Mamma guarda la porta: “Sono contenta che apprezzi la mia serata. Adesso vado che è arrivato mio genero e mia figlia manco se n’è accorta.”
Vedo dal fondo della sala Matteo con Marta, sua sorella, e il marito di lei.
Mi passa un freddo improvviso nello stomaco, poi mi ricordo che quella notte lui non ha visto Valjet né le altre donne.
Matteo le si ferma davanti e dice: “Buonasera.”
Valjet fa una specie di inchino: “Buonasera, sono Giulietta.”
Mio marito rifà l’inchino come uno specchio: “Piacere, lo so.”
E lei increspa le sopracciglia: “Lo sa?”
“Dammi del tu, mi chiamo Matteo. Lo so perché ho riconosciuto il profumo di mia madre.”
Valjet fa un passo indietro: “Ha voluto darmelo lei.”
Il sommelier indica il buffet a Matteo e lui, mentre si serve, ripete: “Lo so”, poi mi chiede: “Come va?”
Dico: “Bene. Mamma si è fatta già riconoscere.”
Matteo beve e posa il bicchiere vuoto senza fare rumore: “Immancabile.”
Mamma sta tornando con mia cognata e la sua amica. Mi sento le gambe molli: “Si è vantata i soldi con una grazia...”
Matteo si gira verso di me di centottanta gradi: “La signora ha molta classe.”
È iniziato il buffet dei buffoni.
L’amica di mamma si unisce di nuovo a noi al tavolo alto mentre mangia da un piattino gamberetti in salsa rosa.
Mi fa, leccandosi la salsa rosa da una lunga unghia scura: “Tua mamma mi parla sempre di te e ti chiama Angiolina.”
Il cagnolino che ha in braccio sbatte le orecchie pelose nel suo piatto, mi viene da vomitare.
Me lo presenta: “Si chiama Patty.”
La mia faccia nel riflesso del vino dice: E che cazzo me ne frega?
Lei prosegue: “Ho perso mio marito tre mesi fa.”
Mia madre si avvicina all’orecchio di Valjet e si copre leggermente le labbra con le dita tese: “Se l’è portato un cancro al pancreas. Vedrai che siamo fortunate e si porta anche lei.”
Valjet si fa scappare una risata di sorpresa.
La vecchia che non ha sentito dice: “Ora Pattolina è tutto il mio mondo.”
Mia madre si gira di nuovo verso Valjet e le parla sottovoce: “Mi sta sempre appiccicata perché spera che quando le verrà il suo cancro le farò uno sconticino. Come quella laggiù...” Fa cenno verso una donna che non riconosco all’istante e Valjet ruota piano la testa. “Si chiama Dietlmeier, è una svizzera. Ha un cancro al seno ed è venuta fino a qui per farsi sfiorare da me, è convinta che farò un miracolo come Gesù.”
La sua risata è aggressiva. La sua amica sbaciucchia il cane e io sento salire i conati di vomito.
Mia madre fa l’ultima aggiunta: “Naturalmente non si dicono queste cose, ma siamo in famiglia se Angela ti ha portato qui. Giusto?”
Valjet dice: “Sì, non si preoccupi, sarò una sorella per Angela e per i suoi pazienti una tomba.”
Mamma è rossa dal ridere, Valjet ci ripensa. “Intendevo, per i segreti dei suoi pazienti...”
Ora mia madre consola l’amica vedova con Seneca e lo stoicismo. L’arte di adattarsi e di resistere.
Io guardo l’aria.
Mia madre dice: “Angela poi l’ho mandata al classico, sa tutto della cultura latina e pure di quella greca.”
Già, penso. Seneca.
E Catullo. L’uomo a metà, non sapeva come era possibile e si tormentava.
Mi viene da piangere.
“Esco a fumare.”
Mamma mi fulmina.
Gioco d’anticipo: “Sì, lo so. Cancro ai polmoni.”
Mi giro tre volte verso la sala gremita. Sta arrivando un frate, mi chiedo chi sia mentre torno a tavola.
Mia madre sta ancora parlando dello stoicismo. “Te lo dico io cos’è la resistenza. Angela può resistere a tutto. Io la conosco bene, la conosco come conosco ogni singola persona in questa sala.”
La sua amica mi studia ammirata.
Mia madre fa un cenno vago con il calice, indicando la folla intorno a noi.
“Io lo so chi qua dentro ha un cancro e fa finta di niente, so chi all’una di stanotte avrà i fastidi allo stomaco per aver mangiato i dolci, e so che mia figlia in realtà non sarà mai una vittima. Perché la forza gliel’ho insegnata io.”
La vecchia col cane piega la bocca, solleva le sopracciglia. Mia madre raddrizza la schiena, fiera come se stesse raccontando un successo militare.
“Quando aveva un anno, una notte si mise a urlare. Piangeva perché voleva una bambola che era in alto sulla credenza, io non gliela davo perché non aveva mangiato. Di mangiare non voleva saperne, ma insisteva per la bambola. Io la portai in cameretta, incrociai le braccia e dissi: adesso la lascio piangere finché non smette.”
Qualcuno mi ha versato un rosé, lo bevo nervosa.
