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Erotika
La lunga notte · Cap. 16
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Capitolo 16 di 21 42 min di lettura

La fata turchina

Grazie a chi legge.

Agave Ionia
1 mese fa · 477 letture · 0

Mia madre si imprime in faccia tutto l’orgoglio possibile:

“Sì. Prima di frate Elia.”

Fuori, sulla strada dico:

“Calma adesso.”

Valjet sta masticando il filtro:

“Devi volermi proprio bene, per rischiare così a portarmi qui.”

Dico:

“Non avevo la più pallida idea che mia madre si impicciasse di queste cose adesso. Mi dispiace.”

“Ho appena notato che quando stai vicina a tua madre sembri morta, almeno quanto me. Comunque non sto dicendo che hai sbagliato, mi dispiace aver lasciato che mi provocassero tanto da farmi arrivare a dire quelle cose.”

Schiaccio il filtro sotto il tacco.

“Per quello non preoccuparti, mia madre ti sarà per sempre grata di aver dato motivo alle vecchie di parlare del suo stupido evento per le prossime tre settimane.”

La violinista è giovane e la sala è di nuovo buia. L’unico raggio di luce è proiettato su di lei, ma mentre torno accanto a mia madre, anche se non la vedo, so che, segretamente, si sente lusingata da tutte quelle facce stupite, dalle decine di persone che guardano e ascoltano quello che lei ha scelto. E non fa niente se la musica non l’ha composta lei. Se qualcosa è fatto bene, il merito è suo, sempre. Fine della favola.

Le prime note salgono nel buio come un lamento. Il suono è teso e limpido, e la musicista è magrissima, quasi fragile. L’archetto scivola sulle corde, la melodia ondeggia nel silenzio, liquida, e la faccia della donna che suona, invece di apparire serena, è disperata.

È un calvario prolungato, trattenuto, si allarga sopra le teste degli ospiti e si spegne dopo molti minuti, lasciando in sala solo il battito del tempo che viene da un unico, grande orologio.

Finito il calvario, si riaccende la luce e mamma ha in faccia qualcosa di più di un semplice rossore. È contentissima di questi applausi, la sua faccia sorride a tutti i presenti. Per quanto possa aver composto uno strazio melodrammatico, la violinista priva di peso ha fatto meraviglie per la sua autostima.

La mezzanotte è andata. Mentre Frate Elia parla sul palco, scorrono tra le mani i piattini d’argento con le tartellette al cioccolato e i mini-cannoli.

Ha proprio la parlantina di un predicatore e ripete dieci volte ogni due per tre che la vendita dei corpi mina la base di ogni civiltà.

E su questo sono d’accordo.

Seguo il passaggio silenzioso di zuccheri e cristalli che si appiccicano ai rossetti delle signore. La sala profuma di crema e vino dolce. Purtroppo adesso la sua barbetta grigia si rivolge a padri e fratelli vari domandando:

“E se fosse sangue tuo?”

La barbetta indica mia madre, ma lei è tutta concentrata sul Moscato d’Asti. E comunque sono d’accordo col settantacinque per cento di quel che dice, anche perché, diversamente dalla chiacchierona di prima, che ha letto tanti faldoni e si muove solo con la scorta, senza avere idea di come si stia dove c’è un pericolo reale, lui ha passato vent’anni a raccogliere donne sfigurate dai fossi.

La sua campagna per la dignità delle figlie si ferma il tempo di fargli riprendere fiato e di far ordinare il caffè a noi. Ma non sta cercando di capire; sta cianciando per difendere un ordine sociale dove le donne devono essere protette dai padri o salvate dai preti, senza mai avere il diritto di essere soggetti autonomi, anche quando scelgono di essere delinquenti. Secondo lui la prostituzione legale sarebbe un crimine.

L’amica di mamma dice:

“Il frate è brillante. Ho la pelle d’oca.”

Non ci si può comportare come puttane in ambienti sofisticati, quindi io e Valjet ascoltiamo con rassegnazione e pazienza la sua predica. Accogliamo la sua compassione. Ormai i volti attorno a noi sono avvolti dal senso di colpa, felici di aiutare le sorelle puttane rimaste a zona Corvetto.

E ora il frate sta parlando della cosa più difficile del suo lavoro. Non esiste altra cosa più difficile come occuparsi della sistemazione della puttana disoccupata. Una volta tolte dalla strada non si sa dove sbatterle, come riciclarle.

Valjet mi chiede di uscire di nuovo, mentre spingo la porta il frate è arrivato alla conclusione: il mercimonio dei corpi è un crimine contro l’umanità. Non importa se qualcuno se lo sceglie: è sempre un crimine contro l’umanità.

Dico:

“Dovrei costituirmi...”

Valjet dice:

“Fai una prova... chiamiamo i carabinieri.”

Sussurro:

“Non ho fatto a tempo a dirtelo con tutto quello che è successo, ma Francesco ha fatto la sparata con i nostri amici che non sono voluta andare in Francia perché lavoro. E siccome una m’ha chiesto che lavoro faccio, m’è venuta in mente quella battuta di Jasmin sulla professoressa porca.”

