La mattina corro all’autolavaggio. Ho lo stomaco in subbuglio per paura di rincontrare i due di ieri, paura di fare tardi e perdere Liveta.
Entro e ci sono proprio loro. Fingiamo di non conoscerci. Mi chiedono le chiavi, la macchina entra nel tunnel. Io resto in piedi. Ci sono solo i rumori di acqua, schiuma e spazzole.
Quando tutto finisce, mi avvicino.
“C’è il signor Jamal?”
L’egiziano di ieri conferma. “C’è il signor Jamal.”
“Può chiamarlo?”
Arriva Jamal. È enorme e ha pure tutti i denti.
“Tenga,” dico, alzando la bottiglia. “Mio marito le ha portato questa da Roma.”
“Lo ringrazi tanto.”
Metto mano al portafoglio. “Quanto le devo?”
“Niente... dovrei pagarla io.”
“Per cosa?”
“Per la disponibilità di suo marito e per la sua. Ho saputo.”
La rabbia mi fa nero il mondo.
“Tranquilla, signora. Non mi scandalizzo, li conosciamo i vizi di voi ricchi zozzoni.”
Mi giro per andarmene.
“Me lo faccia sapere se vuole conoscere un mio amico meccanico. È arrivato adesso, ma riesce ad aggiustare qualsiasi cosa.”
“E che mi dovrebbe aggiustare, la fica?”
“Anche,” non perde il sorriso, “ma prima il cervello, signora. Il cervello.”
Me ne vado lasciandolo lì, che ride con i suoi dipendenti. Corro a casa, salgo le scale senza sentire i gradini. Mi cambio e mi fermo davanti allo specchio.
Mi gira la testa.
Vedo me stessa.
– Ma sono ancora io?
Mi affaccio alla finestra. Sono le undici, il cielo è di un azzurro indifferente. Il deodorante al rosmarino che mia madre ha messo in bagno è troppo forte e l’aria è piena di moscerini. Devo comprare una zanzariera.
Non so più chi sono.
Prendo la borsa e scendo. Fermare un taxi è diventato un gesto automatico.
Corriamo da lui.
Passiamo davanti al barretto dove un giorno un uomo mi ha riconosciuta e lo ha avvisato. I vetri sono lisci, lucidi. Cerco il mio riflesso sulla superficie, mi guardo dai capelli alla punta delle scarpe e poi al contrario. Dalla superficie si arriva a vedere in fondo?
O dal fondo si arriva in superficie?
In fondo o in superficie, per chi sto correndo?
Guardo il portone. È chiuso.
Sempre lo stesso. Potrei andarmene… Basterebbe dire al conducente di ripartire.
Pago e quello se ne va. Il mio indice si attacca al campanello.
Stlang. Il portone si apre, lo spingo. Il rumore dei miei tacchi sui gradini è l’unica cosa che rompe il silenzio del condominio.
Dentro casa sembra un giorno come un altro e, se non sapessi di essere in un troiaio, potrei scambiarli per una normalissima famiglia a pranzo. Dopotutto anche la mia famiglia sembrava sempre tranquilla a pranzo.
Dasho mi infilza gli occhi negli occhi. So che è arrabbiato con me. Abbasso i miei e non dico nulla.
Dalla finestra entra l’odore delle aromatiche che Nadia coltiva sul balcone.
L’orologio sul muro ha una lancetta che scorre liscia senza fermarsi mai. Il tempo qui dentro è accelerato. Questa casa sottrae il tempo.
“Siediti.”
Mi giro verso Dasho. Il gelo dei suoi occhi ha raggiunto venti gradi sotto zero. Il freddo mi scende fino alle caviglie.
Nadia si stringe al suo fianco per farmi spazio tra lei e Ditmir. Valjet sta immobile con la forchetta davanti alle labbra, si gira a fissarlo. Raddrizza la schiena, credo che se potesse scatterebbe via.
Dasho si gira verso di lei.
“Perché mi guardi così? L’ho solo invitata a pranzo.”
La forchetta sparisce nella bocca di Valjet. I suoi capelli viola brillano sulla fronte, ombreggiandole gli occhi.
Io guardo il piatto.
“Ti sto facendo vedere come vive la mia famiglia. Guarda bene, non capita a tutti.”
Mi si azzera la saliva. Nadia si alza a prendere il vino e mentre mi passa la bottiglia la mia faccia nel vetro riflette: – Brindisi per l’ultimo arrivato?
Mando giù, mi gira la testa.
Non riconosco nessuno, nemmeno la mia faccia nel riflesso della credenza. Sembra che il mondo abbia cambiato lingua durante la notte.
