A dire la verità, io nei posti dove battiamo, l’unico poliziotto che ho visto fino a oggi è il fidanzato di Valjet, che faceva il coglione con un paio di manette e un cappello blu che è riuscito a fregare a un poliziotto vero anni fa. La guardo e non so perché la mia voce interiore dice: – Ammazzati.
Parla dei loro programmi di aiuto per le prostitute vittime di costrizione, che a detta sua sono un successone, però quando il frate la contesta ammette che molte di loro, dai programmi di recupero, se ne sono scappate quando hanno capito che vivere sotto protezione è un tantino come stare in galera. E la mia faccia nel riflesso ripete: – Ammazzati.
Sostiene che le donne della strada non possono accedere ai programmi di aiuto perché sono prive di strumenti che le conducano alla consapevolezza, con un background di povertà e non solo, e la mia faccia insiste: – Ma ammazzati.
E ora parla dei numerosi minori che sono stati salvati dalle strade, che sono più importanti delle loro madri, i figli delle prostitute recuperati che ora stanno, senza la madre, ma con tutto ciò che potresti desiderare, in fantastiche case famiglia. Non sono più ai margini della società e questo è quello che conta, i bambini devono essere presi in carico, con o senza le madri. Penso a Liveta e sento di nuovo quella voce: – Ammazzati.
È durato quattro minuti e abbiamo sentito parecchie altre cose discutibili, ma per discutere dovremmo dichiarare che siamo infiltrate. Rovinarci. Quindi scegliamo la via della tolleranza e Valjet si china su di me e dice: “Io tutta ’sta realtà non ce l’ho vista.”
Matteo continua a guardarsi le unghie, a girarsi verso la toilette: “Io domani mi devo alzare presto, un altro bicchierino e me ne vado.”
La donna nera sta uscendo a fumare, non so perché ma invito Valjet e le vado dietro. E mentre stiamo lì fuori sulla strada lei ci guarda e noi la guardiamo e alla fine ci diciamo solo: “Buonasera.”
Mentre rientriamo facciamo in tempo a vedere la chiacchierona coi capelli color pesca che sbatte col fianco su un tavolino. Non si sa dove guardava e ha buttato a terra un sacco di piatti e ora si scusa con le guance tutte rosse e, mentre ridacchia, si offre di pulire per non gravare i camerieri con la sua goffaggine. Mi sono fermata a osservarla raccogliere i cocci, ha finito e ora con un tovagliolo sta cercando di togliere l’olio dalle piastrelle, anche se il cameriere le dice di lasciar stare. Le dice che ci pensano loro e la nera che mi passa di fianco commenta: “Adesso, finalmente, sta facendo una cosa utile. Speriamo che le piaccia tanto e scelga di continuare a sgrassare i pavimenti.”
Rimango stupita, mio marito no. Sorride insieme a lei, che si è fermata vicino a un avvocato dello studio.
Dico: “Poi accompagno a casa Giulietta e torno.”
Matteo saluta qualcuno in fondo alla sala: “Non ti preoccupare, vado da quei due un attimo e poi torno a casa.”
Mia madre agita le dita in un saluto: “Grazie di essere venuto anche se per un tocca e fuggi.”
L’amica di mamma, sempre perché è qui a promuovere il rispetto delle donne, finito di spettegolare sulla collega dello studio ricomincia a insultare Valjet.
“Voi albanesi avete avuto il primato per la tratta negli anni ’90.”
Valjet sta ruotando il mio cerchietto d’oro, non so se le fa più male alle orecchie la chiusura a cerniera o le chiacchiere di questa.
“Io non sono albanese.”
“È lo stesso, voi dell’Est. Rumeni, albanesi.”
“Signora, non è lo stesso. I romeni sono ortodossi, parlano una lingua derivata dal latino, come la sua. La politica romena ha una lunghissima tradizione di destra. In Albania è tutto il contrario, e l’Albania non sta a Est.”
La vecchia dà un bacino al cane.
“Il grado d’esportazione di delinquenza si equivale tra i due Stati.”
Valjet ha appena svuotato un altro bicchiere: “In realtà, i mafiosi più sexy della storia si chiamano Lucky Luciano e John Roselli, nome in arte di Filippo Sacco.”
Le chiedo in un sussurro come fa a saperlo.
Dice: “Il romeno della porta accanto, quando non guarda film, guarda i crimini. Io e Marina sentiamo tutto da anni.”
L’amica di mia madre finalmente posa il cane a terra: “Io ho una certa età, le donne della mia generazione hanno lottato molto per i propri diritti. Oggi voi state mandando tutto a rotoli, di noi non avete rispetto. La vostra generazione putrescente.”
Mia madre taglia un boccone perfetto di ricciola con la punta della forchetta, lo accosta delicatamente alle labbra di Valjet tenendo l’altra mano sotto per non farlo cadere, e lei ingoia senza proteste.
“Scommetto, signora, che alla mia età lei era già sposata, aveva quattro figli, minimo sei lavori e a casa sua c’era il bidet.”
Quella arrossisce fino all’attaccatura dei capelli: “Al tuo paese non vi lavavate il culo?”
