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Erotika
La lunga notte · Cap. 9
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Capitolo 9 di 21 29 min di lettura

Dammi un look per morire

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
3 mesi fa · 591 letture · 0

E sono venuta qui con le mie gambe, oltretutto.

Non sono una vittima, sono una persona che non ha rispetto per se stessa.

Dasho parla a Ditmir: “Tu che ne dici?”

“Dico che se ci tengono tanto a suicidarsi, dobbiamo lasciarglielo fare.”

Mi vedo dentro una bara. Sicuramente comprata in svendita: mia madre non avrebbe speso per un sarcofago aristocratico, in radica di ciliegio.

Vedo Matteo e mi dispiace che abbia saputo come mi hanno ritrovata, nell’androne di un condominio abitato da puttane.

Mi hanno messo un vestito con bottoni rossi, piccoli come gocce di sangue, e un velo nero.

Sembro la sposa della morte.

Volevo solo scopare col diavolo. Ma non è giusto che chi, come Matteo, vive nel rispetto della parola di Dio e nel buon senso debba soffrire per i miei peccati.

Non avevo mai riflettuto su quali inconvenienti deve affrontare una prostituta nel momento della sua morte.

Amen.

Sento salirmi una risata isterica… satanica.

Un cerchio di metallo gelato mi si pianta sulla pelle, alla base della nuca.

La pressione dell’acciaio mi spinge in avanti la testa di un millimetro. Millimetro dopo millimetro, riesco a guardare meglio giù, dentro la mia bara.

Non ho nemmeno la faccia bianca: troppa abbronzatura ho preso su quel guardrail.

Ma mi piacerebbe un attimo di vita ancora, per dire a Matteo che non è come sembra…

Mi piacerebbe un istante di respiro ancora, per sistemarmi meglio quel velo.

Vorrei anche un po’ di rossetto.

Ombretto rosa tenue.

Fard color magenta.

Penso…

– Dammi tempo…

Sono una troia adesso, devo pensare a tante cose prima di morire: il funerale, la bara, il vestito… le scuse per i parenti… l’addio ai clienti.

Anche crepare per me è diventato complicato…

– Se non vuoi darmi tempo, almeno dimmi come vestirmi…

Dammi un look per morire.

Il freddo è così nitido che penetra tra le vertebre, bloccando ogni impulso al cervello. Il respiro si gela nei polmoni ma da qualche altra parte...

– Sei mai venuta di paura?

Mi giro appena in tempo. Lo sparo rimbomba a un centimetro dal mio orecchio. Un foro appare nel muro, circondato da crepe.

Non capisco subito se sono viva.

Un fiotto caldo, dorato, mi scorre lungo le cosce.

La mia vescica allaga il pavimento, e questi due si sciolgono in uno scroscio di risate che copre il rumore martellante del mio cuore.

L’eco delle loro risate riempie tutto il corridoio. La porta è spalancata, me ne accorgo solo ora. Vedo Valjet affacciarsi dalla sua camera e Nadia dalla cucina. Irina è corsa qui, non dice una parola. È bianca come la neve sul Resegone, come un foglio di carta stropicciato, e ancora più di queste cose.

Marina è rimasta ferma, congelata nel mezzo giro che stava completando per allacciarsi la zip del vestito sulla schiena. Il freddo deve essere arrivato al midollo pure a lei.

Deglutisco. Ma non parlo e non mi sposto.

“Svegliati.” La mano di Dasho mi si stampa sulla guancia.

La sua voce è quella di sempre.

Apro gli occhi.

Chiudo gli occhi.

“Non credevi davvero che volessi spararti.”

–Forse...


Mi sto riprendendo.

Sento il tocco delle sue dita gelate che mi sollevano il viso e faccio per spostarmi.

“Guarda in alto.”

Alzo il naso, batto le palpebre e mi rendo conto di non essere morta.

“Cosa vedi?”

“Il soffitto.”

“Guarda me adesso.”

Conto i miei respiri: 1,2,3...

I suoi occhi sono quelli di prima.

“Sapevi o no, che con Valjet non doveva parlare nessuno?”

“Sì.”

Dalla finestra aperta arrivano attutiti i rumori delle macchine e riflessi colorati.

