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Erotika
La lunga notte · Cap. 10
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Capitolo 10 di 20 42 min di lettura

Furore di vino

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 520 letture · 0

“Le tengo finché non mi dici quando le rivuoi. Le perle te le porterò io.”
Mi sorride. “Grazie.”
“Ti manderò le foto dei miei vestiti stasera a casa. Così mi dirai quale va meglio.”
Non posso cambiarle la vita, ma togliermi un filo di perle e qualche pezzo di stoffa non mi costa nulla.
La sento accanto al viso, ha una voce timida: “Posso darti un bacio?”
Mi avvicino. Sento il suo bacio, caldo, breve sulla guancia.
Lei ride. “Pensavi volessi baciarti in bocca?”
La mia faccia deve essere ridicola adesso. “Non si sa mai. Qui il mondo è ribaltato.”
Nadia apre la borsetta, mi passa il tubetto viola glitterato. “Te lo regalo. Semmai sentissi la mancanza delle mie labbra.”
So che è il suo rossetto preferito. Lo metto nella borsa. “Grazie. Lo farò provare a mia mamma, lei adora quel colore.”
Marina si copre le labbra con le dita. “No ma... dico, la ami così tanto che le faresti mettere sulla bocca una cosa che abbiamo usato per fare pompini a tutta la città?”
“Certo, così e molto di più.”
Nadia accavalla le gambe: “Tua madre abita qui?”
“Mia mamma era venuta qui per l’università. Non avresti mai detto che era italiana: alta, bionda, occhi azzurri. Sembrava norvegese, o comunque una statua staccata dal ghiaccio del Nord. Se avesse fatto la puttana, sarebbe stata ricchissima.”
Mi viene da ridere.
“Ma è morta?” chiede Nadia.
“Purtroppo no.”
Nel frattempo continuiamo a prendere cazzi dappertutto.
Irina è appena tornata, sta nera per via di uno che ha pagato cinquanta euro per venirle in mezzo alle tette. “Che dicevate?”
“Angela ci raccontava di sua madre e si rammarica che non sia morta,” dice Marina.
“Ah sì? Che lavoro fa?” me lo chiede mentre cerca disperatamente, con le salviette, di togliersi dalla pelle l’odore di quel liquido ormai asciugato.
“È un medico-chirurgo oncologo.”
Con un salto Irina è accanto a me. “Sei fortunata, se ti piglia un cancro.”
Non so mai se scherza o fa sul serio. “Ma se io stessi per morire, mi farei operare prima da Jack lo Squartatore che da lei.”
Nadia si guarda le unghie. “È così incompetente?”
“È stronza,” rispondo, “e cattolica.”
“Hai preso da lei,” dice Irina fissando il crocifisso della comunione che porto al collo.
Vorrei replicare, ma un camionista le fa un cenno e lei scompare.
Consumiamo il pomeriggio parlando senza sosta. Ogni tanto qualche cazzo entra ed esce.
All’inizio contavo, poi ho smesso.
Allora ero già dentro.
È quasi sera, il cielo si dissolve nel crepuscolo quando arriva la nostra macchina.
– Grazie, Dio.
Ecco Ditmir. Guardo Dasho da qui.
Sorrido.
Irina salta giù: “Fa ridere anche a me, se ci trovi qualcosa di divertente.”
Scendo anch’io: “Qui è sempre lo stesso giorno, tutti i giorni. E questo, non so come, diventa rassicurante. Come in quelle soap dove restano tutti nello stesso posto e fanno sempre le stesse cose. Lo spettatore diventa vecchio, in quei mondi immaginari il tempo non passa.”

Irina piega le labbra. “In realtà, è il trucco che diventa sempre più pesante. Forse, la testa ti è proprio andata a male, sorella.”
“Anche a te,” dico.
“A me? No.”
“Sì, per l’erba.”
Lei fa un passo avanti: “Ah, ma quello da fuori non si vede… ancora. Le tengo nascoste io le rotelle che mi mancano. E mi sono pure tinta i capelli.”
Butta la testa all’indietro, ciocche lucenti si alzano e le ricadono sulle spalle. Mi arriva ancora forte l’odore del colorante.

Irina e Jasmin restano qui.
Risalgo in macchina e chiudo la portiera. L’asfalto scorre sotto le ruote come se niente fosse successo, io tengo la testa appoggiata al finestrino. Il vetro è freddo, mi calma.
Qui è diverso. Dallo specchietto retrovisore, Dasho mi guarda. “Mi hanno detto che oggi ti sei divertita.”

“Tanto da uscire nuda nel parcheggio,” dice Redian.
Marina si fa spazio spingendosi contro di me. “Meglio così che finire male.”
Mi sollevo dal sedile: “Ho avuto paura. Non è divertente.”
“Sono venuto subito,” dice Ditmir.
Redian accende la sigaretta e sbuffa fumo dal finestrino. “Scopare aggiusta tutto, ma nemmeno la troia più esperta può fare magie per quel cervello fulminato.”
Passo la borsa davanti. “Mi state dando ragione?”

Marina si riprende la sua borsa. “Segnatela sul calendario.”
Dasho mi guarda. “Tu lavori. Lui ha fatto altro.”
“Strano,” dico. “Pensavo che te la saresti presa con me comunque.”
La macchina prende una curva.
Sento Ditmir che ride. “Sta solo aspettando di arrivare a casa.”
Dasho mi ripassa la borsa.
“Quello non stava giocando, se li lascio fare poi ci provano tutti.”
Marina sta armeggiando col suo specchio. “Fa quasi effetto sentirtelo dire.”
I miei occhi lo seguono nello specchietto laterale. Guarda altrove, ma l’ha sentita.
Ditmir rallenta. “Ha continuato a insistere per finire, mi ha detto che è normale e non succede niente perché lo ha fatto altre volte.”
Dasho si sistema sul sedile. “Decido io cosa è normale, e lui non è normale.”
Sento qualcosa nello stomaco. Qualcosa... di fastidioso.
“Dov’è la fregatura?” gli chiedo.
“Perché dovrebbe esserci?”

