Anche a me viene da ridere senza motivo, lo metto nella borsa. Fisso le sue unghie viola. Quando qualcosa mi disturba troppo, mi distraggo coi dettagli.
Lei non sembra farci caso.
“Sono d’accordo con tua madre. Non so se chi gli ha messo quel nome conoscesse bene la nostra lingua… ma è amore e anche ariete. È quasi troppo perfetto per essere un caso.”
Ricordo quella notte in cui Valjet diceva a Georgi parole d’amore. E io ero invidiosa.
“Non potrei mai chiamarlo così.”
“Lo fai ogni volta che lo chiami per nome.”
Penso che non riuscirò più a dirlo.
***
Parlare di Liveta ieri mi ha lasciato un groviglio di cattive emozioni. Idra se ne accorge subito.
I suoi occhi mi scavano dentro.
“Cosa senti davvero per Liveta? Dimmi la verità.”
Scrivo sul mio taccuino:
La verità è che penso che tutte loro soffrissero più di me.
Liveta e le altre mi hanno trattata molto meglio di quanto meritassi. Quando ci penso... che sono finita là per gioco, mi sento una stronza. E una troia.
Idra legge, poi dice:
“Ma lei non ti ha considerata così. Com’è andato il primo giorno di lavoro?”
Ah, la pescheria! Non ho fatto in tempo a uscire di là, che già me la devo ricordare.
“È stato pessimo, sono incapace. E poi mi devo svegliare così presto che mi toccherà rinunciare agli alcolici, completamente. Vino, liquori, tutto.”
“Quindi… concludo che Dio non voglia più farti bere.” Idra finisce il vino.
“Ma almeno i miei colleghi sono stati gentili. Sono una signora e un ragazzo, Silvia e Riccardo. Mi hanno spiegato come preparare il banco. Tutto il giorno a ripetermi le stesse cose.”
“Pazienza. Come è andata la prima volta che sei andata a vivere da sola?”
“Benissimo, non sapevo manco farmi il letto.”
“E adesso è uguale. Si impara.”
“E se non va?”
“Cercheremo un altro posto.”
“Idra, stanotte ho fatto un sogno strano.”
A queste parole si fa tutta orecchi.
“Che sogno?”
“Era Versailles. E io l’unica stracciona in mezzo a nobili, principi, regine. Tutti perfetti. E a un tratto arriva un tizio. Un cavaliere? Non lo so. Mi dice che ha un impegno e si toglie una collana enorme, d’oro… grossa come una corda. Mi chiede di tenerla un attimo, finché va e torna.”
“E tu?”
“La tengo. In alto. Tesa. Poi sparisce. Puff. Tutti urlano che l’ho rubata. Io non capisco. Non so cosa dire.”
“Poi?”
“Mi sveglio, perché sento un rumore di vetri rotti. Corro alla finestra… e vedo lo spazzino che svuota i bidoni del vetro accanto alle case.”
Idra porta via i piatti.
“Cercavi dignità in mezzo alle prostitute e hai trovato un’altra corda. Se da stringere o per impiccarti non lo so.” Guarda verso la strada, la gente ha messo fuori i bidoni della plastica. “Il vetro rotto è sempre Settembre. Il trauma fa come il ciclo, va e torna, tutti i mesi.”
Vedo il tramonto. L’oro è sparito e il cielo è un cristallo crepato, riflette mille luci.
***
La prima volta che torno a quel portone e non trovo Liveta sento un picco nel petto.
Da quando lei non c’è, il silenzio mi lavora dentro. È spazio vuoto che chiede di essere riempito. Ho imparato come si riempie qui: senza pensare.
Anche Valjet oggi non è in macchina mentre andiamo all’autoporto. Chiedo a Nadia quando arriviamo al guardrail. Non voglio farmi sentire da Irina, non ho confidenza con lei.
“Dov’è Valjet?”
Ma Irina ha sentito lo stesso.
“Valjet è a casa e starà lì, finché non torna in condizioni decenti per lavorare.”
Non rispondo.
Irina mi punge:
“Non hai orecchie?”
“Grazie.”
“Di nulla. Un’altra volta non portarla in giro, così non succede niente.”
Marina mi dice con il labiale:
“Gli va a raccontare tutto… tutto… stai attenta.”
Dopo poco se la portano via due camionisti, e restiamo sole. Sempre la stessa strada. Ogni pomeriggio. Passano le macchine e passa il nostro tempo, diminuiscono i preservativi nelle nostre borse e aumentano i soldi. Per ammazzare il tempo parliamo di dove vorremmo essere.
