Ci guardiamo l’un l’altra.
La tipa accavalla le gambe, ginocchio su ginocchio. Poi sposta la gamba sotto su quella sopra. Solleva una borsetta di vernice che tiene in grembo, tira fuori uno specchietto, lo accarezza con il palmo della mano e sorride alla sua faccia riflessa nello specchio.
Io ancora non ci riesco! C’è qualcuna che può fare la puttana senza farsi schifo guardandosi allo specchio.
Lo smalto rosa splende come un gioiello. Ripassa rossetto su rossetto, poi ripone lo specchietto.
Marina fa un passo avanti.
“Ciao.”
Quella, con la voce profonda di una diva del cinema, risponde: “Ciao.”
Negli ultimi mesi ho visto incarnarsi l’intero repertorio delle fantasie sessuali maschili: tettone rotonde perfette, cosce lunghe, bocche gonfie di silicone e splendenti di rossetto.
Ma questo? Ancora mai visto.
Marina la squadra. “Non sei di qui.”
Lei fa un cenno d’assenso. “No. Sono arrivata da poco.”
“Io sono Marina, lei è Angela.”
La ragazza mi saluta con un cenno.
Marina ci indica una per una: “Valjet, Irina, Jasmin.”
Lei ci saluta tutte con una movenza maliziosa delle dita.
“Io sono Giovanna.”
Marina deglutisce. “Bene, senti... potrei sapere con chi stai?”
“Cioè? Vuoi sapere se ho il fidanzato?”
“Più o meno...”
Quella gira la testa verso la strada. “No, amo la libertà.”
Marina alza una mano. “Noi rispettiamo la tua scelta.” E tutte annuiamo. “Ma non puoi stare qui.”
Il tono di Giovanna si inasprisce, tradendo il timbro maschile. “Come sarebbe, hai recintato il parco? Rilassati, cara, sono solo una ragazza come te.”
Marina abbassa la voce. “Comprendiamo quanto deve esserti costato lo sforzo di raggiungere l’aspetto esteriore di una donna... Ma questo spazio è solo per le donne che pagano l’affitto anche se non sono nate donne.”
Giovanna apre la sua borsetta sfavillante e tira fuori una patente. La fa scivolare verso Marina sul muretto e con una lunga unghia rosa shocking picchietta nel punto in cui, alla voce “nazionalità”, c’è scritto: italiana. Poco sopra c’è anche il suo nome e cognome: Giovanna T.
“Vedi? Lo Stato mi rispetta e considera donna. E questo è il mio Stato, quindi sei tu che dovresti pagare l’affitto all’Italia che ti consente di stare qui.”
Ci avviciniamo a Marina.
Jasmin stringe le labbra. “Anche se lo Stato riconosce il tuo genere... noi decidiamo di non farti rimanere.”
“Perché?”
“Perché non paghi il tributo.”
Marina torna accanto a me. “Capito? Te lo diciamo per il tuo bene.”
Giovanna ci fissa. “Per il mio bene?” Si accende una sigaretta. “Secondo me hai le mestruazioni.”
La mandibola di Marina si contrae. “Non è vero.”
Giovanna sbatte una lunga massa di capelli da una spalla all’altra. “E allora lasciami in pace.”
Ci allontaniamo, ma nessuna sta tranquilla.
Giovanna va e torna quanto noi.
Jasmin si batte le mani sulle cosce. “Quella ci sta diminuendo il lavoro, non mi sta bene. Qui già è poco per noi.”
Valjet continua a salire e scendere dal muretto. “Il lavoro se lo pigliasse tutto... ma il denaro...”
Marina guarda di nuovo verso Giovanna, che si sta ripassando il mascara. Poi verso di noi: “Che facciamo?”
Irina sbotta: “Chiama Dasho.”
“Non me la sento. Di sicuro poi fa qualcosa di male.”
Valjet si gratta i capelli, la nuca, la guancia. “Se ne accorgerà lo stesso e poi farà qualcosa di male a noi.”
Andiamo da lei un’altra volta.
Marina le si mette davanti e incrocia le braccia. “Senti, sto cercando di portare pazienza, ma adesso esageri.”
Quella gira la testa dall’altra parte, una collanina d’oro scintilla al sole. “Questo parco non è di tua proprietà.”
“Se non te ne vai ti troverai in qualche guaio e poi dovrai pagare come fanno tutte qui. Trovati una zona libera.”
Giovanna pianta gli occhi nei suoi. Noto che ha dei begli occhi verdi e i suoi capelli sono ondulati e rossi. “Di che mi stai minacciando esattamente?”
La sua voce ha un tono maschile, ma è sensuale.
