Sento una fitta nel petto, è più forte del solito.
Redian si è girato di nuovo. “Funziona anche così. Non c’è bisogno di rompere tutto.”
Cosa ho visto nei suoi occhi? Qualcosa che non doveva esserci lì.
Forse me lo sono solo sognato.
Mentre risaliamo le scale sento le urla di Lori diventare sempre più forti.
Penso che devo parlare con Dasho, una volta per tutte.
Esco dalla doccia, la mia pelle è ancora umida. Lo cerco in corridoio, ma è già sparito dietro la sua porta. La camera di Irina è chiusa.
Ditmir è in piedi in mezzo alla cucina. Gli dico: “Fammi vedere un attimo Dasho,” cerco di non far tremare la voce.
Mi indica col mento la porta semichiusa. “Vai.”
Le grida di Lori mi rimbombano ancora nelle orecchie e il volto spento di Nadia mi pesa sullo stomaco. Voglio dirgli che non possiamo continuare così, che le nostre risate sono oscene. Non si può ridere mentre la Morte Rossa ispeziona carne umana come merce da inventario e mi fa ripetere minacce di morte al telefono, all’indirizzo di una donna che molto probabilmente lui stesso ha fatto illudere, con o senza la magia. Elizabeth che sicuramente dipende da lui, con o senza amore.
Mi avvicino alla porta e lui deve avermi già sentita. “Vieni.”
Mi faccio avanti e il silenzio mi investe. Dasho è lì. Mi guarda, e io sento il bisogno di deglutire, ma la gola è secca.
“È finito pure il whiskey,” dice stappando un’altra birra senza staccare gli occhi dai miei.
Me la avvicina alle labbra e io bevo un sorso. La birra è rossa e sa di malto.
Molto forte.
Anche il sole è forte, entra violento dalla finestra, accende i suoi capelli di un riflesso dorato. Beve anche lui.
“Quella ragazza mi sembrava...” inizio a dire, cercando di trovare il filo.
Ma Dasho non ascolta. Le parole non servono, evaporano contro di lui come acqua sul ferro caldo.
“Non è come le altre,” dico.
Mi spinge con forza sulla poltrona, il cuoio tiene. La sorpresa mi resta addosso più del necessario.
Il colpo mi toglie il respiro, ma non abbastanza da fermarmi.
La mia faccia nel vetro dice: È inutile che ci provi. Tra poco sarà anche lei, come te, come tutte.
Mi sta salendo sopra. Il cuoio cede sotto di me, lui no.
La sua mano destra si piazza dietro la mia schiena e si ferma lì.
Dico: “Lei era...”
Lui mi scruta il viso. “Sei tutta sudata. Ma ti sei lavata?”
“Certo. Senti...” tento di nuovo, ma le parole mi muoiono in gola. Un altro strillo di Lori mi trapassa il cervello.
“Se continua così…” dico piano. “Si rompe, è vero...”
Cerco di sottrarmi alle sue labbra che mi passano sul viso, non abbastanza da volerlo davvero. Ottengo solamente di sprofondare ancora di più nel cuoio della poltrona.
Lui mi passa di nuovo la birra e il malto in gola brucia. Ci riprovo per l’ultima volta. “Ascolta...”
Dasho si scola la bottiglia, la posa a terra senza guardare. Le sue mani scendono, i pollici agganciano i bordi della mia gonna. La stoffa si allontana dai miei fianchi sudati, e per un istante è quasi un sollievo, una distrazione dal dolore che c’è fuori da questa stanza. Tira verso di sé.
“Che cosa devo sentire?”
Lo fisso.
Lui piega la testa. “Non ti stavo ascoltando. Non mi ricordo più che dovevo sentire.”
Forse non mi ha mai ascoltata.
La rabbia è ancora lì, ma è sommersa da un’ondata di... Non me lo ricordo più nemmeno io. Le urla fuori si allontanano, come se qualcuno avesse chiuso una porta dentro la mia testa.
Forse, in questo mondo buio, fa lo stesso. Magari devo solo convincermi che le urla dietro quella porta siano... che ne so... dello spettro di Lord Byron.
Mi entra dentro con una spinta sola, ma la carne era già bagnata, tesa ad aspettarlo.
Per un attimo vedo il pugno chiuso di Lori.
Non si apre.
Io sì.
La sua mano mi prende il viso stringendo ma mi pare una carezza. La sua lingua mi entra in bocca e io lo guardo negli occhi. Nell’azzurro vedo un’ombra. Forse dolore, o qualcosa che gli somiglia. Forse me lo sono solo sognato.
“Tu non hai ancora imparato a pensare alle tue cose.”
Il mio corpo sembra dargli ragione. Giro il viso, appena. “Lei era...”
La parola mi resta in gola.
Lui mi stringe a sé come se volesse frantumarmi o tenermi lì per sempre, e in quella stretta io scompaio.
