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Erotika
La lunga notte · Cap. 9
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Capitolo 9 di 21 29 min di lettura

Dammi un look per morire

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
3 mesi fa · 591 letture · 0

Irina schiaccia la cicca sotto il tacco e se ne va. Questa non è una bella giornata. Lo dice il cielo nero. Le prime ore passano quasi tranquille, ma il temporale si avvicina, anche se sarà breve, estivo. Le macchine smettono di girare e l’inattività diventa insopportabile.

Irina alza il naso verso il cielo. “Li chiamiamo? Non c’è niente da fare, cadono anche i fulmini.”

Anche Nadia solleva la testa. “Meglio aspettare.”

Irina si sposta al riparo del tendone di un bar fallito.

C’è un cartello giallo attaccato al vetro sudicio: “Vendesi.”

“Dove vai oggi pomeriggio?” chiedo.

Sembra che Nadia stia dicendo se rispondere.

“Se torniamo prima,” dico, “avrai più tempo.”

“No, aspetto una persona. Ha detto che passava stamattina.”

“Allora chiamalo e digli che ce ne andiamo,” dice Irina, rivolta al cartello giallo invece che a noi. “Tanto lo vedrai oggi pomeriggio, ne sono sicura. Così ci ammaliamo tutte.”

Il suo udito è spaventoso, ma lei non fa caso a me. Dice a Nadia:

“Non farti troppe illusioni. Se non è sincero ti schiaccerà la delusione.”

La guardo male. Ma una parte di me, sul fondo, suggerisce che Irina può aver ragione.

Ho qualche anno in più rispetto a Nadia, e mi pare che Irina potrebbe avere la mia età. È questo che ci fa nutrire meno fiducia nel genere umano.

Sono tornati comunque a prenderci in anticipo.

Irina borbotta: “Vedrai, ci sarà da litigare a casa.”

Dico: “Perché?”

“Non vedi quanti pochi soldi abbiamo?”

Salgo dopo di lei. Devo prendermi Nadia in braccio per non lasciare nessuna ad aspettare.

A casa mi scrollo di dosso la polvere della strada, ma non viene via tutto. Esco dalla doccia con i capelli che gocciano sul pavimento. Vado da Nadia e la trovo che si tampona la testa con l’asciugamano seduta sul letto.

Il mio telefono vibra sul comodino. È Luce, mia suocera che vuole pranzare con me. Forse faccio in tempo.

Esco in corridoio a cercare Dasho, mi sembra tranquillo.

“Parla.”

“Posso andare?”

“No. Avete portato pochi soldi stamattina. Lavori anche oggi pomeriggio.”

“Ho un impegno...”

“Rimandalo.”

Mi brucia la faccia.

“Certo.”

Chiamo Luce e invento una scusa. “Sono già fuori con amiche.”

Spero non lo dica a Matteo. Tutte le bugie che sto raccontando iniziano ad assomigliarsi, ne devo studiare di nuove e le devo scrivere da qualche parte o prima o poi mi confonderò.

Torno da Nadia, è in piedi davanti all’armadio e se ne sta con un’aria incerta davanti all’ammasso di indumenti all’interno.

“Che ti metti?”

Alza le spalle. “Non lo so. Non voglio sembrare…”

Non termina la frase.

“Una puttana,” finisco io.

Ci sono vestiti troppo stretti, troppo corti, troppo lucidi. Roba da vetrina notturna. Cerchiamo qualcosa che possa sembrare normale.

Troviamo poco. Una maglia scura troppo aderente, una gonna che cade male. Niente che racconti una ragazza che esce per un caffè, per un uomo normale.

“Se me l’avessi detto prima ti avrei portato qualcosa di mio.”

Lei scuote la testa. “Dasho se ne sarebbe accorto.”

Ha ragione. Si accorge sempre di tutto.

“Allora metti i miei.”

Le passo ciò che indossavo stamattina. La camicetta di raso bianca, la gonna con il bouquet di fiori azzurri ricamato sul fianco.

Le sue dita aperte sfiorano la stoffa ma non la prende. “E tu con cosa torni a casa?”

“Ha detto che devo restare qui anche oggi pomeriggio. Quando stasera torni me li ridai.”

“Giusto.”

“Mettila.”

La camicetta le cade morbida sulle spalle e la gonna le segna la vita in modo delicato. Cerchiamo un paio di scarpe basse decenti, le prendiamo in prestito da Irina. Tutto sommato è quella con l’armadio più normale qua dentro.

Nadia si mette davanti allo specchio.

“Se Liveta fosse qui a farmi i capelli…” dice piano. Il nome resta sospeso nell’aria.

Le si velano gli occhi, ma non piange e io sento una fitta nel petto. Mi avvicino e le sistemo due volte la stessa ciocca.

“Andrai bene così.”