“Non ho mai avuto intenzione io, di allevare bambine viziate. L’ho lasciata lì per ore. E quando sono andata a prenderla nella culla, era cianotica. Era senza più fiato, ma viva. Vivissima. E da quel giorno ha imparato a non aspettarsi più niente. Non ho fatto un ottimo lavoro?”
L’amica di mamma annuisce, ma appare perplessa.
Compare all’entrata una donna nera molto alta e si dirige decisa verso il tavolo dove sta mio marito. Il modo in cui è vestita è singolare: un abito color champagne rosa che le scivola lungo il corpo alto, una stola di pelliccia sintetica tenuta abbandonata sulle braccia, e ai piedi un paio di sandali dai tacchi a spillo metallici e vertiginosi che la costringono a un passo dondolante e, secondo me, dolorante. Tra le dita stringe una borsa rigida di vernice nera, la cui tracolla a catena dorata tintinna a ogni movimento. Ci passa accanto e sento una scia di vaniglia dolciastra e muschio artificiale che si mescola all’odore chimico del suo ammorbidente.
Le fisso le mani e sento una strana familiarità. Le unghie sono lunghissime, decorate come arcobaleni e riflettono la luce che piove da tutti i lampadari, graffiano lo sguardo. Guardo le mie mani e quelle di Valjet e la mia faccia nel bicchiere dice: —Non c’è dubbio che con questi artigli glitterati e zebrati finiremo di sbalordire gli ospiti della mamma.
E noto anche che ha gli occhi grigio-noia. Strano per una nera. Sono calmi come il mare di Sardegna e pieni di disincanto e non sta facendo battute su quanto è strepitosamente bello tutto quello che abbiamo attorno, come fanno tutti gli altri. Anzi, ci sta guardando, tutti, non solo con disillusione ma quasi con... rancore.
Ma smetto di osservarla perché Marta mi saluta, poi si accosta a Matteo: “Ma hai visto che la Graziani ha lanciato un’asta con la sua vestaglia di seta liquida?”
Dico all’orecchio di Valjet: “Graziani è un’avvocata del suo studio.”
Matteo ha rischiato di sputare il vino, tiene il calice troppo forte: “No, ma dalla Graziani, io ho visto tutto!”
La risata di mio marito sembra annacquata. E quando si accorge che lo fisso è quasi sparita, cancellata. Si gira verso la sorella: “E poi è ricca, che va facendo?”
Ho sentito qualcosa nello stomaco ma sicuramente è colpa di tutto quello che sto bevendo.
Che stiamo bevendo.
Marta lo prende per una spalla e lo fa avvicinare: “È un’asta di beneficenza per i cani. Sul foglio c’è scritto che il ricavato finanzierà le cure per i bassotti anziani o disabili della Onlus.”
Continua a stringere le dita sul tessuto della sua giacca, e lo tira più vicino a sé, in quel cerchio di confidenze che si fa sempre più stretto.
Mamma ha alzato un piede come una ragazzina che aspetta il primo bacio: “Sarà per comprare i cappottini firmati.”
Matteo si scansa: “Con tutto il rispetto per i cani, c’è tanta gente che ha bisogno.” La sua voce è scesa di tono. “Se devo dare il frutto del mio lavoro a qualcuno, lo do alle persone.”
L’amica di mamma sistema il cappottino del suo cane, gli sposta le orecchie dal collo rugoso.
Il riflesso dei lampadari illumina la faccia di Rocco, mio cognato. Ha il sorriso di un adolescente vergine mentre muove un dito sul bordo del bicchiere.
“Mi è venuta un’idea malsana: la compro io la vestaglia da notte della Graziani.”
Marta si è bloccata col calice tra due mani: “E che te ne fai poi? Io non me la metto.”
“Manco io, però le dico: visto l’alto valore, consegna a mano. Voglio che venga a casa a levarsela e a darmela direttamente.”
Mia madre ride ancora più forte, una risata che le fa tremare le spalle: “Così sarà costretta a fare quello che non ha mai fatto.”
Valjet gira il viso verso di me, le sue sopracciglia si increspano e l’amica di mamma dice: “Cos’è che non ha mai fatto?”
Matteo le risponde: “I fatti non ha mai fatto. Né a lavoro né a letto. Quella si mette in mostra, ma alla fine sono tutte chiacchiere.”
Mi sta pulsando il sangue nelle vene del collo, Valjet apre bocca prima di pensare, come sempre: “Tuo marito parla come uno che ci ha provato fino a farsi male.”
E io dico: “Già.”
E la nera ci guarda.
Ora una tizia con gli occhiali e i capelli color pesca sale sul palco, dovrebbe essere un’assistente sociale o non so che, ammetto che non ho capito bene chi fosse. Parla delle sue raccolte dati sul traffico di donne. Il frate è rimasto un po’ più giù.
Indica lo schermo gigante dietro di lei, dobbiamo guardare un filmato istituzionale che, a detta sua, mostra la realtà del territorio.
La tizia coi capelli color pesca sta dicendo che a Milano sono stati intensificati i controlli di polizia nelle zone a rischio, soprattutto nei luoghi frequentati da spacciatori e prostitute.
