Alle quattro e mezza salgo su uno scassatissimo furgone. Non ho ancora smesso di sentire quell’urlo.
Marina ha detto che questo tizio è uno di quelli che non accetta il preservativo. La media di clienti allergici alle protezioni è comunque di due su dieci. Due possibilità su dieci di beccarsi una malattia orrenda. Sbircio fuori per controllare che non cambi strada. Marina mi ha detto di farlo sempre. E se cambiano strada chiama subito. È il solito parcheggio: pericoloso, ma non per il posto grigio che pure la morte nera è più rassicurante, quanto per la gente che ci trovi. A volte è divertente… Di notte l’asfalto trema e all’improvviso appare un camion che sulla plancia luminosa sopra la cabina porta la scritta: “Harry Potter.” Un altro, la scorsa settimana, andava in giro lampeggiando: “La bestia.”
Siamo fermi adesso. Il cliente ha rughe profonde che gli segnano le guance e gli occhi grigi, freddi. Mi spinge fuori per farmi risalire sui sedili di dietro, ma tanto forte che devo aggrapparmi alla portiera per non cadere. Ha poco controllo della sua forza.
La mia faccia nel riflesso degli specchietti dice: Cerca di svegliarti, bellezza. Combatti per svegliarti.
Mi tocca. Azzurro.
Respiro ma non serve, perché non sono davvero qui e svegliarmi non cambierebbe niente. La sua mano ruvida mi stringe un polso e tutto diventa di quel colore.
L’azzurro non passa. È una stanza senza uscita.
Vedo che il mio cliente ha un solco bianco su un dito, nel punto in cui dovrebbe esserci la fede.
Quel segno di “normalità ” mi fa sentire meno sola e mi disgusta: quest’uomo ha una casa, una moglie, eppure è qui a cercare il buio dentro di me. E io ho tolto la mia fede, perciò siamo pari, almeno nel sudiciume. Tenta di darmi i soldi mentre si toglie i pantaloni nel poco spazio che ci avvolge, insieme all’odore di pelle di sedili e aria viziata. Gli cade il portafoglio. Vedo che è il signor Galbini.
L’autoporto è pieno di Signor Galbini, Signor Rossi, Signor Zaki e Signor Vattelapiglianterculo. Sono tutti uguali: una risma di banconote che respirano. Va tutto bene finché li trasformi in soldi, li riporti a casa e non violi i termini della libertà condizionata.
Il signor-banconota entra dentro di me. Cerco il ricordo del corpo di Dasho per non sentire l’odore di tabacco di Galbini. Il suo corpo è caldo, in fondo senza il lattice dei preservativi ci sento meglio anch’io. Sento la sua lingua spingersi nel mio orecchio. La corrente azzurra passa sempre negli stessi punti, eccita i miei nervi. Le sue mani sollecitano i miei capezzoli.
Mi sforzo di restare presente ma è come provare a trattenere acqua tra le dita.
Lo sento fottermi e intanto a occhi chiusi io rivivo e rivivo quella notte. All’infinito. L’uomo sopra di me ansima, adesso dovrei sentire il fiotto caldo del suo sperma, dovrei provare sollievo. E invece lui preme la guancia sulla mia, con una voce che sa di vino dice: “Hai una fica fradicia che sembra ubriaca…”
Io rispondo: “Il sesso l’ha fatta ubriacare.”
“Ma veramente, sembra che la tua fica stia affogando.”
In effetti affoga nell’azzurro, come se il corpo fosse diventato liquido. In questo istante di sottomissione totale, sento una scossa elettrica risalire la spina dorsale. Sono merce, e questa parola brucia come il vino di Nadia che ho bevuto quasi a stomaco vuoto. La mia faccia nel vetro non mi dà pace:
– Bevi quello che lui vorrà, ingozzati di tutto quello che vorrà. Fa’ tutto quello che ordina e sarà estate per sempre.
Ma quest’uomo che ho davanti ha gli occhi lucidi.
“Ho un desiderio da realizzare,” dice. “Potrebbe essere questa l’occasione.”
Sento il suo sguardo che cerca qualcosa dentro l’abitacolo.
“Dimmi.”
Per quante porcherie ho ascoltato nelle ultime settimane non sarà facile stupirmi.
“Voglio far ubriacare anche il tuo culo.”
– Ah… per così poco. Pensavo chissà cosa. Aspetto i cento euro che Nadia mi ha detto di domandare per questo servizio, li metto in borsa e gli do le spalle. Che lo usi.
