mi volto a guardarla ma mi ci appoggio lo stesso.
Max alza una mano verso di lei. Dasho adesso ci ha raggiunti.
“No in faccia! I clienti poi si spaventano e scappano. O peggio, si preoccupano.”
Già.
Butto fuori tutta l’aria dai polmoni, questa stanza sa di stanchezza.
Avevo guardato la porta.
Max gli mette in mano i soldi. Seguo con gli occhi il movimento delle banconote che passano da un palmo all’altro, prima che i loro passi si allontanino nel corridoio.
Irina riprende la sua nuova magica medicina, tocca con un dito il viso sognante di Nadia: “Vedi ragazzina, tu t’immagini una festa che non finisce mai. Invece, molto più spesso, il matrimonio è un’esperienza simile a questa.”
Nadia si alza troppo in fretta, come se qualcuno l’avesse chiamata da fuori: “Vado in cucina a fare il caffè.”
Mi vesto e resto a fumare con Irina. Il cervello si riempie di fiorellini.
Forellini.
Buchi.
I miei pensieri diventano sempre più semplici.
Anche il cervello di Irina sarà pieno di buchi? E quello di Nadia? Sicuramente sì, si sta scordando tutto.
Vorrei poter guardare dentro le sorelle.
Quando esco, guardo il corridoio. Max non c’è. Ma non vuol dire niente, potrebbe riapparire da un momento all’altro. Avevo intenzione di andarmene subito ma Ditmir mi indica la sedia: “Angela, fermati cinque minuti.”
Fisso il bordo del tavolo, avevo qualcosa in mente ma non ricordo cosa. Mi sembra che fosse importante.
Dasho mi osserva un secondo, poi distoglie lo sguardo.
Ditmir sta parlando con Nadia. Tiene gli occhi addosso a tutti, come se stesse contando: “Non ti sei nemmeno ricordata di mettere la birra nel frigo.”
Lei si è messa il vassoio vuoto sotto il braccio: “Con questo freddo non ce n’è bisogno.”
“E invece sì perché la birra dovrebbe sapere di birra, e invece questa sa di piscio.”
Osservo il profilo di Dasho e mi ricordo le parole di Valjet, quella notte che siamo andate nella piazza di Mimì: – Tu non puoi affidarti a quello. È uno che ha buttato la sorella da una macchina in corsa quando non ha voluto lavorare...
La mano di Dasho risale tra le mie spalle, torna il dolore e mi fa sobbalzare. La televisione accesa di là e le conversazioni stupide si portano via i pensieri.
Nadia sta pulendo la moka: “Bere a stomaco vuoto ti fa andare fuori di testa.”
“Se mi dai di nuovo la birra calda, ti ammazzo.”
Marina dice: “Uccidere tua sorella per una birra non è la cosa peggiore che le si può fare,” ma pare che parli di qualcun altro.
Ditmir scola la birra che sa di piscio: “E allora aspetterò che sia qualche cliente a provarci. E non muoverò un dito.”
Dasho mi avvicina la bottiglia alle labbra, io bevo. È una buona idea dopotutto, aggiungere l’alcol al resto... a questo punto. Lo fisso e mi sembra di ingoiare una pasticca di collera. E poi sembra tutto più morbido grazie al regalo che il marocchino ha lasciato a Irina.
Mi chiede: “Cosa c’è?”
Continuo a bere con gli occhi nei suoi. Mi dimentico perfino che lo sto guardando.
“Mi chiedevo, se fosse viva... tu, per una birra… la uccideresti?”
Lui mi fissa: “Ma chi?”
“Tua sorella.”
“Che ne sai tu di mia sorella?”
Non mi ricordo più se dovevo dirlo: “Me l’ha detto Liveta.”
Per la verità è stata Valjet. Ma Liveta non è qui. Io sto vivendo quella che era la sua vita e lei, per quanto ne so, potrebbe essere morta da un sacco di tempo.
“Così tanto si era aperta la bocca di Liveta? Meno male che me ne sono liberato.”
Qualcosa di acido mi cola nello stomaco, ma non è la birra. Jasmin tiene su di me i suoi occhi spalancati. Forse ho commesso un errore.
Dasho apre un’altra bottiglia: “Visto che ti interessa, se fosse viva potrei sapere davvero com’è scopare mia sorella. In quel senso lì, sarebbe stata l’unica a darmi qualcosa in più di voi.”
Fisso la bottiglia nella sua mano. L’etichetta ha perso aderenza per metà. Resto a guardare quel pezzo di carta finché i contorni non diventano sfocati. È ora di andare a casa, ma fuori fa troppo freddo.
Lì, lui non c’è.
Mi alzo con quel pensiero dentro.
“Copriti.” Sento che mi aggiusta la sciarpa di Nadia, ma sta già parlando con qualcun altro.
***
Il più delle volte, dopo il lavoro, torno a casa e mangio pane e burro d’arachidi. Quando arrivo, Matteo sta leggendo in mezzo a carte che coprono tutto il tavolo. Il vento che entra fa corrente con la finestra aperta e le carte ora coprono tutto il pavimento. Sono rivestita di brina.
Mio marito mi sorride: “Sei uno splendido pupazzo di neve.”
La mia faccia nello specchio diventa ogni giorno più cattiva.
Dice: – Tu, squallido pupazzo di neve, meriti di squagliarti al più presto possibile.
Com'è finora?
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Non cerco incontri e nemmeno sesso virtuale. Chi vuole scrivermi per parlare di scrittura è benvenuto. Per tutto il resto non ci sono. [email protected]
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