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Erotika
La lunga notte · Cap. 3
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Capitolo 3 di 21 20 min di lettura

Il gallo non canta

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
4 mesi fa · 567 letture · 0

È sempre meglio non dire chi sei. Ora imparo da lei.
“Bel nome.” Si alza mentre lei resta seduta, apre la portiera dal suo lato e le mette davanti al viso carne scura. “Succhia e metticela tutta… lasciami a secco, forse mi passa la voglia di spezzarvi le gambe.”
Lei tira fuori le gambe dalla macchina facendole scivolare sul sedile, si rimpicciolisce, piega perfino la voce: “Signore… la prego, già siamo costrette a lavorare doppio, sia comprensivo. In cambio faremo tutto quello che ci chiede…”
“Stai già facendo tutto quello che chiedo, troia.”
Valjet prende subito a fare un gran lavoro. Lui glielo sbatte in faccia. Seguo i suoi movimenti con gli occhi fino a un attimo prima di vederla con la faccia infradiciata da un fiotto di sperma. La squadra da capo a piedi poi guarda me.
Anche l'altro è sceso e ci tiene d’occhio da dietro il parabrezza telefonando. Non capisco, inutile sforzarsi. Mentre aiuto Valjet a ripulirsi, mi sento tirare i capelli. Il guidatore si è rimesso il telefono in tasca e ora pretende da me lo stesso servizio appena fatto da Valjet.
“Vediamo se sei più brava a fare pompini che a inventare stronzate, anche se non sembri una battona da strada.”
Slaccia la cintura sormontata da una fibbia a forma di leone dorato. È proprio da tamarro mal messo in tiro; mi mette davanti alle labbra qualcosa di osceno. Non so se è peggio l'intenzione o la misura.
Mi sforzo di far lavorare la lingua senza sosta, ma è difficile. Lui mi stringe la gola. Mi si annebbia la vista. Per tutta la sera ho il terrore di vedere Morte… quella vera, con la falce e la tonaca nera. E adesso ce l'ho in gola. Ce l’ho davanti agli occhi. Un velo nero che si approfondisce man mano che l’aria mi manca sempre più.
“Strozzati, zoccola.”
Dietro il nero delle palpebre serrate inizio a vederci blu, poi azzurro. Dovrei avere paura. Invece il mio corpo riconosce l’uomo sbagliato un'altra volta. E poi la paura funziona meglio se hai davvero una vita da perdere. Io non sono sicura di averla ancora.
Sento i lamenti di Valjet, l’altro la sta scopando alle mie spalle.
D’un colpo quello che mi strangola mi libera il collo. Lo sputo fuori prendendo aria. Mi giro desiderando di vedere Valjet per assicurarmi che stia bene, ma quello mi riprende per i capelli. Il suo sperma mi ha firmato la faccia, frapponendosi tra i miei mugolii e le sue bestemmie.
Quando torna in sé ci riporta la telefonata di poco prima. Si piazza davanti a noi una volta che Valjet si è rialzata.
“Ho riferito la vostra storia assurda. Nessuno ci crede, ma nessuno ritiene di dover approfondire. Poi non vogliamo che si dica in giro che da queste parti trattiamo male le femmine. Ora vi riporto dove vi ho prese e farò finta di nulla. Non vi spezzerò le gambe, e non chiamerò Dasho per farvele spezzare da lui. Ma… se mai sentirà ancora il nome di Francesco...”
Nessuno finisce, tanto non serve.
“Prima di andare, dovete consegnare quello che avete preso sulla piazza di Mimì, perché essendo zona sua quei soldi sono suoi. Visto che vogliamo fare i galantuomini, ci fidiamo di voi: fate i conti.”
Passo la mia borsa a Valjet. Lei conta le banconote; ognuna, passando dalle sue mani a quelle di questo tizio, trema.
Ci riaccompagna in silenzio al punto di partenza. Una volta fuori, chiamiamo Georgi perché ci riporti dove ci aspettano Nadia e Liveta. Sono fuori di sé. Nadia si tormenta tutte le pellicine delle unghie: “Dasho è passato già due volte. Ha chiesto dove eravate e…”
Valjet la stoppa: “Gli hai detto che stavamo coi clienti, no? Non ti ha creduto?”
La testa di Liveta si gira piano piano. “Manco per il cazzo.”
Valjet sospira: “Ci abbiamo messo troppo, in effetti. Angela, mi raccomando non tradirti con qualche espressione strana.”
“Va bene.”
Liveta sposta Nadia e si siede sul marciapiede: “Tu stamattina raccogli i denti dal pavimento, secondo me.”
Le spalle mi vibrano, Valjet se ne accorge. La sua guancia tocca la mia: “Non ci pensare più, ti verrà un infarto se inizi a preoccuparti di un’altra disgrazia quando ancora non hai digerito la prima.”
Almeno adesso si respira.
***
Sono davanti a Elena e Idra. Chissà perché mi viene in mente il gallo che cantava alle quattro del mattino quando ero piccola e andavamo in vacanza in campagna, io la mamma e il babbo.
Ricordo di noi tre.
Fuori sorge il sole.
Nessun gallo canta.
Elena ha un abito rosso lucido. Se lo toglie. Le guardo le cicatrici perplessa, mia madre parlava sempre di tumori.
Pensando a quella notte, scrivo sul mio taccuino: eravamo tornate a casa vive, ma le metastasi erano già in circolo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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Agave Ionia

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