Dalla stanza, lei grida: “Avanti, torna qui, vieni, testa di cazzo maledetto! Gonfiami da mandarmi un mese all’ospedale.”
Redian si ferma a un passo dalla cucina.
“Il tuo padrone ha pagato troppo per me, ancora deve recuperare l’investimento. Se mi ammazzi sarò libera. E non avrete guadagnato niente.”
Non faccio a tempo a raccogliere il libro che di nuovo mi sfreccia accanto un bagliore di capelli rossi. Redian arriva davanti a quella porta con una velocità che rischia di farlo scivolare dentro.
“Mi piaci, sei una tigre.”
Il suo sguardo conta. Tocca. Valuta.
Io e Valjet ci allontaniamo.
“E quando smetterai mi piacerai di più.”
Entra solo lui. Gli altri se ne vanno nella stanza dove sta Dasho di solito. La porta di quella che fu la camera di Irina sbatte.
Non appena la via è libera, mi guardo intorno per vedere se c’è qualcuno.
Non ho più il libro in mano. Non so quando l’ho lasciato, né se in effetti lo avevo preso.
Nessuno esce. Nessuno apre.
Quando la porta si riapre, stringendo i pugni, Redian si slancia verso di noi, con le pietre rosse e verdi che gli brillano sulle dita. Le catene che porta al collo sono tutte impigliate tra di loro.
Io e Valjet indietreggiamo. Lei urta contro di me ma non se ne accorge.
Guardo oltre le sue spalle.
La porta della camera di Irina sembra una pagina mezza strappata da un libro, ondeggia. La ragazza altissima è a terra.
Ha un vestito color albicocca ma la scollatura è strappata da un lato. Il tessuto è tutto stropicciato e le è risalito fino alle costole. Ha una lunga cicatrice rossa trasversale all’ombelico. A forza di scalciare ha perso le scarpe. Continua a lanciare grida attutite dalla massa scura dei capelli. Ride coprendosi il viso con le mani.
Per un attimo penso che stia ridendo di me e quel riso di donna scioccata mi resta addosso, come se non riguardasse più lei.
Quando si accorge che Dasho è sulla porta e che i suoi occhi azzurri sono fissi su di lei smette, le labbra le tremano ma il sorriso resta lì. Incollato. Quel sorriso che resta anche quando non c’è più niente da ridere.
Mi viene da imitarla ma non lo faccio.
Dasho dice piano: “Toglitelo dalla faccia.”
Io trattengo il mio sorriso.
Sento Redian che chiede: “Che diavolo ha da ridere la mia troia?”
È ancora in piedi davanti a noi, ma gli è spuntata una brutta espressione sulla faccia. Mi sembra la morte, rossa.
Ci chiede: “Dov’è il vino?”
Valjet sussurra: “È finito.”
Lui si gira verso di lei e negli occhi gli corre una luce che lo fa sembrare Lucifero. “Potrei uccidervi per questo. Giuro.”
Nadia sorride, si avvicina e gli liscia la maglietta sul petto.
Conto i battiti del mio cuore: uno, due, tre… Come se servisse a qualcosa.
Nadia gli riaggiusta la massa di collane intrecciate. “No, non puoi farlo. Però noi potremmo uccidere te.”
E per un attimo ci credo.
“Chiedi scusa ad Angela. Valjet ci è abituata ma lei... l’hai spaventata a morte.”
E lui mi guarda e dice: “Angela, amore, ti prego scusami. Non volevo.”
La mia faccia nel riflesso dei vetri della credenza dice: prova a credere anche a questo.
Nadia non batte ciglio. Si sposta verso il frigo, mentre il respiro di Valjet accanto a me è ancora un fischio strozzato.
“C’è la birra se la vuoi”, dice con quella voce che non trema mai.
Tira fuori una bottiglia di vetro. È rossa. Gliela allunga e lui la prende, si butta su una sedia e il legno scricchiola. Preme il tappo con un accendino e quello salta. Sento il metallo che cade sulle piastrelle, la schiuma che frizza.
Dasho si siede di fronte a lui.
Inizia a battere le dita sul tavolo come se stesse aspettando il resoconto di un inventario. Redian alza la bottiglia, la guarda in controluce, poi me la passa. E siccome Dasho mi fissa io bevo piano, piano.
“Sul capezzolo la cicatrice è invisibile,” dice Redian con la voce piatta di uno che conta.
“Al tatto non si sente niente. La pelle è tornata del tutto liscia. Ma quella sulla pancia… è lunga. Rovina tutta la linea.”
Dasho smette di ticchettare.
“Chiama Massimo per lunedì. Domani è sabato, sarà pieno di sicuro. Vediamo se lui può farci qualcosa con un tatuaggio. Se lo sfregio è molto visibile la pagheranno meno.”
Valjet è immobile.
Le passo il libro e lei lo stringe tra le mani bianche. Pare che così possa tenere insieme qualcos’altro oltre alle pagine.
Le macchine giù in strada e la musica country dello stereo di Liveta fanno del loro meglio per riempire il silenzio. In cielo, le nuvole tacciono.
Sento il dito di Dasho che mi scorre dal mento fin sotto la palpebra, piano come se mi aprisse. Il cuore si ferma.
Raccoglie una lacrima che non mi ero nemmeno accorta di aver versato. Dice: “Dopo vengo a prendervi io.”
Redian sposta lo sguardo su di me. Mi fissa con quegli occhi che un istante prima erano di Lucifero e ora sono quelli di uno che ride.
“Perché piangi? Credevi che me la fossi mangiata? Tutta da solo?” Continua a bere. “Non sarebbe giusto, ho dei fratelli.”
Dasho mi mostra il dito annerito dal mascara.
