Non so che dire, a parte che in realtà a me non servono quelle mance.
“Tu comunque non sembri una che deve risparmiare.”
“Perché?” chiedo.
“Sei in grande forma, nonostante la tua età, devi essere una che sta bene.”
Faccio finta di offendermi. “La mia età? Ma non ho nemmeno passato i trent’anni…”
La sua risata esplode. È un suono basso, che vibra nel sedile e mi finisce dritto tra le gambe. “Una vera puttana alla tua età può dimostrarne il doppio. Fidati di un esperto. Valjet, dove vi scarico?”
La faccia di Valjet nello specchietto appare e scompare. “Alla piazza di Don Mimì.”
Gli occhi del nostro autista si accendono. “Che giro stai facendo?”
“Scavo un tunnel per far uscire Angela. Dai, non ti preoccupare.”
“Figlia, mi dici di portarti a casa di uno che si confessa solo col becchino...”
La luna piena attraverso il parabrezza gli illumina il volto.
Valjet parla come se facesse le fusa. “Preferisci portarci a casa tua?”
“Certo. Se non tornate almeno ci saremo salutati.”
Con un’accelerata decisa ci allontaniamo dal rumore della città.
Credo che questa sia casa sua. La porta sconnessa scricchiola sotto le mani, dentro c'è un odore zuccherino come di succo di frutta. In cortile un grosso cane si sta leccando la zampa, lascia perdere un momento per guardarci e poi torna a darsi da fare con la lingua.
Saliamo le scale: le rampe sono strette. Geme, questa trappola di legno.
La bocca di Valjet mi si appiccica all'orecchio: “Non dargli i preservativi, non li vuole vedere proprio.”
Georgi apre la porta, ci dà il suo whiskey. La casa, all'interno, è grezza come lui.
Tocca per un momento quel grosso culo di Valjet come per valutarne il peso lordo.
“Quando me lo presti?”
Lei si gira con una faccia che ti dice: – Mai, manco per tre banconote da cento.
Allunga la mano e prende la sua. “Ho paura lo sai, lascia stare il mio culone.”
Loro si abbracciano, si baciano e io faccio una panoramica di questa stanza.
Valjet dice: “La tua lingua sa di zucchero come quella di un diabetico suicida.”
“Non posso bere in servizio, perciò mi tengo sveglio coi bricchetti di Caprisun.”
Mi ritraggo verso la porta. Georgi mi sta fissando, così guardo nel cuore di quegli occhi neri.
Sta ancora cercando di afferrarle il culo, lei lo trattiene e le sue parole mi colpiscono: “Ho un'ideona, Angela si diverte a fare la martire. Fatti dare il suo.”
Ottima idea, uno scambio equo. In fondo lei sta rischiando il culo per me.
Nella penombra il suo sorriso scintilla.
“Va bene, per la corsa di partenza, l'attesa e il riporto.”
Valjet sembra molto contenta.
Dico: “Ma poi mi lasci la ricevuta?”
Lui si siede davanti a me. “Come no. La tua prima corsa pagata con il culo, così te la incornici.”
Almeno è simpatico.
Georgi si sbottona i pantaloni. “Ma se non ti dispiace, prima dico addio alla mia fidanzata. Così se non tornate, non mi addolorerò.”
Tira la testa di Valjet sul suo cazzo, lei lo prende tra le labbra fino a ritrovarsi con la fronte contro il suo ventre. Mi piace quest’uomo, sento che è buono.
– Valjet lo sente?
“Hai due occhiaie da morta,” le sta dicendo.
È vero! E risaltano ancora di più, per colpa di quei capelli violacei.
Lei alza la testa: “È il colore degli occhi di chi sta per andare in Paradiso.”
Georgi fa saltare le sue tette dal reggiseno bianco. “Anche i tuoi capezzoli si sono ritratti… non hai un cazzo di niente di buono a parte quel culo! Non vorrai farmi aspettare il rigor mortis per scoparmi una morta!”
Rigor mortis?
Mastico la frase due, tre volte.
Ma per loro sembra il massimo. Georgi sputa insulti sul corpo di Valjet e lei se lo beve ancora più forte. Più lui infierisce, più lei si accanisce. Arrivano sul parquet giocando a chi scende più in basso.
Valjet si sfila la gonna minuscola e pare un carnoso vitello. Qui dentro è ancora più bella che per strada. Si sfiorano i lobi delle orecchie con la punta delle dita.
Georgi la solleva di peso. È esattamente come l’avevo immaginata nel taxi: le spalle forti reggono tutto il carico. Valjet si aggrappa al suo collo, scalcia via le scarpe e si libera delle autoreggenti strusciandosi sui suoi fianchi.
Le dice che vuole la pelle. Che il nylon delle calze gli dà la nausea; se avesse voluto scopare la plastica si sarebbe preso una bambola gonfiabile. Ma Valjet non ha bisogno di aria compressa. Ha un culo così pieno che sembra scoppiare da solo.
