Dietro le palpebre vedo il mare azzurro di Tenerife. Ma l’azzurro di Dasho mi riempie la testa e riassorbe il sogno.
– Ma perché non posso volere niente che non passi da te?
Ovviamente nessuno risponde. Appena apro gli occhi la mia faccia nel riflesso del parabrezza dice: – Hai le allucinazioni adesso?
Questi baci continuano e l’afa diventa insopportabile. Lui allunga una mano verso il pulsante sulla portiera: il vetro scivola in basso e un getto d’aria mi colpisce il collo sudato.
Guardo meglio questa donna, viene da un continente che non vedrò. Una canotta nera le stringe il seno, schiacciandolo verso l’alto. Sulla schiena, la trama del pizzo è argentata, si apre a forma di farfalla sulla pelle. I capelli hanno riflessi rossi sbiaditi, le induriscono i lineamenti. Con un colpo di dita si toglie le ciocche da davanti agli occhi.
Le nostre labbra si uniscono di nuovo. Mentre sono incastrata tra i loro corpi osservo le loro facce. Si cercano con gli occhi, poco sopra il mio naso.
Le dita di lei si muovono sulla mia pancia, scende fino a infilare l’indice dentro il mio ombelico.
Sposto gli occhi sui suoi pantaloncini. Li spinge giù, oltre i fianchi. Il petto si libera dalle coppe del reggiseno. Mi piego in avanti, stringo tra le labbra il suo capezzolo e inizio a succhiare. Il suo fidanzato mi appoggia la mano sulla coscia. Lei solleva la testa. La fisso per capire se le piace: non ho mai fatto tutto questo, vado a tentativi.
Anche lui si slaccia i pantaloni. Guardo quello che viene fuori. Lo prendo io per prima, stringo le labbra intorno e faccio scivolare la bocca in basso, fino a toccarne la base. Anche la sua pelle è piena di riflessi di sole, ed è così caldo che sembra abbia la febbre. Mi ricordo della plastica prima che sia troppo tardi. Passo da lui a lei senza pulirmi. Mi colano tra le labbra, sulle mani, ovunque. Non so se lo faccio bene. Accarezzo le sue grandi labbra e le affondo la faccia tra le cosce. L’odore mi entra in gola.
Fuori passa una macchina, la sento appena, torno da lui. Mi mette una mano sulla nuca, affonda nella mia gola. Proprio come fa Dasho. Stesso gesto. Stessa presa. E io non reagisco. Assecondo il movimento a salire e scendere. Lui mi stringe di nuovo i capelli, d’istinto.
Appiattisco la lingua per non fare attrito, con la coda dell’occhio guardo lei che stringe le palpebre e tiene le labbra schiuse. Per un istante, uno solo, mi sembra gelosa. Eppure, a sentire lui, questo viaggio in tre lo ha voluto lei. La gente si danna per portare nel mondo reale le proprie fantasie, e un secondo dopo se ne pente.
Non sono affari miei.
In fondo sono due estranei, appena me lo ricordo, questo fatto mi brucia nel petto ma non è niente in confronto al bruciore che sento al culo quando lui me lo tocca. Sobbalzo e il corpo si chiude da solo.
Sento un odio che mi trasforma, per un attimo vorrei fermare tutto. Poi passa. Passa sempre.
Lei ride. “Ti brucia?”
“Sì.”
“Allora lavori parecchio, devo farci un pensiero. Io lavoro in pizzeria ma mi pagano due lire. Mi prendereste con voi?”
Anche a me viene da ridere.
“Dobbiamo chiedere al tuo uomo se è d’accordo.”
“E il tuo è d’accordo?”
Mi alzo e si alzano le mie sopracciglia. Vorrei che mi spiegasse come le è venuta un’uscita del genere.
“Tuo marito è d’accordo?” Lo ripete tranquilla.
“Come fai a sapere che ce l’ho?”
“Porti la fede…”
Cado dalle nuvole. È la prima cosa che mi riporta fuori, ma non dura.
Guardo la mia mano come se fosse di un’altra. L’anello è lì da anni, non ha mai fatto male a nessuno, eppure in questo momento pesa più di tutto il mio corpo.
Sento il telefono aziendale suonare. È Marina.
“Tutto bene?” chiede.
“Tutto bene,” rispondo.
Riprendo il movimento su di lui, su e giù. La lingua scopre i rilievi tesi sotto la pelle. Faccio scendere la saliva per lubrificare, mi sposto. La sua donna si china al mio posto e ripete lo stesso identico lavoro. Facciamo i turni. Mentre è giù, le sue dita scendono a premere tra le mie cosce, scivolano dentro di me, vanno avanti e indietro, spingono.
