“Che dovevamo portare?”
“Ah, non so, qualcosa da bere per passare il tempo mentre si consuma questo fantastico spettacolo. Smettete di guardarla così. Adesso non possiamo toccarla, la paranoia le mangia il cervello. Sentite come grida? Non smetterà nel giro di poco. Ma entro l’alba si sarà svuotata definitivamente i polmoni.”
Ditmir sta andando verso la macchina:
“Io ho una cassa di birra nel bagagliaio.”
Redian dice: “Meraviglioso. Così possiamo guardare lo spettacolo fino a domattina. Urla proprio come le capre, Angela, hai mai sentito come fa una capra quando arriva il macellaio?"
Io non riesco nemmeno a dire che voglio andare a casa, perché non potrei mai tornarci se prima non vedo Lori rimettere i piedi per terra.
Valjet si stringe nella giacca e se ne va di nuovo accanto alla macchina.
Dasho si è seduto su quello che resta di un muretto accanto a noi: “Porta a casa quelle due, va a riprendere le altre e riportami la macchina.”
Ditmir ha già recuperato le chiavi. Forse ha detto sì, o forse non ha risposto. Non riesco a concentrarmi. E comunque mi sta dicendo: “Tu vuoi andartene?”
Cerco di scollarmi i capelli dalla nuca, ancora sudo freddo, ma vedo Dasho che mi guarda e qualcosa dentro di me dice che non vuole andarsene.
“Voglio che andiamo a prenderla, Cristo.”
In piedi accanto a me, Redian sta ancora a occhi spalancati e le sue labbra tremano come se volesse parlare. Invece si svuota in gola la lattina, solo dopo averla accartocciata e lanciata contro una lamiera mi dice:
“Allora non ci senti? Ti ho detto che non posso adesso, dobbiamo aspettare che si calmi.”
Dasho sta leggendo l’orario sul suo telefono.
“Sì, secondo me la pianterà nei prossimi quaranta minuti.”
E io dico:
“Ma come fa una persona legata fuori da una finestra a calmarsi?”
Redian mi tira un’altra volta verso di sé.
“Tu non lo capisci perché non lo sai fare. Te l’ho detto oggi, devi lasciarmi fare il mio lavoro.”
Sento la macchina che riparte e ci lascia da soli nel buio.
“Lo sai che l’ultima a cui ho fatto questo numero per spezzarle i nervi, quando sono andato a riprenderla, si era pisciata addosso?”
Tengo gli occhi sull’asfalto. È impossibile guardare ancora in su.
Redian continua a fissare la finestra.
“Sembra una cazzata, ma poi, per non rimetterla in macchina così, quella novizia, ho dovuto spogliarla e darle il mio cappotto. Nadia l’ha lavato la mattina dopo, ma l’odore del piscio di quella ho continuato a sentirlo per giorni.”
Ha abbassato gli occhi su di me.
“Grazie di essere rimasta a farmi compagnia. Sarebbe stato uno spreco godermi da solo uno spettacolo così eccitante.”
Il suo naso mi preme sulla guancia. Lori sta gridando qualcosa, ma non riesco a distinguere le sue parole.
Alzo appena la testa. Spero in un intervento di Dasho, ma, a parte guardarci e bere godendosi le urla di terrore di Lori, non sembra che abbia intenzione di fare niente.
E io nemmeno.
Ogni volta che mi guarda mi attiva un conto alla rovescia dentro: la mia ragione scivola verso il basso come sabbia sottile. Appena lo svuotamento è totale e il tempo finisce, l’equilibrio si ribalta.
I denti di Redian si chiudono intorno al mio lobo, scattano sull’orecchino e il rumore metallico mi fa saltare prima del dolore. Cerco di non gemere, di sorridere. Forse così ci calmeremo. La sua lingua mi scorre sulla faccia. I suoi occhi girano come folli.
Ricomincia a cercare notizie, cose da mettere sui suoi verbali neri:
“Di che avete parlato tu, Valjet e la mamma stasera?”
Cerco nella mia testa una soluzione, ma non trovo la risposta giusta. Scrollo le spalle, provando a spostarlo, ma è come cercare di scappare da una tigre intenzionata a mangiare, quando ormai ce l’hai sopra.
Dasho si gira un’altra volta verso di noi: “Non ti muovere.”
E l’ultimo frammento di logica che era rimasto nel mio cervello cade sul fondo.
Dico: “Mah… di niente di speciale.”
La voce di Lori ci piove addosso. Lui guarda in alto, tira fuori il coltello da disosso dalla giacca e con l’altra mano mi apre il cappotto. Sento la cerniera scendere. Il mio cuore conta 1,2,5... no, prima ci sono il 3 e il 4... ma continuo a sorridere.
