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Erotika
Ossessione · Cap. 5
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Capitolo 5 di 27 16 min di lettura

Uniformi molto striminzite

Il primo giorno di lavoro di Marta a "La fritula" sta per iniziare, e la ragazza fa la conoscenza dei suoi colleghi.

William Kasanova
1 anno fa · 498 letture · 2

Prendo dalla tasca della tuta da motociclista la chiavetta che mi è stata consegnata dieci minuti fa, prima del tour del mio nuovo posto di lavoro. C’è attaccato un misero portachiavi in plastica verde al cui interno un rettangolo di carta reca il numero “9”. Ce n’è un altro un paio di armadietti più a destra di quello di Eva. «Sto studiando letteratura all’università, a Pavia, e mi piacerebbe diventare una scrittrice di racconti erotici…»

La ragazza è in reggiseno. Scoppia in una risata. «E così vai a lavorare in un bordello per fare esperienza.» Allunga le mani dietro la schiena, si sgancia il reggiseno e se lo toglie. Come se nulla fosse, resta a poppe al vento davanti ad un’estranea. «Ha senso. Per lo meno, non hai intenzione di scrivere romanzi ambientati nelle miniere o sulle piattaforme petrolifere.»

I seni di Eva devono essere una seconda, con delle piccole aureole attorno ai capezzoli marroni. Quante volte verranno afferrati e palpati in un giorno?

Lei si accorge che gliele sto fissando e sorride, come se avessi fatto un complimento per una sua opera. «Io invece sono qui perché mi piace far vedere il mio corpo e fottere.» Mi guarda negli occhi. «Qui posso anche guadagnarci.»

Mi mordo le labbra. Già…

Eva si sbottona i jeans corti con i bordi sfrangiati e li fa scendere lungo le gambe. «Controlla che ti abbiano dato l’uniforme.» Il sorriso diventa una nuova risata.

«Ehm… sì.» Infilo la chiave nella serratura e apro la porta dell’armadietto. L’interno è vuoto, a parte cinque fettucce rosa. Ne tiro fuori una e la mostro a Eva. «Non me l’hanno data. C’è solo…»

Eva è nuda. Ha solo un ciuffo biondo a cespuglio sul Monte di Venere a nascondere un palmo di pelle. E la fettuccia, che sta mettendo alla vita. Solleva lo sguardo dal nodo che sta facendo. «No, ce l’hai in mano.»

Cosa… La fettuccia è larga poco meno di un paio di pollici, lunga forse un metro. È rosa ai bordi, e bianca in una fascia interna.

La ragazza finisce di allacciare la sua: dal nodo spunta un grosso fiocco e le due estremità pendono per un palmo. La controlla e, soddisfatta, la gira finché il fiocco non le resta dietro.

«È la nostra uniforme. Finisci di spogliarti, poi ti aiuto a indossarla. Le prime volte è un po’ complicato.»

Metto un piede sulla panca e mi slaccio le scarpe. «Quanti siamo in sala?»

Eva spegne il telefonino – natel, qui lo chiamano natel – e lo depone nel ripiano superiore dell’armadietto. «Il lunedì c’è poca gente… vengono alla “Chesa dal Piacér” a scopare il venerdì sera e nel week end, e all’inizio della settimana di solito è tranquillo, quindi siamo tre ragazze e un ragazzo a…» Solleva le mani, le chiude a pugno e graffia l’aria con i medi e gli indici un paio di volte, «…“servire”. Nei giorni successivi siamo di più.»

Il rumore di una porta che si apre e chiude proviene da un corridoio che fa angolo all’altra estremità dello spogliatoio. Delle luci si accendono, forse in automatico quando entra qualcuno dall’ingresso riservato ai camerieri.

Eva si volta verso il corridoio. «Dev’essere Sabine.»

Dall’angolo fa la sua comparsa un ragazzo. La maglietta è tirata dalle spalle larghe, si gratta la barba bionda come i capelli. «Alegra, Eva.»