“Allora perché non fai quello che ti si dice?”

È accecante la luce del sole, quando hai l’ impressione di esserti tolta la benda della morte.

“Perché sei una troia sfacciata. Ma questa volta ti va bene.”

Sento la sua mano fredda premere sulla mia guancia e sussulto.

Dasho si gira e non mi guarda più. Le altre sono immobili.

“Sistemate questo casino. È ora di lavorare.”

Nadia mi parla sottovoce.

“Faccio tutto io, tranquilla.”

Non penso nemmeno a risponderle. L’unica cosa che mi chiedo è se quella è stata una carezza.

O qualcosa che ci somiglia.

***

Siamo di nuovo su questo maledetto spiazzo grigio e sembra più spettrale di stamattina. Il mio cuore continua a battere senza sosta, non ha ancora capito che siamo vive. L’aria sa di cemento e umidità. Tengo le braccia strette al petto e, nonostante il sole, ho freddo.

Irina mi si avvicina.

“Ti si riattiverà la circolazione quando arriverà la cosa che è peggio di un cliente difficile.”

Non rispondo.

“Te l’avevo detto che avresti presto visto cosa c’è di peggio di un cliente difficile, vero?”

“Lasciami in pace,” dico.

Marina le dà una botta.

Irina si sposta verso destra.

“Va bene.”

Sorride come una che sa sempre come finisce.

“Ecco, arriva. Scusate, io me ne vado.”

Basta questo per riabbassarmi la temperatura.

Si alza e sparisce dietro il tendone del bar fallito. La stoffa si muove nel vento, un lembo giallo, si agita come se respirasse.

“Anche noi abbiamo paura,” dicono Jasmin e Marina.

Io non vedo niente, mi guardo attorno, ma non c’è nessuno… tranne un ragazzo con delle rose.

Penso: – Cosa mi nascondete? Difendetemi dagli scherzi di Irina.

Ma loro si sono defilate. Non posso crederci.

Il ragazzo con le rose viene verso di me. I fiori sono mezzi morti, i petali piegati ai bordi.

Si ferma e comincia a parlare subito, come se avesse paura di perdere il coraggio.

“C’è Irina?”

Lo fisso.

“Irina chi?”

“Una con i capelli lunghissimi, castani. Ha il naso un po’ aquilino.”

Sorride trasognato.

“Ma è bella anche così.”

“Non la conosco.”

Il ragazzo abbassa lo sguardo, poi tira fuori un bigliettino. Me lo porge. Non si avvicina troppo, come se avesse paura di toccarmi. Sul foglio c’è un numero di telefono.

“Puoi darglielo? E magari anche le rose. Gliele porti tu, è tanto che la cerco… così capisce che non voglio disturbare.”

Ci ripensa, mi lascia solo il biglietto.

“No, le rose no. Le porto io. Voglio dargliele io le rose.” Se ne va. Cammina piano, con le rose strette in mano come se fossero qualcosa di fragile.

Le altre tornano fuori.

Marina mi prende la mano.

“Che ti ha dato?”

“Un biglietto. Vuole che lo dia a Irina. È il suo numero.”

Marina sbuffa.

“Irina, vuoi il numero di quello?”

Jasmin le si butta addosso ridendo.

“Vuole svegliarsi con te per il resto della sua vita. Ogni giorno per un milione di anni.”

Irina cerca le sigarette nella borsa.

“Non voglio essere aiutata a svegliarmi in una bara. Anche se... almeno lì i suoi fiori servono a qualcosa.”

Marina si siede di nuovo accanto a me.

“Viene tutti i giorni quando stiamo qui. Si è messo in testa che Irina è una principessa e lui la deve salvare.”

La voce di Irina è un sussurro:

“Non ha capito che le rose durano poco qui. E pure chi ci crede.”

***

Qui, ora… è la stessa ora di quel giorno.

Il sole entra dorato.

Elena suda e non riesce a staccarsi dal divano.

Idra sorride. “Quella Angela lì… non ti serve qui.”

Prendo il mio taccuino. C’è un capello biondo tra i fogli e non è mio.

Scrivo:

Nessuno era più felice di me quella mattina.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Agave Ionia

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