Si spinge a fondo dentro di me, le sue mani mi serrano i fianchi fino a lasciarmi i segni. Chiudo gli occhi e, nello spazio profondo della mia mente, vedo Lori. Sento ancora il suono della sua voce. Lei è forte, io no.
Apro gli occhi, sposto lo sguardo oltre la sua spalla. Sul tavolo, accanto alle sue cartacce e al whiskey vuoto, scintilla la bottiglia di Bleu de Chanel. La luce del sole la attraversa, trasformandola in un enorme zaffiro. Brilla troppo.
Mi abbandono contro lo schienale. Sento le mie gambe aprirsi, cedere senza rimorso, è questo che mi fa più paura di tutto.
Mi inarco, spingendo i fianchi contro di lui per farlo entrare nel profondo di me stessa, come se non ci fosse già. Le sue mani mi scorrono addosso. Sento le sue dita intrecciarsi con forza alle mie, e stavolta l’oro della fede non impiccia più.
Un orgasmo violento mi scuote, arriva da un posto che non riesco a nominare mentre lui affonda le ultime spinte, profonde, insistenti. Sempre nello stesso punto... diventano sussulti. Sento le mie contrazioni stringere attorno a lui e il calore del suo sperma che mi satura e non esce, e per un istante il dolore si fonde con una scossa animale che odio. Mi sono morsa a sangue il labbro per non fargli sentire il mio grido. Non voglio unire le mie urla di vittima in estasi a quelle di Lori, la vittima vera. Penso che crogiolandomi in un’overdose di piacere blu denso, che mi travolge la testa, sarò appagata a vita. Sono incagliata tra le onde azzurre, aperta come su uno scoglio. L’istante presente è fatto di meravigliosi sogni tutti bagnati. Il passato non esiste, il futuro se ne è andato, e Dasho riesce a tenermi in questo stato. Sotto di lui, la mia pelle trema e pure il cuoio della poltrona. Non c’è nulla, oltre il soffitto, oltre il tetto e il cielo, che non sia azzurro. Lo tengo in bocca adesso. Mentre il mio bacio lo ripulisce la sua carne è ancora pulsante. E sento ogni scatto.
Fuori, lei urla ancora.
Adesso mi torna, tutto quello che volevo dirgli, ma ormai è tardi.
Mi alzo per rivestirmi e la sua mano mi afferra le guance: “Quella ragazza non è un problema tuo.”
– No. Ma lo è diventata.
“Non esce dalla mia testa,” dico.
Il respiro si inceppa, come prima.
“Allora toglitela.”
La testa ci prova. “Va bene.”
Mi allontano di qualche centimetro o forse mi è solo parso di averlo fatto.
Gli occhi azzurri fissano la mia rassegnazione. “Non voglio vedere un’altra lacrima e non voglio sentirti ancora parlare di Lori.”
Annuisco, anche se non ho deciso niente, come al solito.
Dasho mi lascia la faccia.
So che me la porterò a casa questa ragazza e il suo fantasma sarà con me per tutto il weekend, mi farà venire il mal di testa come se una corona di spine mi stringesse la fronte. È la passione di Santa Angela.
Passo davanti alla cucina, saluto e mi avvio per le scale. Man mano che scendo i gradini le grida di Lori si fanno più deboli, più lontane, più irreali. Arrivo in strada, mi chiudo dietro il portone e non ci sono più.
Il succo di questa giornata è quello di sempre: non finisce mai.
E infatti appena entro a casa Matteo mi dice che domani abbiamo mia madre e la sua a pranzo.
***
Per fortuna siamo già al dolce.
Luce, mia suocera, è molto più amorevole e anche più vecchia di mia madre. Questa bionda con gli occhi brillanti e il tailleur più bianco della sua faccia, che ci sta raccontando di quanto è stato bello a Roma, è mia madre. Ed è andata a vedere il Papa.
Si interrompe per prendere le mani di Matteo: “Che coloraccio hanno le tue unghie. Sono tutte gialle, fumi troppo.”
Lo sento: sta per diagnosticargli un cancro al fegato in fase terminale.
Matteo ha le labbra leggermente aperte, posso leggere i suoi pensieri.
– Cristina, pietà! Signore, pietà!
Mia madre sfodera i denti, fa la linguaccia. Ha una meringa bianca sulla lingua. Mi ricorda il prete che tutte le domeniche mi appoggiava l’ostia davanti alla bocca, quando dovevamo andare a messa per forza.
Io, lei e babbo.
La favola di noi. Andavamo tutti insieme a prendere per i fondelli anche il Signore.
All’epoca tendevo la lingua solo verso la salvezza.
Luce tossisce e dalla sua bocca volano pezzetti di meringhe masticate. “Scusate,” lo dice mortificata.
Mia madre non si trattiene: “Le tue gengive sanguinano.”
Sono pronta, sta per dire:
– Occhio al cancro del cavo orale.
