L’attesa tira una sequenza di tende nere nella mia testa. Guardo in alto. Mi pare di sentire odore di bruciato provenire da quella lampadina gialla. Tutto quanto intorno a me si muove e brilla, Valjet luccica nel vestito di Irina, ma ha gli occhi di chi è sospeso nel suo vuoto e non si accorge di ciò che le accade attorno.
Il tempo si è fermato, eppure i minuti passano. Trenta minuti che ho trascorso a respirare odore di polvere e a seguire riflessi del vetro.
La porta in fondo al corridoio finalmente si riapre. Irina rientra in cucina.
Redian mette il naso fuori per primo: “Ha buttato giù tutto?”
Irina appoggia il piatto vuoto nel lavandino: “Sì. Ma non si fidava di me. Ci ho messo una vita.”
Lui la sposta dal lavandino: “Perfetto. Basta che ha bevuto tutto.”
Redian ora sta spingendo una cassetta di plastica da cantiere verso la porta. “Procurami una siringa e un laccio.”
Mi volto dall’altra parte quando vedo Lori che barcolla verso il bagno, trascinando quel corpo pietoso avvolto nel vestito arancione con cui era arrivata e di cui non è rimasto quasi più nulla. Cammino anch’io a passi incerti lungo il corridoio buio fino alla porta della camera di Valjet. Apro...
Marina le sta afferrando il mento con due dita e le solleva il viso. La pelle è bianca, con due strisce viola in corrispondenza delle occhiaie. Usando la mano libera, le sfuma il correttore, copre le zone più scure e dà luce a quelle più alte degli zigomi. Dal suo astuccio viene fuori una confezione bombata di fard, stende e incipria finché la base non è uniforme.
Mentre Marina apre minuscoli scatolini esagonali di ombretto dal contenuto viola scuro, violetto e nero, lo sguardo mi cade inevitabilmente in basso, sulle gambe di Valjet, fino ai suoi piedi nudi, dalle dita lunghe e troppo bianchi. Tormenta il pavimento freddo e mi viene in mente che non abbiamo ancora trovato le scarpe.
Allora urlo: “Jasmin, ce l’hai un paio di scarpe? No, quelle di Aladin.”
Jasmin si affaccia sorridendo con due perfette file di denti che risaltano nella pelle mulatta. “Sì, ho scarpe normali sotto il letto, ma non ho voglia di cercarle.”
Valjet dice: “Vado io.”
Marina mentre aspetta che torni richiama Jasmin: “Ehi, vieni un attimo.”
Sta facendo sparire la pelle delle sue labbra piene sotto un rossetto di tonalità viola scuro. Ora che la guardo da vicino, vedo lentiggini sul suo naso che non avevo mai notato.
Jasmin sbircia gli specchietti: “Adesso sembro una strega.”
È vero e anch’io sono sotto l’incantesimo del suo volto. Sì, davvero, e mi piace così tanto.
Valjet ha trovato quello che stava cercando, Marina ricomincia sulla sua faccia. Con un pennello piatto crea una striscia lucida sopra lo zigomo che sale verso l’alto. Con la matita che le passa Valjet, liscia il rossetto scuro sopra il contorno della bocca, finché la faccia di Valjet non sembra quella perfetta della figlia di un avvocato che dorme sempre bene.
Adesso che si sta osservando nello specchio a figura intera dell’armadio, mi sembra abbagliante nel vestito di Irina e i suoi capelli viola alla luce della luna hanno riflessi bluastri. Ormai le arrivano fino alla metà della schiena. I suoi piedi mi sembrano più piccoli dentro le uniche scarpe decenti che ha recuperato Jasmin, sono décolleté bianche, con una punta strettissima e acuta. L’apertura è così profonda da lasciare scoperta l’attaccatura delle dita, mostrando le vene azzurre che si gonfiano, piene di sangue e dicono che, nonostante tutto quel pallore, lei è ancora viva. In corrispondenza del mignolo, due minuscole farfalle di strass brillano seguendo i piccoli fremiti dei piedi compressi nella vernice, diresti che stanno per volare via.
Ogni volta che l’eyeliner di Marina le tocca la palpebra, Valjet fa sbattere insieme le caviglie: “Sarà una parola sopportare questa punta strettissima tutta la sera. Mi schiaccia le dita l’una contro l’altra.”
Lo vedo perché il collo del piede si arcua in una curva tesa.
Io e Valjet andiamo verso la porta.
Dico:
“Chiamo il taxi.”
Ditmir dice:
“Viene anche Nadia con voi. Dopo vengo a prenderla io, chiamami quando avete fatto.”
Faccio sì con la testa. Mi ero scordata che le ho portato la collana perché stasera anche lei voleva uscire con quel fotografo. Ufficialmente, voleva andare nei negozi aperti di notte che le ho consigliato io. Fa freddo ma la nuca e la fronte mi si imbrattano di sudore.
Marina torna verso di noi, ha in mano un barattolino di glitter. “Aspetta, luce al petto.”
La fermo appena in tempo: “Non lo fare, si appiccicano dappertutto e poi non è una discoteca.”
Jasmin si versa i brillantini nel palmo della mano mentre Ditmir ci spinge fuori.
