Irina mi sta versando vino, la sua voce copre lo sciabordio del liquido rosso. “Sembra una statua di gesso messa lì a fare penitenza.”
Redian è seduto lì accanto con la sua agenda aperta. Alza lo sguardo dalla pagina, la fissa per un lungo istante: “Se ti vuoi mettere in ginocchio sono contento, ma non serve che stai a mani giunte. Non sono un santo.”
Sento intorno a me le risate dei dannati, guardo gli occhi azzurri che non ridono. Dico: “Cosa pensi?”
Dasho sospira: “Sto trattenendo la voglia di tagliarvi la gola, a tutti.”
Lori continua a guardarsi la punta delle dita. “Chiunque uccidessi in questa stanza, gli faresti soltanto un favore.”
Il silenzio rimane teso, ma nessuno dice nulla fino alle due. Io sto per andarmene, Irina ancora è mezza addormentata. La tocco piano per salutarla, ma lei era sveglia.
In mezzo al corridoio Jasmin esce dalla camera, dice: “Angela, Nadia dorme, fammi il caffè.”
E io dico: “Certo.” E non ho ancora capito perché Jasmin non sia in grado di farlo da sola. Anche Valjet si è alzata, si strofina gli occhi: “Provo a dire a Lori se lo vuole?”
Marina mi sembra sfiduciata. “Prova.”
Ci voltiamo e Lori è lì, sulla porta della cucina, sbadiglia coprendosi la bocca con una mano.
Quando le chiedo se le andrebbe un caffè, mi squadra di traverso.
“Non da te.”
Marina la guarda storto. “Guarda che non ci sta provando.”
“Mi fa schifo lo stesso. L’altro giorno ho dovuto alzare il volume dello stereo per non sentire i suoi versi da cagna, che stava là nella camera con lui.”
Marina sospira. “Capisco la situazione e come ti senti, perciò non me la prendo. E non perché voglio fare il gioco di Dasho, ma... non dovresti disprezzarci tanto. Saremo davvero l’unica famiglia che avrai per molto tempo.”
Lori riappoggia la tazzina senza bere. “Ah, tu ci credi?”
“Purtroppo sì”, conferma Marina. “Resterai qui per un pezzo. E ringrazia se ti lascia vivere.”
Lori mi lancia il cucchiaino, mi sposto veloce. Non ho tempo di andare a casa se mi sporca. “Ami quel mostro, lo sento.”
La mia bocca si è seccata.
Irina mette lo zucchero nelle tazzine. “Sì, certo. Angela ama i rapinatori. I trafficanti di esseri umani. I kamikaze. Il male nel mondo esiste per causa di Angela.”
Quelle altre sorridono e viene da ridere pure a me, ma Lori rimane nel suo formato statua: “Mi fai schifo, comunque. Com’è possibile?”
Marina ripassa a Nadia il vassoio. “Com’è possibile che una ragazza sia così stupida da pensare che Armani vada a cercare modelle in un villaggio della Moldova dimenticato da Dio? Io capisco ancora, se una che crede a qualcuno che le promette di portarla a fare la badante... la schiava 24 ore su 24 per un piatto di minestra e 700 euro al mese. Ma la modella?”
Ora capisco. Lori è giunta qui seguendo qualche promessa di successo truffa.
Lori arrossisce. “Serve coraggio per seguire i sogni!”
“Da coraggio a idiozia è un passo. E questa è idiozia pura. Eppure noi non te lo stiamo dicendo, anche se la verità è che hai un cervello grosso come uno spillo.”
Lori esita un momento.
“Ma... se io gli dicessi di contattare i miei? Magari riescono a pagare il mio riscatto. A quel punto mi lascerebbe andare?”
Valjet scoppia in una risata.
Mi viene spontaneo fulminarla. “Che cazzo ridi?”
“Scusa, Angela”, si copre la bocca con le dita e ansima, “ma è troppo divertente! Questa è più stupida di me! Crede di essere in un quiz, tipo Chi vuole essere milionario?, dove a un certo punto ti fanno chiedere l’aiuto da casa.”
Marina sta raccogliendo le tazzine: “Sì, va’ da lui, subito. Dagli nome e cognome, digli dove hai casa e genitori. Così ogni volta che non scatti quando passa, ti prometterà di mandare il Fratello Efficiente a sgozzarli.”
Lori socchiude gli occhi.
“Ti vedo stanca”, le faccio notare.
Stavolta accetta il mio caffè.
Il tempo si dilata e questi dieci minuti mi sembrano dieci ore. Arrivo all’università e come mi ritrovo nel cortile sento la solita fitta nel petto. In aula c’è solo un posto libero in prima fila, accanto a una ragazza che agita un astuccio come uno shaker. Mi avvicino e le chiedo sottovoce: “Posso?”
E lei smette di fare quello strano movimento: “Certo, piacere, io sono Alessia.”
Mi siedo, lasciando cadere la borsa sotto il banco. Dietro di lei c’è un’altra ragazza con una scollatura molto profonda. Abbasso lo sguardo, mi rendo conto che le guardo il seno che preme contro il tessuto scollato e quella se ne accorge subito. Si china in avanti e mi dice che ha una sorella all’ospedale che sta per partorire. Mi spiega che deve continuamente risponderle al telefono in questi giorni. Ha capito, dice indicandosi le tette, che quello è il metodo migliore per poter uscire dall’aula di continuo senza che il professor Panzone la guardi incazzato.
Ridono tutte e due e per un attimo non sento nel petto sempre la stessa fitta.
Panzone, il professore si chiama davvero così, l’ho visto sull’orario, arriva tutto vestito di verde.
È magrissimo.
Ancora non lo so ma scoprirò presto che la tettona dietro di me si chiama Clemenza Michela.
A metà della lezione il suo telefono trilla e lei alza l’indice: “Professore... la prego, dovrei...”
Panzone stoppa il suo monologo, sbatte le ciglia e dice: “Certo, ma che mi prega mica sono un santo. Clemenza, lei deve... deve uscire. Deve telefonare, ogni volta che ci sono io, vada, vada.”
Michela porta fuori telefono e tettone dicendo: “Grazie, grazie.”
Tutti ridono e questa scena la vedrò ripetersi all’infinito, cioè fino alla fine dell’anno, perché Michela ha una famiglia numerosa e motivi continui per telefonare.
E quando torna, si preme un dito sotto l’occhio. Raggiunge il suo posto, si asciuga l’occhio con un fazzoletto, tocca la spalla della ragazza accanto a me: “Ale’, è nata mia nipote.”
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