Sono esattamente dove devo essere.
Le mie braccia si sono stancate. Poso le mani a terra e lui mi scende addosso, muovendosi sempre più veloce, finché di colpo si ferma e tutti i suoi muscoli si contraggono.
Adesso il suo corpo si è ammorbidito. Le sue dita continuano a stringermi i fianchi.
Sento il suo respiro rallentare.
“Non siamo fratelli stasera, non ci riesco. Ma vedo che tanto tu hai fatto.”
Mi levo il sudore dal collo con la manica del cappotto, è vero, ho appena avuto l’ennesimo attacco di quella febbre ingestibile.
Mi aggrappo a lui per rimettermi in piedi.
Il coltello da disosso è di nuovo nella sua mano.
“Adesso andiamo da quella bestia. Finisco il mio numero di magia.”
Troppo rapidamente dico: “Come?”
Lui se ne sta già andando verso lo stabile. “Con la mia speciale formula magica.” Credo di avere ancora in faccia quell’espressione di stupore e di paura, quando lui si volta:
“Vieni con noi di sopra, taglio e la butto di sotto.”
Lui corre sui gradini, facendo risuonare il ferro della scala antincendio, io faccio un passo avanti per seguirlo di corsa, ma la mano di Dasho mi sbatte sul petto:
“Ascolta, puttana idiota. Sai perché lui ti ha fottuto?”
Davvero non capisco. “No.”
“Perché sorridi sempre, sorridi a tutti come una ragazzina che non sa dov’è. Che c’è da ridere?”
Io sorridevo solo per farlo stare calmo, ma come sempre non trovo il modo di farmi capire.
“Non posso far fare la puttana a una fessa che ride di continuo. Per campare qui, devi essere gelida e fredda, tu non sai mai chi hai davanti e come reagisce se gli ridi in faccia.”
Provo a spiegare:
“Cercavo di mantenere la calma, se si usa la gentilezza...”
Sotto le sue dita il colletto del mio cappotto è diventato un cappio.
“Tu sei la regina delle puttane imbecilli. Per strada la gentilezza dice una cosa sola di te: sono stupida, prego approfittate.”
Il cappio stringe. Gli occhi mi vanno verso il cielo. Una grossa, brutta, nuvola grigia copre la luna.
Nasce dentro di me la preghiera per non farsi ammazzare.
Santissimo Padre nostro,
riprenditi l’educazione di mia madre.
Assumi il controllo delle mie espressioni.
Toglimi la condanna della gentilezza, il vizio di mostrare educazione.
Possa essere Tua la decisione di rendermi fredda e sorda.
Donami una maschera impassibile.
E possa io accettare che questa mia nuova freddezza è
la Tua volontà per non farmi ammazzare.
Amen.
“E non mostrare quello che ti passa nel cervello.”
Il cappio si è aperto, mi tocco il collo.
“E stai lontana da me, finché non smetti di sorridere come una fessa.”
Credo che da oggi nessun sorriso apparirà più sulla mia faccia.
Saliamo le scale.
Sto ascendendo al regno della rassegnazione, quando lì, di fronte alla finestra vedo Redian. Aspetta che io abbia camminato verso di lui per un intero minuto, prima di voltarsi verso di noi. Quel lungo cappotto che avvolgeva Lori ieri sera è a terra, in mezzo alla polvere. Lì accanto, aperta, c’è la cassetta da cantiere. Guardo fuori dalla finestra ed è uno shock, edifici minacciosi sembrano barcollare nel cielo.
Dasho mi sposta, arriva sopra a Lori. Non sento nulla da lei, ma vedo la mano di Dasho stringersi intorno al giallo di quelle strane strisce di tessuto che la mantengono nel vuoto. Passano attraverso due cricchetti d’acciaio fissati a piastre imbullonate al cemento, appena sotto il bordo della finestra. Scendono dalla struttura, girano attorno al corpo di Lori e tornano verso i cricchetti, dove sono state tirate e bloccate come le bocche serrate di schifosi serpenti gialli. Sembra un tessuto rigido, anti-sgualcitura, eppure oscilla. Mi porto accanto a lei e vedo che la sua pelle è lucida, come di sudore freddo, i suoi occhi sono un impasto di lacrime, sbarrati e iniettati di sangue. Ha le labbra secche, tagliate dal vento di quelle ore passate a urlare nel vuoto.
Lui scuote senza riguardo quei legamenti e i singhiozzi di Lori risuonano nelle mie orecchie, insieme al lamento metallico dei cricchetti. Lei riesce a dire solo un debolissimo: “No.”
Dasho guarda in alto, verso i cardini:
“Fai troppe storie. Queste fasce reggono i carichi sui tir. Pensavi che i tuoi cinquanta chili le avrebbero tirate giù?”