Benché io stia attenta a non lasciare tracce in giro, mia madre ha trovato un preservativo ancora incartato nella mia borsa, come quando avevo quattordici anni. E mi ha chiesto di vederci più tardi da sole al bar.
Siccome non posso fingere malattie con lei, senza che poi voglia farmi una visita approfondita per stanare qualche tumore, devo dormire un’ora dopo pranzo e tirarmi su alle quattro.
Mia madre attacca subito: “Ho visto quello... Non è che volessi farmi i fatti tuoi, ma sono andata al bagno, quello in camera vostra, e la tua borsa era lì, aperta.”
“E?” dico intrecciando le dita sul tavolo, cercando di far sembrare che ho fretta.
“E naturalmente fai bene, perché sai, i rapporti sessuali non protetti sono pericolosissimi… come sai…”
Parte la lezione ed è sempre la stessa. Esiste il cancro alla cervice che porta alla morte. Quello alle ovaie, stessa destinazione. All’utero. All’uscita ti aspetta sempre nostra sorella vestita di nero.
– Penso: Tu! Sei tu il cancro della mia vita! E non sei operabile.
Abbasso la testa sul libro che porto dietro per fare finta di leggere mentre lei mi assilla.
“Non fare la finta tonta,” dice. “Guarda che il sesso non è una cosa da nascondere.”
E io le dico: “Sesso?”
Si copre la bocca con una mano. “Oddio. Pensavo che…” Poi strilla: “Cameriere!”
Il cameriere arriva e lei ordina due calici di Lacryma Christi.
“Io non bevo alle quattro e mezza del pomeriggio.”
“Devi assolutamente provare, è un vino campano, legato a una leggenda napoletana che ci ha raccontato Don Vincenzo a Roma, ” risponde.
“Non mi vanno le tue leggende a stomaco vuoto.”
Sospira. “Chiedo stuzzichini?”
“Cosa cerchi di stuzzicare?”
Sto pregando che un dio qualsiasi la fulmini.
Mamma sbotta. “In vino veritas.”
“Ma che cazzo stai dicendo, davvero?”
Ho alzato la voce, si girano due vecchie qua accanto.
“Angela. Devi dirmelo.”
“Ma cosa?”
“Hai un amante?”
“Uno,” dico, guardando il libro.
Lei diventa più bianca di quanto già non sia. “Dio, come ti sei ridotta,” dice.
“Nessuno,” dico.
Lei si arrizza sulla sedia.
“Centomila,” chiudo il libro.
Il cameriere arriva coi calici.
“Ma di che parli?” mi fa.
Giro verso di lei la copertina del mio libro.
“Uno, nessuno e centomila,” le leggo, “è una bellissima opera. Leggi, avrai meno tempo per farti i film mentali.”
Mia madre si lecca le labbra.
“E poi non ho più quattordici anni. Ora posso tenere i preservativi in borsa e fare la puttana anche, se mi va. No?”
“Angela!”
Le vecchie si girano ancora.
“Angela... non dovresti stare tutta la notte alzata a leggere... Ti sei deperita.”
“Grazie per il vino,” dico. “Posso andare a casa?”
Per fortuna suona il telefono e mi allontano di corsa. È Valjet.
Solo quando sono di nuovo nel corridoio di casa mia, al sicuro dalle domande di mia madre, la richiamo.
“Come stai?” dice.
“Bene, e tu?”
“Sono libera,” pare pensarci, “be’... libera di andare a lavorare, ma ci accontentiamo.”
Sento un sollievo enorme. “Meno male.”
“Vieni stasera?”
“No, domani,” rispondo.
“Non vedo l’ora di vederti.” La sento respirare più forte: “Scusa... Dio... Non è che voglio vederti a fare il mio lavoro ma…”
“Ho capito. Voglio vederti anche io. E poi non serve chiedere scusa a Dio: il Signore non mi perdonerà mai.”
“Non ha perdonato Maddalena?”
Valjet conosce il Vangelo, a mia madre piacerebbe.
“Sì, ma Maria Maddalena era pentita. Io no.”
“Sei strana oggi,” Valjet sta camminando avanti e indietro, sento i suoi passi.
“È l’effetto che mi fa mia madre. È religiosissima, anzi bigotta, anzi un sepolcro imbiancato. E poi anche l’effetto del vino di ieri.”
Valjet si ferma: “Quale vino? Nadia compra sempre l’acqua rossa del discount. Quel vino l’uva l’ha vista solo da lontano.”
“Ho pensato che con una bottiglia di vino, ti passerebbe la paura che hai di prenderlo nel culo.”
“Stai parlando del pazzo che hai beccato all’autoporto? Me l’ha raccontato Jasmin, scusa ma ho riso.”
“Sì, di quello parlo. Pensavo a te. Ma in effetti per farti passare la paura devi berla la bottiglia, non te la mettere nel culo.”
Lei ride. “Non vedo l’ora di vederti.”