Nadia è seduta in braccio a Marina. “Perché se le dai ragione, si rende conto che sta imparando davvero.”
Le iridi di Dasho si spostano su di lei. “Ma quanto parli.”
Il motore trema sotto di noi.
“Eppure per mia madre ero troppo silenziosa,” dice Nadia.
Lui sembra sorpreso: “Per la prima o per la seconda?”
“La seconda.”
“Quante madri hai avuto?” le chiedo.
“Due. Ma nessuna era un dottore.”
Redian alza la testa dall’agenda. “Che c’entra?”
“Mia mamma è un medico,” rispondo.
Redian guarda la mia catenina col crocefisso che cattura la luce. “A me piacerebbe diventare un medico, salvare le persone, fare miracoli... come Gesù.”
Leggendo il suo quaderno aggiunge: “Potrei salvare tante vite ogni giorno.”
Marina ficca il naso in mezzo ai miei capelli. “Fa fuori la gente e si fa pagare in diamanti. Ecco che salvatore è.”
– Sta scherzando, penso. Infatti lei ride e rido anche io.
Ma lo guardo.
Ha occhi verde serpe e un ingranaggio tatuato su ogni dito. Quando muove le dita, sembra che gli ingranaggi si mettano in moto.
Dice: “Ce l’avete con me?”
La sua mano sinistra fluttua dietro la mia nuca, una scintillante cortina di pietre gli colora le dita che si allacciano dietro la testa di Marina.
Marina continua a ridere: “No... Morte rossa.”
“Lo sai che mi dà fastidio essere chiamato così.”
La testa le si piega all’indietro, Marina geme ridendo.
Le ha staccato una ciocca di capelli e la sta mettendo tra i fogli del quaderno.
“Ti scanno come una coniglia e mi tengo solo il pelo come segnalibro. Lo sai che non scherzo.”
Penso che se fosse vero potrei aver bisogno del suo aiuto... potrei trovare un diamante per fargli uccidere Francesco.
Insieme a Francesco mi ricordo dello spettro intrappolato dietro la porta. Sento ancora Lori che urla. Il cuore mi tira un colpo che sento nelle costole.
Redian solleva le pagine una a una davanti al finestrino e le esamina contro i raggi del sole che filtrano attraverso la carta e mi colpiscono gli occhi.
Il suo cellulare, poggiato tra di noi, squilla. Lui tocca con un dito i miei capelli e il cellulare squilla ancora.
Senza staccare gli occhi dall’agenda, spinge il telefono sul sedile fino a premermelo contro la mia coscia. “Rispondi e di’ che sono occupato.”
Non so se dovrei. Penso che potrebbe essere un cliente che chiama il telefono nero per commissionargli un omicidio. O una prostituta a fine carriera da mandare al cimitero per non darle la liquidazione.
Al telefono è una donna, tenendolo premuto contro la guancia le dico che lui non c’è.
Lei insiste. Vuole sapere dov’era Redian ieri sera.
Le dico che ha fatto tardi e che questa mattina ha rischiato di rimbalzare giù dalle scale. E per una volta non sto mentendo.
Continuando a scrivere, lui dice: “Dille che se non la pianta di chiamarmi avviserò la polizia.”
Riferisco.
La mia interlocutrice dice che lui alla polizia non può far vedere nemmeno la sua ombra.
“Chiedile se la prossima volta che ci vediamo vuole che lasci la sua testa nel privé, oppure nell’ingresso del locale.”
Glielo chiedo.
La donna al telefono mormora qualcosa, fa un verso strano. E io, non capisco se ride o piange, o se piange dal ridere, perciò dico: “Redian… mi sembra molto turbata. Vuole sapere dove sei ora.”
Lui scarabocchia così forte che la penna scricchiola.
“Dille che sono scomparso…” Si nasconde dietro il foglio. “Sì. Scomparso. Per magia.”
Dico: “Be’, è scomparso.”
La donna al telefono dice che ormai succede tutte le sere.
Marina si sbellica. “Dille di scrivere a Maria De Filippi.”
Redian solleva un’altra pagina e osserva la luce del sole che la trapassa: “La De Filippi parla ai morti? Io non sono più su questa terra.”
La donna al telefono sbotta. Vuole che gli dica che è proprio un signore. Poi riattacca.
Nello specchietto retrovisore, Dasho alza la testa, poi gli occhi, lentamente, fino a fissare la faccia di Redian.
E io conto i battiti del mio cuore: uno, due, tre…
Redian strappa la pagina e la riduce in listarelle. “Guarda, Nadia. Le tagliatelle!”
Nadia emette una risata sguaiata: “Hai le mani magiche!”
Penso: questa è una fissazione.
Guardo il display, leggo il nome. Dico: “Si chiama Elizabeth.”
Redian abbassa ancora il finestrino. “Sì. È per quel nome che una volta le sono corso dietro. Conosci Elizabeth Bathory?”
“No.”
“A scuola era il mio idolo: dal rubinetto della sua doccia usciva sangue.” Tiene tra le mani le tagliatelle di carta. “Però poi finisce la magia, e il vento si porta via tutto.”
Le soffia via dal finestrino.
Dasho ha cambiato colore. “Questo succede perché tu ti appiccichi agli oggetti.”
Penso che lo faccio anche io.
Redian guarda fuori. “Chi ti ama farebbe di tutto.”
“Qui non parliamo di chi, ma di cosa. Se la merce disturba, è perché tu non l’hai sistemata.”

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