La ragazza mi lancia un’occhiata. Ha l’espressione che hanno di solito le persone che vedono il loro divo del cinema. «È Andri!» No, quando vedono il loro divo del cinema non sono eccitati fino a questo punto. Si volta verso il nuovo arrivato. Le chiappe le si contraggono e distendono come se le stesse usando per suonare due piatti, si solleva sulla punta dei piedi un paio di volte. «Alegra, Andri!»

Lui arriva davanti a lei e le fa l’occhiolino. «Sei sempre bellissima, ragazza.»

Sono pronta a scommettere che adesso Eva si inginocchia, gli tira fuori il cazzo e se lo mette in bocca, fino a svuotargli le palle, indifferente a quanto impongono le regole aziendali…

Invece, lei resta ferma e lo segue con lo sguardo. Lui la supera e si avvicina a me.

Mi guarda, sono a piedi nudi, con la tuta da motociclista fino alla vita e in reggiseno. Sembra apprezzare. Mi sorride, sia con la bocca ma soprattutto con gli occhi, occhi di un azzurro come il cielo in estate. Ha la mascella squadrata, una leggera barba la copre.

Mi allunga la mano. «Sono, come avrai inteso, Andri, il puttano del fast food. O fast fuck, come lo chiamiamo noi.»

Il cuore mi batte in gola, ho la bocca asciutta. La lingua si stacca da qualcosa che sembra la colla moschicida. «Marta, la… la tua nuova collega.»

«Sono felice di conoscerti, Marta.» La sua voce è calda, dolce. Se la cioccolata fumante avesse un suono, sarebbe la sua voce.

Eva gli assesta una manata sul petto. Da come si muove la maglietta all’impatto della mano, sembra che sotto ci sia del marmo. «Dai, non provarci con lei davanti a me.»

Lui gira appena la testa, un angolo della bocca si solleva. «Gelosa, Eva?»

I pantaloni mi hanno appena nascosto uno sbocco di eccitazione dalla figa, che sta prudendo come poche volte in passato. Questo se le scopa tutte, e non deve nemmeno chiedere…

Con me non deve domandare…

Andri non aspetta risposta dalla ragazza. Da una tasca prende una chiave e apre lo sportello accanto al mio. Sul fondo ci sono delle bombolette di deodoranti e profumi spray, un paio di libri stropicciati e dall’aria di essere stati letti e riletti, su una copertina compare l’immagine di un busto di marmo, e dalla barra appendiabiti pendono una mezza dozzina di fettucce blu e azzurre.

Eva fa fatica a staccare gli occhi di dosso dal ragazzo. Quanta ne faccio anch’io. «Marta, finisci di spogliarti, che ti aiuto a mettere l’uniforme.»

Andri ride. «Già. Io le prime settimane l’indossavo al contrario.» Con i piedi si toglie le scarpe, vecchie Nike che devono avere almeno un lustro. «Se ti serve una mano per il gancetto del reggiseno, non farti problemi a chiedere.»

Trattengo un sorriso. Mi volto e gli do la schiena. «Avresti questa cortesia?»

«Certo.»

Le sue dita toccano tra le mie scapole, il calore delle sue mani si diffonde nelle mie car— La pressione del reggiseno scompare in un istante, le due alette pendono lungo i miei fianchi. Quanti reggiseni ha aperto per essere così bravo?

«Vuoi anche che te lo tolga?»

Metto le mani sul seno, come a nasconderlo, e gli faccio la linguaccia.

Lui ridacchia. «Toglile pure. Tanto le vedrò per le prossime sei ore.»

È vero, e comunque non ho intenzione di nasconderle a nessuno. A lui soprattutto.

Abbasso le braccia, le mani che tengono le spalline del reggiseno. La mia seconda fa la sua comparsa davanti ad Andri ed Eva. Lei annuisce e sorride.

Lui ancora di più. «Belle tette, Marta.»

Prima di andare avanti…

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