“Sorella brillante, non perdere tempo. Devo chiudere casa.”
Jasmin guarda verso la camera di Lori e la voce le esce aspra: “Questa non è una casa, è una stalla.”
E lui la spinge lo stesso. “Va bene. Forza, devo chiudere la stalla.”
Jasmin sembra riflettere e poi gli lancia una manciata di nulla luccicante. Gli occhi di Ditmir si chiudono un attimo; quando li riapre, è coperto di brillanti da capo a piedi.
“Adesso sono pronto per venire a lavorare con voi.”
Aspettiamo un altro tempo che sembra infinito, e ogni centimetro quadrato della casa, della città fuori dalla finestra, mi fa venire la nausea.
Mi volto quando sento la voce di Redian: “Hai fatto il bagno nei diamanti? Sono invidioso.”
Ha Lori in braccio, vestita di una lunga giacca nera, talmente larga per lei che le maniche le coprono per intero le mani. Provo a guardarla, ma non riesco a vederle il viso. È sparito, inghiottito da un cappuccio enorme.
“No, sono andato al cesso, sono inciampato e ho centrato in pieno il mobiletto dei loro trucchi.”
“Sembri la fata turchina, aiutami a fare questa magia.”
Ditmir raccoglie la cassetta da cantiere e gli va dietro.
Dasho è arrivato per ultimo, lui e Jasmin si fissano, poi lo sento dire: “Non passare il limite.”
Chissà perché mi viene in mente quel tizio delle Ferrovie dello Stato quando gracchia: si prega di non oltrepassare la linea gialla.
Tutti quanti insieme iniziamo a scendere le scale. Dasho dice a Marina: “Non accendere la luce.”
Valjet va giù piano piano, si tiene alla ringhiera per non perdere l’equilibrio e anch’io fatico in questo buio.
Da qualche parte sopra di noi piove un: “Ehi!”
Il cuore mi salta in gola. Non capisco chi parla. Redian è due gradini più in basso di me, si ferma e cerca la voce verso l’alto.
La luce delle scale si accende all’improvviso e io mi sento meglio. In mezzo alla scala, fissa a guardarci, c’è Anna.
Redian è rimasto piantato in mezzo alla scala: “Che vuoi?”
I piccoli occhi di Anna lampeggiano come quelli di un topo in fondo a un tombino.
“Oh, maleducato. Posso essere tua nonna, ho acceso la luce perché ho avuto paura che vi scapicollavate tutti quanti.”
Lui si gira del tutto e Lori è completamente immobile: “Anna, mia nonna è già morta.”
La vecchia indica Lori: “E pure con quella, vedo, ’sto giro ci hai messo poco. L’hai già fatta fuori?”
Lui sorride, raccoglie la testa di Lori che cade all’indietro e se la posa sulla spalla.
“Quando mai? Ci sei solo tu qui dentro che dici certe cose di me. Queste sono tutte principesse,” indica me, Nadia e Valjet, “quelle tre vanno a ballare e questa la porto pure in braccio. Io sono il servo suo.” Ricomincia a scendere, e noi anche. “Non ci vedi?”
Anche Anna sorride: “Sì, la farai arrivare a domattina al massimo.”
Comincio a pensare che è proprio una brutta cosa che la vecchia mi abbia vista su questa scala stasera.
Redian sparisce oltre gli ultimi gradini, la sua voce fa eco nella tromba delle scale.
“Grazie per la luce, vecchia topa di fogna: se sento che hai visto qualcosa…”
Anche la risata di Anna rimbomba per le scale.
“Che rottura, sempre le stesse cose dici, beccamorto. Un po’ di pazienza, ancora qualche anno, forse qualche mese, e mi toglierò dalle palle da sola.”
Il portone si chiude dietro di noi con un colpo che fa tremare il vecchio muro.
I fari gialli del taxi illuminano la serranda del bar di Luciano, a pochi metri da noi. È rimasto qui ad aspettare col motore acceso.
Redian supera me e Valjet con Lori sempre stretta tra le braccia. La stoffa nera si alza per una folata di vento, vedo il suo viso, ma mi sembra di non riconoscerlo. Ora come ora non sono nemmeno sicura che riconoscerei mia madre.
Dasho va verso la macchina che di solito porta Max. Fa scattare la chiusura centralizzata e apre il bagagliaio per buttare dentro la cassetta da cantiere. Apre lo sportello posteriore e Redian fa scivolare sul sedile Lori che non si muove. Forse nemmeno respira.
Io sono sul bordo del marciapiede. Valjet è accanto a me, Nadia si è aggiunta ma i suoi occhi guardano dritto nel vuoto, oltre le macchine.
Irina ci passa vicino sbadigliando: “Buona serata nel mondo dei vivi.”
Non rispondo. Saliamo sul taxi e io mi siedo in mezzo a loro due.
Davanti a noi, Redian mette in moto, si sporge leggermente verso il cruscotto. Lo guardo accendere la freccia a sinistra, aspettare che passi un furgone e poi immettersi in strada.
Sfrecciano via per chissà dove. La scia rossa dei fari posteriori sparisce dietro la curva della via principale.
Il tassista ingrana la marcia e si gira verso di noi: “Dove, ragazze?”
