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Erotika
La lunga notte · Cap. 23
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Capitolo 23 di 23 25 min di lettura

La voglia di uccidere

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
9 ore fa · 13 letture · 0

Giovanna non si sposta. Sono poco distante da lei, mi arriva al naso il suo profumo, sa di primavera.

Dasho scende per ultimo. Adesso le è davanti.

Giovanna lo sposta via. “Il mio paese con voi è ospitale, bello. Voi non siete ospitali.”

Lo vedo stringerle le guance con le dita.

“E tu non sei una donna.”

La macchina è rimasta aperta e la chitarra pizzicata insiste. È la voce di Dolly Parton che vibra nell’aria, chiara, acuta.

Max è ancora lì davanti, Giovanna gli soffia una nuvola di fumo in faccia. Gli occhi di lui diventano così neri che non vedo nient’altro, nemmeno la sua mano che sfila la sigaretta dalle labbra di Giovanna, le afferra il polso e le preme la punta incandescente contro il palmo.

Il violino lontano si fa più acuto, tremolante, ma Giovanna, a parte una smorfia di dolore, non lascia uscire nessun suono. Si sposta veloce soffiandosi sulla cute ustionata, e lo spinge via con entrambe le mani sul petto.

Lui non arretra: “Non mi toccare, ti piace il cazzo, vero frocio?”

“Non in questo momento, caro. Non ho ancora fatto colazione stamattina.”

L’esplosione della musica fa saltare tutte le mie terminazioni nervose.

La mano di Max afferra la stoffa dietro la sua nuca, cerca di strozzarla con il foulard color arcobaleno che porta legato al collo.

Il violino continua a frusciare, ne sento il suono lungo e sospirato.

Stiamo guardando una caricatura di autodifesa femminile. Giovanna per davvero lo graffia in faccia, gli tira i capelli. Il foulard variopinto si stringe finché la sua faccia diventa fucsia, ma di un tono più scuro di quello della stoffa.

Come se qualcuno mi avesse colpita in testa mi risveglio e dico a Irina: “Che facciamo?”

Lei segue con lo sguardo quella scena ma non parla, Jasmin mi dà le spalle. “Stavolta, giuro, sto dalla parte di Max. Nessuna di noi vuole altra oppressione maschile qui.”

Da dietro sento la voce di Ditmir: “Questo non è un club a cui ci si iscrive e stop. Non basta mettersi il rossetto e i tacchi per chiamarsi donna.”

Il foulard è diventato un nodo scorsoio nelle mani di Max; lei gli tira un calcio.

“Infatti io mi chiamo Giovanna, non donna.”


Dasho le ha preso di nuovo la faccia obbligandola a tenergli lo sguardo. “Di sicuro non te ne vai da qui con i miei soldi. Ma se ci tieni a lavorare vediamo queste tette... magari sono realistiche.”

Giovanna è forte, ma da sola non ce la fa, in fondo ha davvero polsi esili, da ragazza. Cerca con lo sguardo qualcosa intorno, forse un oggetto che potrebbe servire come arma, ma non c’è niente, ci siamo solo noi... e stiamo dando il peggio di noi stesse tra risate e indifferenza.

Giovanna riesce a rimettere mano alla sua borsa che era finita in mano a Ditmir. Lui sta guardando la sua patente. “Ok, prenditi le banconote ma adesso mollami.”

Dasho mi sembra pensarci mentre lei ripiega i soldi e glieli mette davanti al naso.

“Ora hai fretta di andartene?”

“Ecco, prendili. Io me ne vado, ok?”

Tutto questo mi ricorda qualcosa...

“Ma io sono venuto qui solo per te.”

Il sangue mi sale alle guance.

Nell’aria scorre ancora quella melodia dolce e insistente. Le note vibrano alte e ruvide e le mie pupille scorrono sull’erba del parco coperta di brina luminosa.

Dasho fa saltare il primo bottone della sua camicetta guardandola negli occhi. “Di solito non mi prendo tutto questo disturbo per i froci, però voglio vedere davvero se queste tette sembrano vere.”

“Andrò dalla polizia, lasciatemi.”

“E che ti fa la polizia, ti presta le manette? A voi pervertiti piace pure quella roba.”

Salta il secondo e il terzo bottone e Giovanna ci scruta, gli occhi che passano da una donna all’altra, finché tutti i bottoni non sono slacciati e la camicetta si apre da sola. Dentro c’è un reggiseno rosa confetto, bordato di pizzo nero.

Dasho si ferma un attimo, senza toccarla. Giovanna si riprende. “Ecco le hai viste.”

“Sì, belle tette.”

“Scommetto che non ci faresti comunque niente con un frocio, anche se ha delle belle tette, quindi ora lasciami.”