“Amo il tuo culone, e anche te.”
Lei sta ridendo. “È un peccato averti incontrato proprio mentre sono nei guai.”
La sua fica è una copia della mia, nuda e liscia, e sempre lubrificata. Ma forse siamo tutte uguali qui.
Georgi affonda, ma è Valjet che lo scopa. Ha imparato perfettamente da questi marciapiedi a mungere coi muscoli interni. È velocissima.
Gli occhi di lui si fanno umidi come quelli di uno che ha la febbre. Le prende il viso tra le mani.
Lei ha smesso di ridere. “Vorrei avere un culo più piccolo, ed essere una compagna migliore.”
“Non c'è compagnia migliore di una puttana. A tutte le donne per bene e a chi disprezza quanto soffrite, auguro la sifilide e l'epatite.”
La posa su una poltrona spellata e ci offre altro whiskey.
“Anche io ti amo,” dice Valjet. E mi sembra che abbia sonno. “Ti avessi incontrato prima...”
“Non saresti questo bel troione.”
Valjet riposa scomposta sulla poltrona, l’odore del suo corpo arreso mi punge il naso mescolato a quello del whiskey.
Narcotico romantico.
E io sono invidiosa.
Georgi si sposta vicino a me. “Negli ultimi dieci anni ho avuto solo puttane. Non mi ricordo com'è la fica di signora.”
Mi tolgo la gonna e apro le gambe poggiandole sui braccioli della poltrona. Non me lo ricordo nemmeno io, da quando la uso così tanto non la guardo spesso. Provo a osservarla.
La parte esterna è ancora bianca. Il mio clitoride è piccolo ma risalta. L'interno è color carpaccio rosa, direi.
Lui ci mette due dita dentro. “È scivolosa e stra-usata pure questa.”
Dico: “La sto mettendo a frutto ultimamente.”
Mi rivolta come un quarto di vitello sul bancone. L'aria mi colpisce il culo prima che lo faccia lui. La pelle mi va a fuoco.
“Ahia!”
“Sei una signorina? Guarda che per far contento il tuo datore di lavoro, devi diventare insensibile e fredda come la pelle di una vipera morta.”
Sento il suo cazzo piazzarsi in me attraverso una nebbia di dolore.
La nebbia diventa azzurra.
Un occhio di Valjet è aperto e mi trapassa come un chiodo.
Forse rosica. È gelosa di come riesco a rimanere assente.
Il cazzo di Georgi cresce come la quantità dei miei segreti, esce e rientra.
La fica mi brucia come l'inferno ma un secondo prima di arrivare al massimo, a occhi chiusi pensando a quell’azzurro… mi sento voltare.
Apro gli occhi e incontro quelli neri di Georgi. Spero di non mostrare emozioni sul viso. Sorrido ampiamente.
L’immagine di Dasho mi sfugge, come un riflesso sull’acqua quando muovi la mano troppo in fretta. Tento di trattenerla. Rimanere a un soffio dall'orgasmo è come guardare un mazzo di banconote che finiscono per sbaglio nel camino.
Chiudo un attimo gli occhi e la richiamo.
Barriera visiva.
La voce dell'uomo che mi sta dentro mi graffia le orecchie.
Non ho sentito.
La concentrazione torna dove non dovrebbe.
Mi manca poco.
Ci vogliono due minuti.
Ora sono debole come se avessi corso per ore.
Mi rivesto dando loro le spalle. “Posso andare in bagno?”
Valjet dice: “È la porta accanto a questa.”
Mi butto acqua sul viso per far passare il sonno. Li sento ridere, poi lui che dice: “Polizia, apra la porta!”
Come torno di là vedo che si sono rivestiti, lui sta facendo il cretino con un cappello blu da poliziotto e un paio di manette.
“Li ho fregati a un poliziotto vero,” mi dice, “mentre si faceva il bagno a Giulianova.”
Siamo arrivati su una piazza più allegra della nostra. Ci sono club con insegne al neon, lampioni su cui si appoggiano donne. La vita sembra più facile da questa parte della città.
Valjet deve conoscere questo posto. Si piazza sotto a un lampione e io accanto a lei. Nessuno pare fare a caso a noi.
Continuiamo a lavorare come se fossimo al nostro posto.
Un fuoristrada si ferma davanti a noi, sono le quattro del mattino. Il finestrino si abbassa cauto. Dal lato passeggero si sporge una testa rasata, installata su un collo tozzo, legato con una grossa collana d’oro. Guarda Valjet e le dice di salire, con un accento meridionale e forte.
Io rimango ferma.
“Anche tu.”
Seguo Valjet. Le sue labbra mi sfiorano ancora l'orecchio: “Non parlare troppo, questi non pagano.”