“Pulisciti la faccia.”
Marina mi spinge fuori dalla cucina. Mi tampona gli angoli degli occhi con una salvietta. “A parte che fa cadere le ciglia,” dice, “ma il mascara è la cosa peggiore da usare con il caldo.”
“E tu come fai a tenere ciglia lunghe senza il nero?”
“Ci metto olio di ricino, rafforza anche la crescita.”
Stringo gli occhi, lei strofina.
Dico: “E come?”
“Con lo scovolino di un mascara finito.”
Schiudo leggermente le labbra mentre lei mi rimette a posto le ciglia. Prendo consigli di bellezza dalle puttane e rido dentro di me. Nella nebbia che ho in testa vedo mia madre, lei accettava queste dritte solo dalla mia stupenda professoressa di lettere e filosofia del liceo.
Ma quando usciamo dal bagno di Marina mi accosto alla porta aperta della camera di Irina. Redian e Dasho continuano a discutere di centimetri di pelle e tatuaggi come se parlassero di carrozzerie.
La ragazza è ancora a terra, ma il silenzio ora è più pesante delle grida.
Mi chino verso di lei. “Come ti chiami?”
Lei si muove lentamente, puntando prima le mani sul pavimento e sollevandosi sulle ginocchia. Con uno sforzo che le fa tremare i muscoli delle cosce, si mette in piedi. È di statura notevole, fasciata in quel vestito mi pare un miraggio arancione tra le ombre della stanza.
Mi guarda dritto negli occhi e solleva un piccolo pugno chiuso verso di me.
“Mi chiamo Lori.”
Si tira su la spallina lacerata. Attorno all’osso sottile del suo polso oscilla un braccialetto di stelline dorate che brillano a stento, un rimasuglio di vita precedente.
Lori stringe i denti, lo sguardo fisso oltre le mie spalle, verso la cucina.
“Non mi piace che un perfetto sconosciuto mi strappi i vestiti di dosso”, dice con una voce che vibra d’orgoglio. “E non mi piace che mi metta le mani dappertutto parlando di me come se fossi una mucca da portare al mercato. Diglielo al tuo fidanzato”.
Sento una spinta improvvisa alle spalle. È Ditmir che mi scosta per chiudere la porta.
Dice: “Tutto bene?”
Non guarda la donna alle sue spalle. Nessuno la guarda. I resti del tessuto aranciato bruciano nell’ombra.
Dico: “Sì.” Subito.
Prima che la porta si serri, l’ultima cosa che vedo sono quelle stelline dorate sul suo polso.
Marina mi sussurra all’orecchio, con un misto di pietà e fastidio: “Povera matta, non ha ancora capito dov’è.”
Redian si è scordato di lei. Si rimette al lavoro con il suo libro nero e comincia a scarabocchiare lettere, nomi e orari.
Guardo le sigle.
Lui se ne accorge: “Serve la magia per decifrarle.”
Si guarda intorno, davanti e dietro, poi mi dice:
“Lo sai, mi chiedo se quella pazza dietro la porta riuscirà mai ad accettare la sua nuova vita. Ma come fai a sopportarlo, tu? Una signora?”
Mi viene da ridere. “È un incantesimo.”
“Conosci anche un incantesimo per triplicare i soldi senza fare lavoracci? “ Mette via il quaderno. “Uno per diventare invisibile? Sarebbe assai utile per il mio lavoro.” Traffica col telefono senza tregua. “Oppure uno per trovare un’acquamarina a gradini senza inclusioni?”
Nadia parla fitto al telefono anche lei, a voce alta.
Dasho la sta fissando. “A me basterebbe una magia per non sentire urlare in russo di continuo.”
Nadia si appoggia il telefono sul petto: “Bielorusso.”
Redian alza gli occhi dal quaderno. “Per quello ti basta metterglielo in bocca. “Guarda me. “E poi vorrei avere il teletrasporto.”
Ditmir si alza. “Andiamo?”
Ma non è una richiesta, tira fuori le chiavi della macchina e ci precede. Marina e io giriamo i tacchi e cominciamo a camminare.
Valjet rimane qui e anche Dasho. Redian dice che arriva.
Come arriviamo davanti all’uscita, un urlo ci schizza accanto per le scale, seguito dal bagliore di capelli rossi. Le catenine di Redian fanno un gran casino quando sbatte il muso contro il portone. Si aggrappa al pomello.
Dice: “Le scale erano bagnate.”
Ditmir si ferma un attimo: “Hai trovato la magia che cercavi per il trasporto rapido.”
Redian si rimette dritto: “Queste infiltrazioni. Ho rischiato la vita e mai nessuno che pensi a restaurare il tetto.”
Come al solito la gente muore ma le cose non cambiano. Né qui né altrove.
***
Arrivo all’autoporto. Cambio pelle, ma non del tutto.
L’autoporto è un non luogo e anche quello tra i clienti è solo un passaggio morbido tra immagini.
A volte mi ricordo all’improvviso la faccia di qualcuno. Tante volte veniva a trovarci sempre la stessa gente.
Primavera, estate, inverno, autunno: la giornata attraversa tutte le stagioni quando sei arrampicata su un guardrail mezza nuda. Proprio come a casa del diavolo.
Sto ancora cercando di riprendermi. Nadia tira fuori dalla borsa un piccolo cilindro viola pieno di glitter, lo fa ruotare e spunta un rossetto color borgogna. “Ti è preso un altro colpo?”
Dico: “Penso che mi abituerò.”
Marina si prende il rossetto di Nadia: “Qui un infarto a settimana è il minimo che ti puoi aspettare. C’era una che lo chiamava Morte Rossa. Se vuoi vederlo andare fuori di testa, basta usare quel soprannome.”
