E io dico: “Via Amendola.”
Tocco le dita di Valjet: “Scusa, salgo cinque minuti a casa, mi cambio di corsa, prendo qualcosa che puoi mettere tu e andiamo.”
Lei annuisce: “Va bene, ma per me non ti preoccupare, non mi servono i gingilli.”
Davanti casa vedo tutte le finestre buie. Matteo non c’è, ma mi aveva detto che avrebbe fatto tardi.
Per abbinarmi a Valjet porto un vestito da sera di satin verde e décolleté dorate.
Da qualche parte devo avere cerchi d’oro satinati per i lobi di Valjet. Io resto come sono.
Corro per non far scorrere troppo il tassametro del taxi, mentre scrivo a mia madre per farmi dare l’indirizzo esatto. Faccio scivolare in mano a Valjet i miei orecchini, lei tiene la sua mano sulla mia e me la stringe, ma io non riesco a ricambiare la stretta.
Dico sottovoce:
“Dove sono andati con Lori?”
Nello specchietto i nostri volti riflessi si toccano.
E lei alza le spalle: “Non lo so.”
Mentre ci allontaniamo il viso di Nadia torna sorridente e dal nero della notte emergono le luci della zona migliore, ma le ombre che fluttuano nel mio cervello continuano a comporre immagini orribili.
Io insisto:
“Davvero?”
Tutto è così sfocato. Non capisco cosa sto vedendo.
Lei dice: “Se lo sapevo te lo dicevo.”
Passano cinque palazzi, poi due negozi, lasciamo Nadia al semaforo successivo. Sotto il vestito sento ancora sudore, in una strada laterale urla la sirena di un’ambulanza, è così che quella polvere mi fa sentire Lori che urla più forte nel mio cervello.
Pago la corsa e scendiamo. Prima di entrare, lei dice: “Sarà solo un altro dei suoi numeri per spezzare i nervi della gente. Lui ha imparato quasi tutto dai vecchi magnaccia in galera. All’inizio era solo una vedetta.”
Mi viene in mente Marina, quel giorno in cui mi ha detto che non ha importanza come hai iniziato. Alla fine sarà comunque una delusione.
Valjet parla nascondendo il viso nel collo del cappotto: “All’inizio stava davanti allo stadio, on un affare che faceva luce in alto. Non lo so come si chiama in italiano. Mandava segnali luminosi a quelli dentro.”
“A quelli dentro che facevano che?”
“Che spacciavano per Mimì. Se arrivava la polizia, lui faceva il segnale luminoso.”
Il portinaio è sotto la pensilina di vetro, in una livrea scura con i bottoni d’ottone che riflettono i fari delle auto. Tiene le mani dietro la schiena dritta, immobile come una statua decorativa del palazzo. Dallo sguardo che lancia a Valjet direi che i suoi capelli viola suscitano qualche perplessità.
E prima che ci avviciniamo troppo dico: “Lui ha lavorato da Mimì?”
“Tutti all’inizio hanno lavorato da Mimì, poi si sono separati.”
Quando arriviamo davanti a lui, il portinaio mi chiede chi porto con me.
Penso che potrei rispondere: Vi porto la realtà.
Invece dico: “Ha organizzato mia madre, la dottoressa Di Cielo. Lei è nostra ospite.”
Valjet saluta facendo ciao ciao e un gran sorriso. Forse questo è stato peggio dei capelli viola, ma comunque il portinaio si sposta e ci indica la biglietteria.
Un cartello rosa avverte:
OFFERTA LIBERA, A PARTIRE DA CENTO EURO.
Metto la mano nella borsa, in cerca del portafoglio: “Pago io per tutte e due.”
Valjet mi graffia il polso con le unghie lunghissime che le ha ricostruito Marina. Ha già in mano due banconote da cento stropicciate. Me le mostra tenendole basse, vicino alla coscia, e mi preme il naso contro l’orecchio: “Lascia. È uno spasso offrire denaro per aiutare me stessa.”
Viene da ridere anche a me.
Varchiamo la soglia della sala piena di voci. Al centro c’è l’isola dei crudi, circondata dalle cinquecento tartine di salmone allineate sui vassoi che ero sicura di trovare. Cerco mia madre con gli occhi tra i camici bianchi fuori servizio, ma vedo solo teste pettinate e schiene coperte da giacche sartoriali.
I sommelier girano veloci, riempiendo i calici di Vermentino di Gallura per accompagnare i cucchiaini di tartare di ricciola e i gamberi rossi di Mazara del Vallo. Ci accostiamo a un tavolo alto rivestito di lino bianco, Valjet dice:
“Sarà un’impresa per me non sporcare tutto.”
E io dico: “L’impresa sarà riempirsi lo stomaco con una mini-cocotte di risotto allo zafferano con riduzione di crostacei. E se c’è qualcosa di difficile da mangiare in piedi, facendolo finire in bocca e non per tutta la sala, è proprio questo risottino.”
Gli angoli della sua bocca si sollevano e fanno apparire le fossette sotto il trucco che le ha messo Marina.
Io continuo: “Un altro vino arriverà dopo il Vermentino, il Friulano con il risottino, poi un Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese con il filetto di ricciola, e infine un Moscato d’Asti con la pasticceria mignon. A questo punto, Valjet, il tuo tavolo sarà una cartina geografica di affluenti al fiume di vino sparso sulla tovaglia bianca.”