Dall’odore che sento, è successo proprio quello che diceva Redian. Lei si è svegliata nel pieno del down da cocaina, ormai svuotata dall’effetto, e la sua vescica non ha potuto evitare di cedere al terrore e alle vertigini.
Dasho continua a parlare ai cardini:
“Hai dentro la rabbia giusta per fare la puttana. Apri bene quelle orecchie e ricordati quello che sto per dirti.”
Tutto intorno a noi puzza di martirio.
E lui ha dato uno strattone alle fasce e ha sollevato Lori, e i loro volti ora si toccano. Lei grida, ma stavolta di dolore. E adesso urla anche lui, la sua faccia è una maschera bianca. “Smettila con questi versi, nessuno ti ha fatto niente!”
Gli occhi di Lori si spostano verso sinistra, verso di me e Redian, corrono su di noi. Quel tessuto le comprime il petto, le si è infilato nella carne.
“Non perderò un’altra nottata per fare questi giochi con te. Se sento ancora un tuo lamento dentro casa, se non ti decidi a portare quel culo sulla strada, ti sveglierai direttamente sull’asfalto. Anzi, non ti sveglierai, non so se quando sbatterai il muso a terra avrai il tempo di rendertene conto e dire una preghiera.”
Lei si limita a gemere, un soffio di vento ci colpisce tutti e un brivido rovente mi attraversa.
Qualcosa mi afferra la spalla. Mi sposto, per far passare Redian. Lo vedo infilare la lama del coltello sotto una fascia gialla:
“Uno, due, tre, rispondi o dirò bibidibobidibum.”
E lo strillo di Lori mi arriva fino al timpano, loro due rimangono freddi, la notte è fredda. Mi volto dall’altra parte, non so perché non parlo.
Forse lei ha detto qualcosa.
Sento quei cricchetti metallici aprirsi, mi giro piano, piano. Lei non si regge, è finita stesa sul pavimento, non c’è molta differenza tra il suo corpo e quella giacca vuota. Cadono nello stesso modo. Continua a battere i denti. Quei suoi occhi, vuoti come orbite nere, stanno fissando me, ma non ho il coraggio di guardarla in viso.
Sento il rumore dei suoi vestiti che vengono sfilati. Redian li butta verso di me:
“Angela, trova una busta, qualcosa per rimetterli.”
Non ho proprio nulla, e qui intorno c’è solo il nulla. Perciò li prendo, li piego, bagnati come sono, li metto nella mia borsa.
Adesso lei è di nuovo avvolta in quel cappotto, lui è stato velocissimo. Ripercorriamo questa scala traballante, non c'è altro che il rumore metallico dei gradini sotto le nostre scarpe. La macchina accesa di Ditmir è qui.
Osservo la notte ancora nera fuori dal finestrino, Lori e Redian sono accanto a me.
Dalla radio sale il ritmo di una chitarra acustica, leggero e quasi estivo.
La voce nella radio sta giurando alla madre che questa sarà l’ultima volta.
Redian sta parlando a Lori, traducendo quella cantilena francese: “Siamo solo due pazzi, gli altri vorrebbero metterci a tacere. Ma tu sei nata bellissima, non possono resisterti.”
Lei fa di tutto per scomparire nel cappotto nero, ma il suo corpo continua a rabbrividire.
“Io voglio essere amato, Cristo amore, perché mi fai arrivare a questo?”
Lori non gli risponde e trema così forte che il sedile sotto di me sussulta.
Siamo vicino a casa mia, dico:
“Lasciami qui.”
Ditmir si ferma e io, prima di andarmene, poso i vestiti di Lori nel suo bagagliaio.
Le finestre sono tutte buie, quindi Matteo deve essersi addormentato. Durante il percorso mi ripulisco lentamente il cappotto, cerco di ripulirmi la mente, rimettendo in ordine le ultime due ore nella mia testa.
Appena passato il corridoio d’ingresso mi sento terribilmente sola. Vado a farmi una doccia, non sono sicura di quale possa essere l’odore che mi porto dietro. Torno in cucina solo con l’accappatoio. Sono sempre più tentata di aprire quella bottiglia di vino che, colpita da un raggio di luna, mi fa un occhiolino luminoso dall’alto della credenza. Sul tavolo c’è il computer di Matteo, un codice civile e una pila di articoli scritti da criminologi della TV spazzatura che lui, in genere, legge solo per riderne. Stappo la mia bottiglia.
Quando sto per portarmi il bicchiere alle labbra, una copertina rossa e blu mi rivolge una domanda assurda:
“I serial killer sono tutti fissati col sesso anale?”
Com'è finora?
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