“Non nel bidet”, dice Valjet.
“Da quale posto sperduto arrivi?”
“Sono nata e cresciuta in Inghilterra.”
Non è vero, ma ora che ci penso è vero che le case inglesi non hanno il bidet.
Mia cognata Marta si butta in mezzo. Nel tedioso mondo dell’altoborghesia al completo, Marta racconta il viaggio che ha fatto con Rocco, suo marito, a Londra e conferma che gli inglesi non hanno un attrezzo preposto al lavaggio del culo.
L’amica di mamma non le lascia raffreddare l’atmosfera, dice che in effetti si è sposata a ventun anni.
“La mia generazione prendeva esempio dalle principesse.”
Fissa le cosce aperte di Valjet. Tutte noi stiamo a gambe accavallate.
Valjet non cambia posizione: “Cenerentola della nostra generazione balla tutta la notte. Ha anche lei la sua fata turchina.”
Mi viene da ridere, ma non so se di loro o di noi due.
Valjet incastra i suoi tacchi tra i pioli del poggiapiedi.
“La carrozza non si trasforma più. Per stare sicura la principessa porta dietro i preservativi. La mattina butta il preservativo e quando ci riesce pure il principe, e poi torna libera. La carrozza no, non la butta perché non torna più una zucca.”
Mia madre approva.
“Esatto, questa è la versione delle favole che dobbiamo raccontare alle nostre figlie perché diventino femministe convinte.”
Avrebbe potuto stare zitta.
Gli occhi grandi di Valjet sono furiosi e per qualche motivo quelli della donna nera, che non è molto lontana da noi, sono pieni d’accusa.
“Sto parlando di puttane, signora.”
L’amica di mamma sbianca di colpo.
Rido.
Scusa, Dio.
Non voglio farlo.
Ma rido lo stesso.
Mia madre si copre la bocca con la mano, masticando.
“Sì, è quella la versione buona. Questa è quella che ti ha raccontato tua madre?”
Valjet ha finito di far finta di avere un’etichetta che la faccia sembrare qualcun altro. E mia madre sta fissando il suo french colorato e brillantinato, quel nuovo colpo di genio sexy di Marina, unghie piene di arabeschi in cima per stupire i clienti e riempire le saccocce dei miei datori di lavoro.
“No, signora. Mia madre non raccontava le favole. Le favole sono per le bambine che sognano, ma da quel posto laggiù da cui arrivo io, se eri maschio potevi immaginare qualcosa su cosa fare nel tuo futuro. Se eri femmina non sognavi, fine della favola.”
Ma quello che ha detto mia madre mi sta confondendo, dunque le chiedo:
“Perciò per te, ora questo è il modello per le femministe convinte? Te lo chiedo perché, fino a un anno fa, volevi dare il tuo aiuto a organizzare quella fiaccolata per mandare via le prostitute da zona Corvetto.”
Mamma inghiotte e abbassa la mano.
“C’è differenza tra quelle di zona Corvetto e quelle che esercitano per libera scelta.”
“Aspetta”, dico, “forse stavolta sto quasi per darti ragione.”
Ma la sua amica no.
“Hai detto una cosa orrenda, Cristina, non c’è nessuna differenza. Sono vite bruciate quelle.”
Valjet le soffia in faccia la sua esasperazione.
“Da spegnere, immagino.”
La vecchia controlla il cagnolino che saltella sul tappeto verde foresta come se fosse la creatura più preziosa del mondo.
“Non ho detto questo, ma tanto non hanno nulla di cui essere felici nelle loro vite, proprio nulla.”
“Anche gli schiavi trovano i loro modi di essere felici”, dice Valjet.
L’amica di mamma tira su la forchettina da dessert.
“Mi permetto di dubitarne, non si può essere felici, tesoro, sul fondo del barile sociale.”
Valjet rimescola il vino nel bicchiere, che gira e poi turbina nel cristallo e nella mia testa.
“Forse lei ha ragione, non vale nemmeno la pena di sperare di arrivare in cima al barile. Soprattutto se in alto ci sono solo razzisti ignoranti, uomini che vanno in chiesa e poi comprano una vestaglia per beneficenza, solo per vedere chi la vende spogliarsi, e ubriaconi isterici come quelli che stanno in basso.”
La vecchia deglutisce.
“C’è un blog molto interessante, è gestito da una brava giornalista che lavora con la dottoressa che è intervenuta prima. Dovresti informarti leggendo le storie di chi ne è passata. Poi non dirai più queste parole aberranti.”
Valjet ha il viso poggiato sul palmo della mano.
“Lo farò, madame. Bisogna sempre imparare da chi ne sa di più di noi.”
Gli occhi di mia madre luccicano in modo strano. Sento svegliarsi la bambola assassina.
Ci alziamo in piedi. Mamma mi trattiene:
“Non ve ne andate adesso, arrivano i dolci e una musicista che ho scelto personalmente.”
Mi sottraggo alla sua mano:
“Andiamo soltanto a fumare.”
Marta dice:
“Adesso viene la violinista?”