Le rivolgo un’occhiata interrogativa.
“Sono amici di Mimì.”
Trasalgo: “Sei sicura di quello che fai?”
“Certo, non farti paranoie. In confronto a Dasho, don Mimì è un galantuomo.”
La partenza sulla macchina di questi due è scivolosa come l’olio. Mi viene in mente che in genere se metti i piedi sull'olio caschi male.
Mi piazzo dietro, Valjet al mio fianco, il tendine della mascella le trema. La macchina parte piano, con una gentilezza di quelle che fanno venire voglia di controllare le portiere.
Parla come un cliente normale. Commenta il traffico, una buca presa male, il freddo che sta arrivando. Dice persino qualcosa sul lavoro che “non è più quello di una volta”.
Annuisco senza rispondere.
La strada si fa dissestata. Ogni buca è un colpo secco che ci fa sobbalzare. Gli acidi mi salgono dallo stomaco, molli, vischiosi.
Valjet ha una mano ferma sulla coscia, l’altra appoggiata allo sportello. Mi pare che anche lei vacilli ogni volta che prendiamo un ostacolo, una curva.
Quello che è seduto dal lato passeggero resta in silenzio.
Ogni tanto si gira, giusto il tempo di farmi sentire osservata, poi torna a fissare davanti.
Clienti normali.
Normali come certi cani legati: finché non ti avvicini troppo.
Arriviamo in un parcheggio largo, spoglio, illuminato male. Il motore si spegne, la nebbia della tarda notte cade sulla scena come una coperta bagnata.
L’uomo alla guida scende, fa il giro dell’auto e si piazza davanti a Valjet. Non sorride più: “Visto che hai saltato i convenevoli, mi pare di capire che sai chi sta sopra a noi.”
– Convenevoli. Ci metto qualche momento per collegare. – Ah, certo. Non gli ha chiesto il denaro.
Trattengo il respiro. Il cuore mi batte nelle orecchie. Valjet non risponde subito. Lo guarda negli occhi, immobile. Capisco che il tragitto non è stato un avvicinamento. Siamo dentro qualcosa da cui può farsi molto difficile uscire.
E Dasho? Se controlla il nostro posto vedrà che manchiamo da troppe ore. La mente inizia a oscillare. Ho mal d’auto, mal di mare.
Anche Valjet sembra bloccata. Il secondo dei nostri accompagnatori apre la bocca finalmente; forse pensa che smorzare i toni ci scioglierà la lingua: “Allora, figliole… che ci fate da queste parti?”
Valjet risponde a voce bassa: “Ci lavoriamo.”
“E sotto chi?”
La paura mi scalda tempie. Valjet resta ferma: “Per… Francesco.”
Questo ci studia come una merce che non convince: “Chi vi tiene? Non ho capito.”
“Francesco.”
“Francesco chi? È già tanto che Mimì tolleri Dasho. Un altro gallo a cantare, proprio no. E siccome non sono così vecchio, bella, mi ricordo di te. E tu è sicuro che ricordi il nostro accordo, vero? E poi lo so, siete donne di Dasho. Vero o no?”
Valjet non abbassa gli occhi: “Vero.”
“E allora,” dice il guidatore, tornando a farsi sentire, “come mai donne di Dasho finiscono a fare giri per conto di un altro?”
Valjet risponde dopo un attimo: “Siamo anche sue.”
“Non mi quadra niente… Dasho si è messo insieme a un altro per allargarsi anche di qua? Trova sempre mille modi per pisciare intorno a quello che pensa debba essere suo.”
“No!” scattiamo insieme. “Non sa niente.”
“E come potreste tenere il piede in due scarpe?”
“Perché Francesco ricatta. E quando uno ricatta, non chiede permesso.”
“Ricatta? Questa è bella. Sentiamo.”
Valjet si tocca il collo di continuo. Pare che risparmi l'energia. “Michela non è come me. È una persona per bene. Francesco ha carpito una registrazione mentre lavorava. Ora la sfrutta e porta gente che la conosce al nostro posto. Lei lavora con noi, ma non è del mestiere. Lo vedi anche tu. Se quella roba esce, perderebbe la sua vita. Intendo casa, marito e nome. Francesco pensa di poterci fare soldi. È lui che ci ha mandate qui. Sa che se uno perde tutto quello che ha non si preoccupa di perdere la vita. Così è anche per Michela.”
Sento lo stomaco chiudersi.
Segue un silenzio lungo, pesante. Poi la voce profonda lo spezza: “E perché non ne avete parlato a Dasho?”
Valjet fa un sorriso senza calore: “Perché Dasho ci fa più paura di Francesco e vogliamo risolvere da sole.”
Adesso si mettono a parlare tra loro in un dialetto stretto, non si capisce niente.
“Come ti chiami?” chiede a Valjet quello che è sceso dall'auto.
“Valeria.”