Nadia si sta intrecciando i capelli per la noia:
“Tu Angela, proprio non dovresti essere qui, puoi ancora andare dove vuoi.”
In teoria suona bene, nella pratica sto meglio qui con lei che altrove. L’unico aspetto negativo è ancora l’idea di svendermi. Ma la saggezza popolare ha ragione, perciò credo che anche questo passerà. Eppure vorrei ancora potermi salvare con una frase così semplice.
“A un bel ricevimento, ecco dove dovresti essere con quelle scarpe,” ha disfatto la sua treccia un’altra volta. “Adoro le tue scarpe.”
Le guardo, in effetti non c’entrano molto su questa strada, che è una lunga vena grigia, piena di sangue.
“In realtà mi piacerebbe andare a Tenerife. Quando ero all’università la mia facoltà organizzava Erasmus proprio in quell’isola africana. Ma Matteo non ha mai voluto lasciarmi andare: era giovane, innamorato.”
“Geloso?” dice Nadia.
“Non lo so. Mia madre gli ha dato manforte. Disse che non serviva andare fino a laggiù a cercarmi un cazzo nero.”
“E ora se sapesse quanti cazzi neri prendi qui, senza andare a Tenerife?” dice lei.
“Già, dovrei farglielo sapere. Credo che il mio rimpianto più grande sia la versione di me che avrei potuto diventare là… e poi…”
Si avvicina una carretta scassata, piena di adesivi ridicoli. Il guidatore è nero, si guarda intorno e chiede:
“State lavorando?”
Marina cambia faccia:
“Non si vede?”
La voce le esce acida.
Non la sentivo così dalla prima notte in cui Dasho mi ha portato da loro. Marina mi aveva detto: non so in che guaio ti sei cacciata, ma qui non devi romperci le palle.
Adesso ripensarci mi fa ridere. La guardo strano, poi capisco: a fianco a lui c’è una donna. Le donne della strada non si vendono alle donne. L’ho imparato da loro, ma il motivo non l’ho capito.
La donna è molto scura, a me piace. Mi evoca tutto quello che non vedrò mai con gli occhi dei miei vent’anni. Spiagge di platino e il cristallo dell’acqua che bacia i piedi delle palme.
La bocca di Nadia mi si appiccica all’orecchio:
“Può essere pericolosa.”
Sì, c’è odore di fumo addosso a lei.
“La mia ragazza vuole farlo in tre,” ci dice il guidatore, “ma non so proprio a chi chiederlo tra le nostre conoscenze. Se una di voi è d’accordo, la pago il doppio o il triplo anche…”
Nadia e Marina non vogliono. Salgo io, prima di pensarci. Se ci penso, mi fermo.
Un attimo dopo la carretta s’infila in una curva ed entra in una zona di sosta deserta. L’asfalto grigio e il sole mi provocano spasmi.
Nostalgia? Angoscia?
Non so cos’è.
Lei scende e viene a sedersi dietro accanto a me. Ora non sento solo l’odore di erba, la vedo. Lei è strafatta. Con una mano pettina i capelli del suo ragazzo; con l’altra stringe la mia. Infilo le dita tra le sue.
Si sposta di lato sul sedile, arriva proprio vicino alla mia bocca. Abbassa le palpebre e le ciglia finte le chiudono gli occhi.
Il suo ragazzo è ancora davanti, alza la testa e gli sguardi di tutti e tre s’incrociano nello specchietto.
Faccio scorrere il pollice sul dorso del suo dito. Le sue unghie superano le mie di tre centimetri. Sono ricostruite di sicuro, laccate color ciliegia, lo smalto è saltato sui bordi.
Il telefono sul cruscotto vibra e si illumina. Lui butta l’occhio sullo schermo, lo ribalta e riaffonda contro il poggiatesta. Chiude gli occhi. La lingua di questa donna mi entra in bocca come se conoscesse già lo spazio che si prende. Non ne lascia, lo prende tutto. Non la voglio, ma il mio corpo accetta lo stesso.
Il suo fidanzato è rimasto aggrappato al volante. Lei lo invita ad aggiungersi a noi, e io mi ritrovo tra di loro, senza aprire gli occhi sento la bocca di lui che si appoggia sulla mia guancia, è calda e il contatto non mi dispiace nemmeno così tanto.