Valjet ha estratto le sigarette, accende pure la mia e me la mette in bocca.

“E cosa hai fatto dopo?”

“Dopo, mi sono inventata che non è un lavoro, ma che mi era venuta l’idea di tornare a studiare.”

Valjet sembra assorta.

“Questa è stata una bella idea, potrebbe reggere bene la tua doppia vita.”

Ci penso, il nostro fumo si srotola verso l’alto, tra le luci.

“E per tornare al crimine contro l’umanità”, dice Valjet, “potresti pure inventarti che eri da noi per studiare.”

Già. Mi immagino la scena.

“Pronto, carabinieri... ho commesso un crimine contro l’umanità. In realtà sono una studentessa, il mio crimine serviva a una ricerca, o a una protesta politica. Mi impegnavo attivamente e raccoglievo dati contro lo sfruttamento del sex-work.”

Valjet butta la sigaretta.

“È talmente assurdo che qualcuno ci potrebbe credere.”

Si ferma davanti alla porta:

“Come possiamo fare a sopportare ancora la vecchiaccia e tua madre? Mi sembra che stanno peggio di quelli a casa nostra.”

Le rispondo:

“La mia soluzione è sempre stata quella di tenere la bocca chiusa e sorridere.”

Anche l’amica di mamma sorride, e ora esamina le unghie di Valjet.

“Sei d’accordo col frate?”

Valjet è assonnata:

“Veramente, non ho un profondo coinvolgimento personale nelle questioni trattate, quindi non ho un pensiero preciso in merito. Però mi chiedo perché non parla del porno dove il corpo viene ugualmente sfruttato e distrutto per due, tre, quattro ore di fila, previo regolare stipendio?”

Mamma getta una briciola di pace e cannolo:

“Il parallelo è complicato da fare. Quello è un lavoro diverso da quello che tocca a chi preferirebbe morire, piuttosto che avere un rapporto sessuale a pagamento in un parcheggio.”

Valjet è costretta a emulare un controllo emotivo che non ho più nemmeno io:

“In realtà leggo gli articoli che volevate propinarmi due ore fa molto spesso. In realtà, molte attrici hanno finito per ammettere che qualcuno le aveva spinte e un signor produttore molto conosciuto è stato anche condannato per sfruttamento della prostituzione. Ma il frate non ne parla.”

L’amica di mamma dice:

“Le attrici che rinnegano la loro carriera sono le stesse che prima hanno abboccato per fare un sacco di denaro.”

Valjet lascia cadere la testa di lato:

“E non dovremmo salvarle? Anche delle ragazze della strada si sente dire che sono tutte lì per comprarsi le borse di Prada. Ma non ho mai visto una di loro con la borsa da 4000 euro.”

Ci beviamo il caffè. L’amica di mamma inghiotte facendo più rumore di prima:

“Questo discorso è ridicolo.”

Valjet continua a rigirare il cucchiaino ma non beve:

“Ognuno di voi ha un terrore mortale di parlare di queste cose. È un’omissione vigliacca. Il porno è un male accettato e fa comodo a tutti, le ragazze della strada anche. E poi, la pornografia è consumata dagli stessi padri e fratelli che il frate prova a indignare da un’ora. La vostra società perbene lo sopporta, perché non vi obbliga a gestire lo spettacolo della strada.”

La mia faccia nel vino dice:

– Potrebbe aver detto una cosa sensata. Criticare un riccone che produce film è molto più difficile che fare la morale alla ragazza del marciapiede.

Con gli occhi quasi fuori dalle orbite il frate sta dicendo che milioni di clienti con il loro denaro, ogni giorno, aiutano le lame del tritacarne che mangia esseri umani a girare, e non si fanno domande e poi alla fine c’è la cocaina per addormentare le coscienze.

Mamma solleva una tartelletta al cioccolato. La morde forte:

“Ho qualche collega all’ospedale che se la pippa prima di entrare in sala.”

La sua amica sgrana gli occhi. Mamma parla alla tartelletta:

“È vero. Dicono che si sentono più svegli poi mentre operano, è follia invece.”

Ha già smesso di guardare in faccia Valjet.

Il castello di belle parole del frate è costruito sulla realtà, purtroppo a un certo punto lui si rifugia nel dogma: invece di dare centralità alla donna, rimette la palla in mano ai “padri e fratelli” e fa finta che l’industria legale della carne non esista già.

Dico sottovoce:

“Valjet, devo chiamare il taxi.”

La vecchia ha sentito:

“Tuo padre ha troppo da fare per venirti a prendere?”

Poi dà un’occhiataccia a me:

“Gli avvocati a Milano sono troppo impegnati, lasciano moglie e figlie a spasso all’una di notte e non è nemmeno sabato.”

Faccio finta di nulla.

Valjet si rimette il cappotto:

“No, verrà la carrozza della mia fata turchina.”


Fuori, il freddo mi fa tremare i denti. La macchina ci aspetta in fondo alla strada, nemmeno stasera è diventata una zucca.



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