Mi passa le mani nei capelli, sento un morso sulla schiena e la lingua di Galbini che mi preme sulle vertebre. Il cuore batte rallentato. Ho visto... ha un cazzo poco lungo però è largo, il mio sfintere lo accetterà a fatica. Giro il collo per guardarlo e non mi piace quel che vedo, ma comunque sono qui per farlo divertire. E poi chiuderò gli occhi e mi sentirò tranquilla.
Lui sorride. Io riporto lo sguardo sulla pelle del sedile.
Le sue mani non cercano più me. C’è un vuoto improvviso. Chissà perché mi viene in mente che nei vuoti succedono sempre le cose peggiori.
Lo sento frugare. Accarezza le mie natiche rilassate, bagna con la saliva il buco.
Non è carne calda a spingersi dentro di me, ma qualcosa di freddo, troppo freddo per essere vivo. È sbagliato.
Rifletto che la pelle non è gelata e liscia, a meno che non sia dei morti.
Penso a Lori.
A come rideva.
Mi chiedo se anche lei, all’inizio, abbia pensato:
– Non è poi così grave.
E mi chiedo: – Ma questo chi è?
Un altro folle come quello che metteva in croce le donne! L’ho visto in televisione tempo fa. Quel maniaco che ha lasciato una prostituta in un bosco, legata a una sbarra, con un manico nel culo a morire dissanguata.
Non è lui. Non può essere lui. Quello si sta facendo vent’anni di galera.
Potrei non uscire da qui.
La paura arriva tutta insieme, senza passaggi.
Il sogno azzurro sbatte contro la realtà del vetro blu e le gambe scappano prima della testa.
Il liquido rosso si rovescia sui sedili, lo percepisco tiepido sulla pelle mentre le macchie si allargano sulla pelle, l’odore di alcol si spande nell’aria, denso. Dev’essere vino ma il mio cervello dice: sangue.
L’aroma vinoso diventa più forte mentre si mescola a quello di chiuso. Forse è un gioco ma il mio cervello dice: pericolo.
Non so se sto guardando o ricordando. Lui si incazza e strilla: “Puttana, fa’ quello per cui ti pago.”
Ha occhi che non vedono me, vedono solo quello che vuole fare.
Cerca di afferrarmi per le spalle, le unghie strappano via pelle. Sento bruciare il punto esatto in cui ha graffiato.
Lancio un grido vedendo l’incisione, il corpo si ribella tardi, ma quando lo fa è violento. Per la prima volta uso l’unghia rasoio e scappo come si scappa dal fuoco: senza dignità, senza pensiero.
Apro con una botta la portiera che ho davanti e salto fuori, ancora nuda nel parcheggio.
L’aria mi colpisce ma è un sollievo e l’adrenalina resta fusa alla paura, non si separano.
Mi attacco al telefono. Chiamo nostro fratello vigilante; appena capisce che li sto chiamando, Galbini si calma. O almeno finge.
Poi si appiccica anche lui un telefono all’orecchio.
Conosce Dasho e gioca su quello.
“Strilla troppo,” dice. “Non è stata al gioco.”
Non gli dice che ha tentato di infilarmi una bottiglia di vetro nel culo. Gli dice solo che rivuole i suoi soldi perché non sono stata alle sue schifezze.
La nostra macchina arriva nel parcheggio. Corro verso lo scassatissimo furgone per recuperare i miei vestiti. Ditmir sta dicendo a Galbini:
“Non è contemplato il rimborso se cerchi di ficcare nelle ragazze cose diverse dal tuo cazzo.”
Mi allontano, torno sul furgone per recuperare i miei vestiti. Galbini insiste. Lo capisco anche senza distinguere le parole.
Qualcosa cambia, Galbini tace, prende tempo. Ditmir non si muove.
Lo sento dire:“Non funziona così.”
Galbini insiste ancora. Ditmir lo lascia parlare, stavolta mi fa risalire in macchina aprendo la portiera. La chiude e la voce di Galbini ci raggiunge ancora. Adesso sta offrendo di più, per finire. Ditmir sembra pensarci. I polsi mi tremano, prego il dio della vite che non gli venga in mente di accettare quel denaro. È blasfemo usare il vino in questo modo.
Non risponde ancora. Il mio respiro si è bloccato.
“Non puoi pagare qualcosa che mi porta le donne all’ospedale.”
Silenzio.
Per fortuna ce ne andiamo.
Il motore vibra, la macchina riparte, rallenta lungo il guardrail. Ditmir accosta. Il motore resta acceso.
“Scendi,” dice.
Il respiro torna. Metto un piede a terra, poi l’altro. Il corpo mi segue, anche se dentro è rimasto indietro. Vado verso le altre senza guardarlo, la sua voce arriva lontana.