Marina è in imbarazzo. “Non ti sto minacciando, Giovanna... sto solo facendo questa chiacchierata con te per evitare che venga a farlo qualcun altro.”
Giovanna si passa la mano lungo i bottoni della camicetta sul ventre. Ha una pancia molto piatta. Io invece, anche se ormai mangio tanto poco che non basterebbe per tenere in vita un uccellino, così non l’ho mai avuta. La bocca mi si secca. La sua voce arriva come da un mondo lontano. Tutto è silenzio attorno, se si eccettua il battito del cuore nelle mie orecchie.
“Qualcuno tipo?”
Jasmin ha un orribile broncio. “Ma tu cerchi guai?”
Giovanna fa dondolare la gamba accavallata sull’altra, le sue decolleté dorate brillano. “Sì.”
Le sue gambe di sicuro sembrano chilometriche quando si alza in piedi su quei tacchi sottili come steli. Le ragazze si stanno allontanando per l’ennesima volta.
Ora Irina è diventata viola, lei che è sempre la più bianca, ed esige che Marina chiami qualcuno.
Marina chiede a me. “Lo faccio?”
“No,” dico, “non voglio che venga qui.”
La mia faccia nel riflesso di una pozzanghera dice: – Lei potrebbe piacergli.
E io non sopporterei anche questo.
Irina sbatte i tacchi contro il muretto. “Se non lo chiami lo faccio io e gli dico pure che quella è qui da stamattina e hai aspettato ore ad avvisarlo.”
Marina fa il numero di Dasho. Sono accanto a lei in piedi, sento gli squilli ma la sua voce non riesco a distinguerla.
Marina dice: “C’è un tizio qui che si fa chiamare Giovanna, occupa il nostro posto... ci ho provato e mi ha risposto che ho le mestruazioni. Che dovrei fare?”
Le caviglie mi tremano, forse è per via del freddo. Un momento e sono di nuovo seduta sul muretto e il cielo sopra di noi fluttua come acqua, cola azzurro dentro la mia testa.
“Ho provato a mandarlo via ma non ci sente... No, non ci siamo avvicinate più. Abbiamo paura, è come una femmina.”
Marina ride come in risposta a un’altra risata. “Ti dico, è come una femmina, al cento per cento. Se lo facciamo incazzare poi ci graffia, ci tira i capelli...”
Anche Valjet e Jasmin emettono risatine.
Cerco di fare un respiro, passano lunghi minuti e la nostra macchina è qui, io ho ancora bisogno di aria. Non voglio che la veda. Lei è carnosa, bella fasciata in abiti che mostrano al mondo ciò che è per davvero. Una puttana da 30 e lode e io invece sono una povera stronza che cerca di sembrare una puttana, e una signora da 30 e lode, e fa male l’una e l’altra cosa. Sono una povera stronza che si è fatta mettere la camicia di forza da un magnaccia che le ha toccato la fica. E poi quella non mi sembra per niente spaventata, visto che fa la civetta eccitata. Ed è veramente sexy. La sua faccia è in fiamme, rossa come una mela succosa da morire.
Mi pare di soffocare quando sento la voce di Max che arriva dall’altro lato della strada. “Che bel frocione!”
Giovanna non si muove. “Amore, che cosa c’è che non va?”
Gli occhi mi si spalancano, la nostra macchina mi riempie il campo visivo e Max si affaccia dal finestrino con uno sguardo mostruoso che mi fa rattrappire lo stomaco.
“Aspetta, vengo lì e ti faccio vedere l’amore.”
La macchina fa il giro.
Sento dallo stereo le corde alte di una chitarra pizzicate con delicatezza, vibranti e insistenti.
Ditmir parcheggia davanti al muretto e Max apre la portiera dietro, Ditmir gli corre subito dietro, Dasho è rimasto in macchina.
Giovanna si schiarisce la gola e, con una voce stridula, dice: “Amore, ma non guardarmi così. Vuoi i soldi forse?” La vedo abbassare gli occhi sulla sua sfilza di anelli d’oro. “Ma no, si vede che non ti mancano. E sono più carina, e sembro più una ragazza io di quella puttana con le mestruazioni che sta tutta nervosa.” Indica Marina che si impettisce tutta.
La mano destra di Max si alza, e per un attimo mi salta il cuore, ma no... si sta sistemando il cappotto sulle spalle. Nessuno può essere così barbaro da rompere una cosa bella come Giovanna.
Ditmir la guarda come una cosa che ti fa tanta, tanta pena: “Smettila di prenderci per il culo. Non sei una puttana, sei solo un frocio. Lascia qui quelle banconote che hai preso e sparisci. Io ho altri problemi a casa, problemi seri. Non farmi stare qui a perdere tempo.”