Nadia dice: “Cucino sempre e solo io, Angela, ti puoi fidare.”
Mi ha letto in faccia che ho paura del loro cibo. Gli occhi di Dasho si attaccano a lei e un nervo gli salta una volta nella guancia. Oggi non mi sembra quello che è di solito.
“Perché hai preso questo vizio di parlare a vuoto?”
Nadia si tocca le labbra, si tocca i capelli. Guarda verso di me.
“Mi senti?”
“Sì, ti sento.” Ha risposto senza voltarsi, ma l’aria non si alleggerisce. Anzi... si chiude in un silenzio attentissimo. Nessuno fa rumore.
Lui mi punta gli occhi addosso. Il viso gli si svuota. “Vuoi vedere una magia?”
La gola mi si stringe, non mi esce niente. Sembra che si sia scordato dove sta.
“Nessuna puttana parla più a vuoto dopo la mia magia.”
Ditmir ride con il naso, Nadia resiste ferma di spalle, la bocca piantata contro il pugno chiuso.
Dasho sparisce nel corridoio. Torna rigirandosi tra le dita un pezzo di ferro come se l’avesse raccolto da terra. Nadia impallidisce prima di me. Ci ho messo due minuti interi per capire che è una gruccia, raddrizzata a forza fino a diventare un filo di metallo rigido e storto. Nadia si gira un’altra volta verso di me, e all’improvviso ha gli occhi di una che vede Jekyll mentre diventa Hyde. Schizza via dalla sedia: “Senti...”
Ma lui non sente niente. Le pupille gli sono diventate due buchi neri, enormi, che si mangiano tutto l’azzurro.
Lei si alza, corre intorno al tavolo. Dasho sbatte la palpebra sinistra due volte di fila. L’afferra per i capelli con una mano sola. Nadia tenta di svincolarsi, perde l’equilibrio e finisce in ginocchio sul pavimento.
Quella cosa taglia l’aria e poi la pelle della sua nuca. Lei rimane immobile. Non riesco a vederla in faccia, i capelli le coprono gli occhi. Si sta mordendo le mani a sangue e le spalle le sussultano. Combatte con se stessa per sopportare il dolore senza urlare. A un certo punto rialza la testa: i suoi occhi fissi nel nulla mi dicono che ha vinto quella lotta contro la propria carne molto tempo fa.
Quel rumore si ripete ancora e ancora. Vedo le righe scure gonfiarsi sulla cute chiara, puntini di sangue salgono dalla pelle strappata. Quella cosa atterra sul pavimento con un tintinnio. Dasho ha lasciato i suoi capelli, è tornato a tavola.
Adesso si sente solo il rumore metallico delle posate. Qualcuno beve. Io no, ho la bocca completamente asciutta.
“Garantisco che adesso starà zitta per tre giorni. La magia funziona sempre.”
Sento le mie labbra tremare.
Due minuti dopo Nadia si alza, va verso il frigo. Torna appoggiando un vassoio di dolci proprio al centro del tavolo, le dita le tremano contro la carta da pasticceria.
Jasmin le chiede: “Sei andata al bar?”
“No,” dice Nadia, e la voce le esce a scatti, resta incastrata in gola. “Stamattina sono arrivata alla pasticceria dopo l’angolo. Mi ero alzata tardi e non avevo avuto tempo di fare niente per dolce, e ho pensato così.”
Irina ingoia: “Questo l’hai pensato bene.”
Continua così fino all’una. È proprio una famiglia normale.
Dasho si è svegliato un’altra volta.
“Perché fai quella faccia? Non hai voglia di lavorare.”
Mi viene voglia di mandargli per traverso tutto quello che sta masticando.
“La voglia ce l’ho, ma non so come fare. Ho il ciclo.”
“Non ti hanno insegnato un cazzo queste troie. Marina, dormi?”
La calma di Marina è raccapricciante. “Non si danno troppe informazioni se non servono all’istante, si dimenticano e basta.”
“Giusto.” Dasho mi guarda. “Marina stava per diventare una maestra, è brava. Vero?”
Non gli rispondo.
“Quando finite di mettere a posto falle vedere cosa deve fare. La mia giostra non si ferma perché un cavallo sanguina.”
Marina fa sì sì con la testa.
Aiuto Nadia a sparecchiare quando tutti si sono alzati. Marina rimane a lavare i piatti, Valjet passa la scopa. Liveta mette ogni cosa nel frigo.
Dasho è sparito insieme agli altri uomini. Non li vedo e non li sento. Solo la luce s’insinua nel corridoio.
“Cos’hai?” mi chiede Nadia.
“Niente.”