“Torniamo alla solita ora.”
L’auto riparte, si mangia la strada. Resto lì un secondo, poi torno verso il guardrail. Marina mi vede arrivare e si raddrizza subito. Mi guarda, come se cercasse qualcosa sul mio viso. “Che è successo?”
Non rispondo.
Mi siedo. Il metallo passa il calore attraverso i vestiti. Irina non dice niente; apre il pacchetto di sigarette nuovo e me lo passa.
La guardo ma non riesco a fare nulla. Lei accende prima la sua sigaretta, poi la mia e me la posa sulle labbra. Tiro dentro il fumo, resta fermo un secondo nei polmoni.
“Angela?” Marina ci riprova.
Guardo davanti a me la strada grigia. “Quello era fuori di testa, non era un cliente. Voleva infilarmi una bottiglia nel culo.”
Jasmin si tocca la tempia con un dito. “Lavora poco e male il centro d’igiene mentale a Milano.”
“Da tutte le parti lavora male... “ fa Irina, “anche tu sei ancora a spasso.”
Jasmin le dà una manata sul braccio.
Urge cambiare argomento. Chiedo a Nadia chi è quest’uomo con cui esce.
“Viene a trovarmi tra poco,” dice. “È l’unico con cui non devo scusarmi per il mio lavoro. Mi ha regalato un bell’anello tempo fa, ma lo nascondo per non farlo sapere a Dasho. Quando scopre una novità qualsiasi fa il terzo grado, deve sempre guadagnarci qualcosa.”
Si ferma un attimo. “Quando mi ha dato l’anello, mi sono intristita per la vita che faccio. Ho iniziato a mangiare meno, a dimagrire. Dasho se ne è accorto subito. Per fortuna poi, il mio ragazzo è partito per mesi.”
“Vive a Milano?” chiedo.
“Non sempre. Dice che il viaggio che sta per fare ora gli porterà molti soldi. Ha promesso che mi ricomprerà.”
Per un attimo sembra possibile.
“Che lavoro fa?”
“È un fotografo. Viaggia in zone di guerra per guadagnare meglio. O almeno è quello che dice.”
Pochi minuti dopo arriva una BMW nera e si ferma davanti a noi. L’uomo alla guida avrà quarant’anni, forse. Il viso è normale, segnato dalla stanchezza, potrebbe essere quello di chi ha fatto un lungo viaggio.
– Nulla di strano. Forse.
L’asfalto sussulta per il passaggio dei camion, c’è odore di gasolio.
Quando torna, Nadia estrae dalla borsa delle foto legate con un elastico.
“Me le ha date lui, ma ho paura di portarle a casa. Se le vede Dasho o se me le prende… puoi portarle a casa tua?”
“Va bene.” Prendo le foto. Sono lisce, consumate ai bordi.
Nella prima Nadia è in piedi con un vestito a ruota azzurro. Dietro di lei c’è un parco che conosco: il giardino dove giocano i bambini vicino casa mia. Niente di esotico, niente di lontano.
Faccio scorrere la seconda: Nadia in sottoveste rossa, ha una collana d’oro grande al collo. La mano di un uomo le solleva il mento, non si vede il volto, solo le dita e un orologio massiccio, dorato. Il metallo è graffiato.
La terza: paesaggi di combattimenti. Neve sporca. Trincee. Soldati rovesciati nel terreno e altri orrori.
Quelle foto mi mettono a disagio, ma non per la guerra, per Nadia.
La vedo diversa in quelle immagini. Ha il viso di una ragazza normale, in trasparenza leggo la sua voglia d’amare. In foto è più vestita, è migliore, come se l’abito potesse cambiare la persona.
Un altro flash: ha addosso un vestito lungo e décolleté di vernice nera.
“Le ha comprate lui,” dice. “Mi sento nuova.” Fa sbattere i tacchi contro il ferro. “Mi piacerebbe riuscire a uscire con lui una sera, prima che riparta. Solo una sera. Ma mi serve una scusa decente, non posso dire a Dasho che devo andare a comprare vestiti di notte.”
“Veramente è pieno di negozi aperti la sera, qui. Mi viene in mente il Dolly Noir anche se non ci sono mai entrata.”
“Allora gli dirò che me l’hai detto tu e mi hai fatto venire voglia.”
Devo ragionarci meglio, farmi venire in mente altri posti dove può aver senso che Nadia voglia andare.
La sua voce si fa più bassa. “Vorrei avere un vestito da signora vero. Una collana. Niente di grande, solo perle.”
—Mi piacciono le perle,— penso. —Ma mia madre diceva che portano lacrime. Ne ho solo una di collana così. La darò a lei.—