“Angela, tu fai la furba. Ti mangio viva o prima ti taglio la gola?”
Tengo gli occhi sulla lama e continuo a sorridere.
“Ma che furba, che dici? Era una raccolta fondi per i poveri.”
“E a noi non hai portato neanche un centesimo?”
Dasho ride e io mi ritraggo contro il muro accanto. Sento le punte delle sue dita bagnate di birra sul collo. Ora che si è alzato, mi schiaccia contro la parete e la durezza del suo inguine spinge sulla mia coscia, bloccandomi contro il cemento. Mi sta tirando una ciocca di capelli, la strappa. Lori urla per il terrore e io per il dolore, ma provo a darmi un’espressione serena.
“Davvero, non c’è niente da raccontare. Queste stronzate borghesi non valgono il tuo tempo.”
“Adesso tu rispondi bene.”
Provo a cambiare discorso:
“Non rischiamo che la senta qualcuno?”
“No, non sai dove siamo?”
“Non sono mai venuta qui, sembra una vecchia ferrovia.”
“Non può trovarci nessuno. A parte qualche barbone, qualche drogato che starà infilato a dormire in qualche capannone, nessuno viene qui.”
Il coltello è sparito di nuovo sotto la giacca blu.
Sento la mano di Redian sulla schiena che mi fa piegare.
Mi chino con la sensazione che l’altra metà di me stessa sia già all’altro mondo.
Gemo per il freddo.
“Pensi di metterti a urlare anche tu?”
Dico: “No.”
“Tanto non c’è problema. Qui non ti sente nessuno e per le mie orecchie non esiste una musica migliore delle urla di dolore.”
Questo mi fa salire un’ondata di rabbia impotente. Lassù Lori si agita, la stessa mano che l’ha legata mi sta passando nei capelli.
E io ansimo: “Non rischia di cadere?”
“No, so usare perfettamente corde e catene.”
Mi sento sprofondare nell’angoscia più totale, ma quella pressione aumenta e la cancella. Sento la saliva di Redian riempirmi la bocca, mi stringe la mano sinistra intorno al collo. E nemmeno Dasho mi sembra tanto lucido stasera: si è voltato verso di noi, è in preda all’ossessione, alla sua unica ossessione. Mentre cedo del tutto, noto che mi guarda come… come una tabella di Excel vivente.
Le dita di questo mio strano fratello eseguono un movimento circolare che aumenta gradualmente di intensità, poi la pressione sale di colpo.
Cerco di spostarmi: “Che stai facendo?”
“Tranquilla, cerco di allargare questo buco. Dalla resistenza che fa, sembra che tu lavori poco.”
Lori ci insulta più volte.
“Non mi dire che voi brave persone non usate mai il culo. Scommetto che siete troppo cristiani, vero?”
“Ahi!”
Ora che le sue dita sono entrate in profondità, sento che si spingono dentro e allargano i tessuti. Si abbassa dietro di me per aggiungere saliva.
Sento una strana sensazione di dilatato e bagnato.
“Sei troppo tesa.”
Come lo sento entrare, grido dal basso e dall’alto anche Lori grida.
Il freddo diminuisce, ma il mio dolore no. Lui sbatte troppo forte, è peggio dei crampi. E poi la parete sotto le mie mani è ruvida e fastidiosa, l’aria è sporca e il vestito che risale mi strofina la schiena.
La voce di Lori sta perdendo forza e lui sembra felice. Forse sente di aver vinto. Io, invece, mi sento carne che si scongela. Forse mi ha già staccato il cuore, facendo avanti e indietro come un segaccio da macellaio, è arrivato fino alle ossa. Le gambe non mi tengono più, mi piego sulle ginocchia mentre il mio corpo si adatta.
Ho l’impressione che la sua voce venga da molto lontano:
“La puttana si eccita.”
Le sue dita raccolgono i miei umori.
“Dimmi, troia, non ti senti cattiva?”
“Davvero pessima.”
“Allora siamo fratelli adesso, no?”
Potrei svenire.
Dico: “L’incesto mi mancava.”
Il rumore del nostro respiro è l’unica cosa che si sente in questo cimitero industriale adesso.
Lori intanto ha smesso di gridare, continua a piangere, a emettere gemiti che non coprono i nostri.
Sono qui, con due uomini pericolosi, eppure la paura non lavora e il disagio è sbiadito, è nulla rispetto al fastidio che provavo due ore fa alla festa di mia madre. Forse è quella roba, o forse il vino, che mi fa suonare nel cervello accordi ipnotici di violini distanti e note cristalline, liberando il fuoco nel mio ventre. Sento ogni millimetro del mio corpo vibrare e so che non sono affatto fuori posto.