Ma dentro so che non è per il vestito né per Liveta, sta provando un’altra vita e io so quanto costa.

Dasho ci appare nello specchio dell’armadio. Squadra Nadia dalla testa ai piedi.

“Posso uscire così?” glielo chiede in sussurro.

“Così puoi uscire. Ora vai in cucina.”

“Mi hai appena detto che posso uscire…”

“Sì. Ma non puoi lasciarci a digiuno e i negozi aprono alle quattro. È presto.”

Nadia si è scordata di cucinare e io pure.

Mi vesto con quello che trovo nell’armadio: una cosa rossa coperta di perline, ma almeno arriva sopra al ginocchio. Un’ora dopo mi affaccio in cucina e Nadia è una sagoma in una nuvola di farina.

Marina esce.

“Che fa?” le chiedo.

“Ho cercato di insegnarle una cosa che si fa giù da noi.”

Nadia stringe una sfoglia tra due dita e la rivolta, occupa tutto il piano. È sottilissima, quasi trasparente, come una pelle di bestia scuoiata stesa ad asciugare.

Dasho mi passa accanto e la raggiunge. La stanza si restringe.

Gli dice: “Me l’ha fatto fare Marina.”

“Sì. Ma l’hai tagliato come le zampe di una gallina.”

Lei ride tenendola stretta tra due dita, toccando i bordi. Trattiene la sfoglia e trattiene sé stessa.

Si mettono a lavorare quel pezzo di pelle morta con due coltelli, finché diventa una cosa piena di incisioni troppo belle per metterla al forno.

Il silenzio scricchiola, guardandoli in questa strana atmosfera da luna di miele ripenso a quella notte di luna piena...

Dasho si è accorto di me.

“Fammi sapere se stare qui tutto il giorno è tanto bello, se pensi di trasferirti non ho posto adesso.”

Non capisco se sta scherzando.

“Non è vero. C’è la camera di Liveta.” L’ho detto prima di riflettere.

“Ed è già occupata.”

Nadia alza la testa.

“Da chi?”

“Vedrai quando arriva.”

***

L’aria è dolciastra. La testa un po’ leggera.

Ha smesso di piovere e il sole buca di nuovo i vetri. Qui dentro in un giorno passano tutte le stagioni. Alle due è estate, alle quattro primavera, autunno alle cinque e mezza. Se piove alle sei o alle sette è inverno. Mezzogiorno è andato da un pezzo. Ho aiutato Nadia a riordinare, sono stata in camera di Irina. Mi ha offerto da fumare.

“Grazie a questa diventerai mia sorella in un attimo,” ha detto.

Era dal liceo che non mi facevo una canna, ma non volevo deluderla.

“Grazie all’erba? Davvero?”

Lei ha fatto sì sì con la testa: “Questa aiuta, aiuta sempre.”

Poi mi sono stesa qui sul divano, accanto a Marina.

Mi alzo in punta di piedi, in corridoio incontro Jasmin che ha gli occhi semichiusi.

“Non devo bere caffè dopo pranzo,” dice. “Mi si spezza quell’ora di riposo che abbiamo prima del lavoro.”

Nessun altro gira per il corridoio. Mi dirigo verso la stanza di Valjet.

Jasmin mi prende per la manica corta del vestito.

“Cosa fai?”

“Vado a trovarla. Sono tre giorni che non vedo Valjet.”

“Nessuno può parlare con lei finché non lo dice lui.”

“Ma lui dov’è?” chiedo, guardandomi intorno. “Ecco, non c’è.”

Jasmin mi guarda preoccupata, mi libero dalla sua presa: “Fai la guardia.”

Abbasso la maniglia. Valjet è stesa a letto, ha una mascherina di pelo viola sugli occhi, come i suoi capelli. La chiamo sottovoce. Alza la mascherina e mi saluta.

“Come stai?”

“Bene.” Bisbiglia. “Vai in cucina, portami qualcosa da mangiare. Nadia non ha fatto in tempo.”

“Perché hai fame?” domando,

“Quando non si lavora qui non si mangia. Pane e acqua.”

Il mio stomaco si è svuotato all’improvviso.

Mi sento il fiato sul collo. Jasmin è in piedi fuori dalla porta, con le spalle al muro e le braccia incrociate sul petto.

Recupero pollo e birra nel frigo. Porto tutto a Valjet e la lascio a leggere una rivista mentre mangia. Chiudo la porta alle spalle furtivamente e mi avvio verso la camera di Irina per prendere il mio telefono. Ho lasciato tutto sul comodino da lei.

Jasmin si dilegua.

Arrivo sulla soglia e un gemito sommesso mi ferma il passo. Il cuore accelera i battiti: 1,2,3... il mio corpo si abbassa per guardare oltre la porta mezza aperta.

Prima di andare avanti…

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