Una signora bionda ci corre incontro, calpestando il tappeto verde foresta. È vestita di un abito midi asimmetrico verdeacqua, sul petto ha un ciondolo gigante di madreperla.
Tocco la spalla di Valjet: “È mia madre.”
Ed è appariscente come una ragazza di vent’anni. Ci mostra un sorriso rosa venezia e ci saluta con la sua voce che è un velluto di contralto.
Valjet fa un altro sorriso, ma mentre si sposta per lasciarla avvicinare a me, il calice nelle sue mani oscilla e una goccia di vino vola via, allargandosi all’istante sul tessuto del buffet.
Si morde il labbro.
“Avevi ragione. Io lascio sempre il segno.”
Mia madre allarga un braccio verso i camerieri: “Questi non sono qui per grattarsi i coglioni, stai tranquilla.”
Valjet ride e io no. Di solito, se mamma parla così, c’è qualcosa che l’ha già mandata in belva.
Le dico: “Tutto bene?”
Lei fa: “Sì. Matteo non viene?”
Un’anziana con un cagnolino in braccio ci raggiunge e mia madre ce la presenta come una sua nuova amica.
Mi sporgo verso mamma: “Matteo ha fatto tardi a studio e mi ha detto che domani si deve alzare presto, ma forse fa un salto.”
L’amica non richiesta si piazza davanti a noi: “Forse prepara un’udienza.”
Rispondo: “Non saprei, lo vedo sempre meno.”
E non sto mentendo.
Mi chiedo come possa sentirsi Valjet in mezzo a gente che non fa altro che aprire a caso un sito di abitazioni di lusso e dire: “Voglio questa.”
C’è la solita folla di nullità incravattate ad attendere che gli addetti all’accoglienza portino le loro giacche nella stanza-guardaroba, reggendole con due mani come il tesoro di Francis Drake.
Mi appoggio a Valjet e mamma mi tiene la mano sinistra, così ora sto fluttuando tra le due metà. Non sono dentro nessuno dei due mondi.
Mamma dice: “Ci siamo conosciute al circolo di tennis.”
Io ho già dimenticato come si chiama questa signora, che continua a fissare i capelli di Valjet.
“Di dove sei tu? Posso il tu, vero? Sembri mia nipote.”
Valjet dice: “Sì, signora. Sono macedone.”
Quella fa sbattere un sacco di anelli contro il bicchiere e insiste: “Mi pareva... è di tuo gradimento il menu?”
Valjet inghiotte e posa il calice. Il sommelier lo riempie di nuovo.
“Io pensavo che i ricchi mangiassero aragoste.”
Mamma fa una strana espressione e l’anziana si dipinge lo schifo in faccia: “Le aragoste sono antiquate e ormai considerate di cattivo gusto. Non lo sapete laggiù, da dove arrivi tu?”
Valjet sta osservando le bollicine.
“No, signora, non lo sapevo e mi dispiace molto che le aragoste siano passate di moda prima che io abbia fatto in tempo a vederne una.”
Mia madre bisbiglia: “Un giorno vieni a casa mia insieme ad Angela, ti faccio trovare l’aragosta.”
Sbatte il suo bicchiere contro quello di Valjet: “Se avessi fatto servire qui stasera l’aragosta, i camerieri avrebbero dovuto portare a tavola centinaia di coppette con fettine di limone. Avremmo sprecato quintali di frutta, per permettere a tutti questi aborti mancati e sorridenti di pulirsi le dita.”
La guardo e non capisco che ha stanotte. Si è svuotata un altro calice.
“Io lavoro in ospedale, la maggior parte di queste persone non ha mai sporcato le sue manine.”
Valjet sta zitta.
“Angela ti ha detto perché stasera siamo qui riuniti?”
Valjet scuote la testa.
Mamma tira su una tartina: “Raccolgo fondi per finanziare attività contro la violenza sulle donne. Ne sai qualcosa?”
Valjet si sposta di poco a destra: “No, signora. Sono stata fortunata nella mia vita, direi.”
“Meglio così, comunque la violenza sulle donne esiste perché le donne non studiano e non lavorano. Io sono un’oncologa, nessuno fa violenza a me perché i soldi non mi mancano.”
Adesso lo stomaco mi sta brontolando e non è per quelle tartine inconsistenti.
L’amica di mamma si allontana.
E inizia lo show.
“La vedi mia figlia? Non lavora, di studiare non ha finito. È la candidata perfetta per diventare una vittima di violenza.”
Lo sguardo di Valjet mi tocca di sfuggita: “Signora, conosco persone che hanno lavorato quanto potevano e la violenza le ha raggiunte lo stesso. Nessuno è al sicuro, soprattutto in mezzo alla gente normale.”
Mamma ride a bocca aperta: “Hai ragione, in realtà Angela ti ha portato in mezzo a tante serpi velenose.”
L’odore acre del suo sudore spunta da sotto il profumo e fluttua tra di noi nell’aria tiepida.
“Però si credono figli dell’amore e difensori della pace, e pensano che dopo morti avranno la vita eterna, in un luogo in cui le tartine e il vino sono illimitati eccetera, eccetera. Andate in pace.”
Valjet accetta il terzo bicchiere dalle sue mani e iniziamo ad allontanarci: “Comunque lei ha organizzato molto bene.”