“Perché stai con quella faccia? Sembra che hai visto un fantasma.”
“Non ho visto una cosa normale.”
Nadia alza le spalle: “Non è normale nemmeno che tu sia tornata qui.”
La mia faccia nel riflesso del mobile alza un sopracciglio: – Ha ragione, a chi fai la predica?
“Dopo un po’ lo diventa,” dice lei. “Ci si abitua a tutto.” Si sfila il grembiule. “Non me la prendo tanto con lui. Non mi ha fatto tanto male rispetto ad altre persone. Capisci?”
“No.”
“Fa lo stesso, tanto io non capisco te.”
Marina mi prende la manica.
“Vieni, devo farti vedere due cose.”
Io guardo verso la cucina.
Marina si ferma: “Cosa c’è?”
“Niente.”
La seguo fino in bagno.
“Quando hai il ciclo prendi una spugna, quelle della doccia. Sotto al lavandino ce ne sono tante nuove.” Sta con un paio di forbici in mano. “Si fa così: ne tagli un pezzo, questa è la grandezza. Lo bagni e poi lo infili dentro. Funziona e non se ne accorge mai nessuno, anzi ti fa la fica molto più stretta.”
“Ok,” dico prendendo la spugna in mano. “Non mi verrà qualche infezione?”
“Sì, vengono spesso. Se preferisci, l’alternativa è prendere la pillola senza smettere mai. C’era una che così è riuscita a non farsi venire il ciclo per due anni, ma il dottore dice che è peggio delle spugne. Vedi tu come vuoi fare.”
Adesso sta aprendo una scatola minuscola, verde e bianca.
“Loro sono sempre nei dintorni quando lavoriamo, ma non si può mai sapere. Per questo prendiamo un pezzo di lametta di rasoio — di solito queste piccole, tonde in cima — la incolli a un’unghia e la copri con lo smalto. Dovesse servirti mai per difenderti di corsa.”
Mi prende una mano e incolla l’unghia-rasoio alla mia.
Irina entra dietro di noi: “Certe, a fine carriera, si tagliano anche le vene con l’unghia-rasoio.”
Marina la guarda storto. Irina si abbassa, mi prende una caviglia tra le mani, legge la marca delle mie scarpe. “Quiet Luxury. Io ero rimasta a Gucci e Prada. È una nuova moda tra le signore?”
Sorrido. “Sì.”
Lei dice: “Tra di noi vanno di moda le Adidas quando non si lavora, e le AIDS al lavoro.” Ride della sua brutta battuta.
Marina la spinge verso la porta: “Irina, non sei divertente.”
Irina se ne va.
“Va bene, quando sei pronta andiamo.”
Alle due siamo sedute su quel maledetto guardrail. Il traffico scorre lento e l’aria odora di benzina e sole caldo.
Nadia si massaggia il collo con due dita leggere, quando i capelli le sfiorano la pelle fa una smorfia. Nota che la guardo e scioglie meglio i capelli sulle spalle.
“Cosa ti è successo che è peggio di questo?” chiedo col fumo di Irina che mi va negli occhi.
“Non parliamo di cose che hanno portato il pianto una volta,” dice Nadia, come se nominarle potesse farle tornare. “Diciamo solo che qui ho una casa.”
Irina cammina come su una passerella.
“E una famiglia.”
Guarda la strada, non me. Il traffico passa. Irina passeggia con le mani dietro la schiena.
“Ho rischiato di perdermi una volta.”
Nadia salta giù e si mette a fare avanti e indietro anche lei.
“E poi mi ha tenuta qui anche quando non potevo lavorare. Non tutti restano quando smetti di essere utile.”
Marina incrocia le braccia: “Con te quella volta si è comportato stranamente bene.”
“Che lavoro facevi prima?” le chiedo.
“La cameriera,” dice Nadia.
Valjet scorre sul metallo e arriva fino a me: “E tu?”
Non vuole offendermi, davvero mi accorgo che non ci pensa.
“La signora,” rido.
“Ma se non avessi fatto la signora, che lavoro avresti voluto fare?”
Questa è facile.
“La professoressa.”
Nadia alza la testa verso di noi. “Davvero? Di cosa?”
“Di lettere antiche.”
“Perché non l’hai fatto?”
“Ho studiato, ma poi mi sono sposata e non serviva che lavorassi, poi…”
Poi un cliente si porta via lei e Nadia e rimango con Marina.
“Nadia da sola non sa stare in piedi,” dice Marina, “è convinta che lui le voglia bene. Non rompere il suo sogno, altrimenti Nadia crolla tutta.”
Il cielo delle tre è giallo e malato.
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