Non c’è nessuno attorno. Siamo soli in mezzo al mondo.

Le mani di Dasho passano sotto il tessuto aperto, si uniscono sulla schiena di Giovanna e il reggiseno si apre. Con un gesto solo lo stacca dalle sue spalle.

Giovanna dice: “Ahi.”

Un ceffone la fa piegare sul muretto. “Stai zitta.”

Il reggiseno cade, ma il contenuto resta su, tondo, perfetto. È l’esatto paio di tette che ordinerebbe ogni cliente.

Sento Ditmir che ci chiama. “Ragazze, voi che dite? Sono realistiche?”

Nessuna di noi parla.

Dasho si è messo a ridere. “Quanta plastica ti sei dovuta comprare per farti mettere questo davanzale?”

Max allunga la mano e le torce un capezzolo. La sua mano destra si chiude, stringe avvolgendo tutto il seno sinistro di lei, fino a farlo diventare rosso. Giovanna si fa scappare uno strillo, e il suo piede avvolto dalla scarpetta dorata si solleva, lo colpisce dritto all’inguine. La mano di Max le lascia il petto, diventa un pugno, io chiudo gli occhi d’istinto ma la sento urlare di dolore e quando li riapro vedo il sangue che scola dal suo labbro inferiore.

Seguo Giovanna che risolleva a fatica la faccia tamponandosi il labbro e lui che ha gli occhi pieni di orrore mentre si guarda la mano con cui le ha toccato il petto.

Non capisco.

Poi capisco.

La sua mano ha strizzato carne. Carne cruda... Ma stavolta non gli è piaciuta. Si volta e sputa a terra. “No, no... nessuna plastica. Si è fatta riempire di qualche altra schifezza.”

Mi sento male.

Valjet soffoca il riso in gola: “In effetti...”

Dasho dice: “Comunque è venuta bene come bambola gonfiabile, di qualsiasi robaccia l’abbiano riempita. Se non sapessi che ha il cazzo...”

Ditmir mormora come tra sé: “Ma sulla patente c’è scritto F, e se ha due tette vere allora forse...”

Dasho lo guarda e poi guarda di nuovo Giovanna: “Non dimostrano niente.”

Giovanna se ne sta ancora piegata con la mano sulle labbra e Ditmir dice: “Ormai vediamo anche se ha la fica. Magari potrebbe lavorare.”

Gli occhi gli brillano per l’eccitazione, Giovanna fa un salto all’indietro. Ha in faccia un’espressione di stupore e di paura. “Non scherzare.”

Anche la mano di Ditmir le arriva in faccia, il mazzo di chiavi che porta sempre le sbatte sulla guancia. “Non sto scherzando.”

Dal labbro le spunta altro sangue.

Max le stringe i capelli, piegandole indietro la testa. Giovanna mormora un: “No.”

Lui continua a stringere, a tirare. “Questo povero, invertito coglione ci sta dicendo sì, sì, sì...”

Non posso fare a meno di pensare che dovrei dire qualcosa, così faccio un passo avanti ma poi ritorno indietro.

Ditmir si mette tra di loro: “Sicuramente, sennò perché è venuto qui, vestito così?”

Osservo l’abbigliamento di Giovanna: la gonna di pelle nera è anche più corta delle nostre. Era una provocazione evidente?

Max le parla in un orecchio mentre riprende a strizzarle il seno: “Sai che nel mio paese inospitale queste schifezze fanno incazzare anche le donne vere? E le fanno incazzare come animali.”

Il pollice di Dasho si infila nell’orlo della gonna. Giovanna sussurra di nuovo: “Non toccarmi.” Ma lui non pare sentirla, né accorgersi del suo viso trasformato dal dolore.

Gli occhi di Ditmir sono ipnotizzati. “È un invertito, quindi il suo no vuol dire sì, sì, vi prego.”

Dasho ha riattaccato a ridere: “Dici che non vede l’ora di farmi vedere la sua fica rosa?”

Il suo pollice corre verso il centro della gonna: “Perché ti sei vestita così e sei venuta qui? Era questo che volevi?”

Gli occhi di Giovanna sono aperti nei suoi ma i suoi polmoni devono essere chiusi, non respira.

Le sue dita le scorrono sul ventre piatto e lei si piega in avanti.

“È questo che volevi far succedere... Giovanna?”

Sento il respiro di lei, è debole, è delicato. La voce di Dolly è un sussurro ormai, lo stereo sta per cambiare ritmo. E lei lo guarda negli occhi, stava per perdere l’equilibrio ma si appoggia a lui e si mantiene in piedi sul tacco finissimo.

Penso: – Sei bella senza paragoni, perché non vai a fare altrove la tua scelta di uomini?

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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