Quando mi bacia di nuovo i nostri sapori si mischiano.
Mi sfilo i vestiti di dosso, mi giro verso di lui e allargo le cosce. Sento l’ingresso pieno, profondo, scivola dritto in fondo.
Mi faccio da parte, adesso è lei a prendersi tutto il suo peso addosso.
Mi siedo di fianco. Lui si piega per baciarla sulla bocca, allunga la mano in basso: le sue dita iniziano a sfregare veloci sul punto più sensibile, in mezzo alle gambe di lei. Esattamente come faceva un attimo fa sul mio corpo.
Fuori il cielo è azzurro. Per un attimo mi sembra di essere arrivata fino a Tenerife.
Mentre mi riaccompagnano dalle altre mi ricordo dell’anello. Lo metto nella borsa ed è come abbassare il volume della coscienza. Mi aspetto di sentirmi peggio, invece respiro meglio.
Il mio corpo va da una parte. L’anello dall’altra.
È quasi il tramonto quando vengono a prenderci. Una scena ripetuta che inizia a essermi familiare. So già cosa succederà domani. E voglio tornare, anche se ogni volta mi costa qualcosa.
Dietro ci siamo io, Nadia e Jasmin in braccio a Marina, contro le regole della strada. Irina è rimasta ad aspettare laggiù.
Jasmin parla per prima:
“Oggi mi sono capitati tutti chiacchieroni.”
Dasho risponde senza guardarla, lo vedo aggiustarsi il polsino.
“Hanno pagato?”
“Sì.”
“Allora vanno bene. Chi ti paga è sempre amico tuo.”
Nadia si schiaccia contro la portiera:
“A me invece tutti musoni che volevano silenzio, come te.”
Dasho la guarda dallo specchietto.
“E tu hai parlato lo stesso?”
“No.”
“Brava.”
Nadia si spinge avanti sistemandosi meglio sul sedile. Mi mette a disagio la luce che si riflette nei suoi occhi scuri.
Il motore fa rumore e anche la radio, ma in sottofondo… sento il respiro di Nadia cambiare.
Voglio contraddirli.
“Il silenzio pesa più delle parole.”
Gli occhi azzurri riempiono lo specchietto.
“Le mie ragazze non devono vendere le chiacchiere.”
Un poliziotto ci ferma. Ditmir accosta. L’agente guarda l’auto, poi tutti noi. Riconosce Dasho e scambia un cenno di saluto. Controlla la patente:
“Questa è scaduta dal 3 agosto.”
Ditmir fa una smorfia:
“La sistemerò domani stesso, sto sempre a lavorare. Sono un povero straniero.”
Il poliziotto lo squadra come se indagasse, poi dice:
“Per stavolta ti perdono, mi sembri un bravo ragazzo. E buon lavoro a tutte sorelle!”
Jasmin si sporge verso di lui e la sua risata mi risuona nell’orecchio: “No, già fuori servizio per oggi!”
Ride anche lui:
“Allora buon riposo.”
La macchina scivola avanti. Il poliziotto nello specchietto laterale diventa piccolo e lontano.
Nadia resta in silenzio, scompare prima il sole, poi il suo sorriso.
Siamo a casa. È arrivata anche Irina. Mi ha invitata in camera sua perché le ho detto che quella che condividevo con Liveta è troppo vuota adesso. Non riesco a farmi la doccia senza sentire lei che urlava sempre: “È libero!”
Irina mi dà le spalle. Sta annaspando nel suo cassetto. Tira fuori: Serenase, Xanax, altre pasticche. – Si sarà già assuefatta a questa roba?
Integratori per capelli, per la pelle, per le unghie.
– Avrà ancora il fegato?
Dico: “Cosa hai perso?”
Risponde senza girarsi: “Dovrò adattarmi.”
“A che?”
“Al fatto che tu diventi mia sorella.”
“Tua sorella?”
Ma lei non mi ascolta più, va avanti a rovesciare tutto.
Mi dà sui nervi. “Cosa cerchi?”
“Te lo dirò, quando sarai diventata un po’ più mia sorella.”
Non ho capito niente. Il cassetto è di legno rossastro. Tira su una boccetta e la guarda in controluce, come per capire quanto liquido è rimasto. Sull’etichetta leggo: RIVOTRIL.
Domani torno lo stesso.
Saluto e scendo le scale.
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Non cerco incontri e nemmeno sesso virtuale. Chi vuole scrivermi per parlare di scrittura è benvenuto. Per tutto il resto non ci sono. [email protected]
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