Solo la ceramica fa rumore sul tavolo, Irina mi allunga il piatto. "Prima che tu cominci a chiederti chi è stato assassinato, ti dico che stanotte una macchina infame ha investito la gatta di Nadia. L'abbiamo portata dal veterinario, ma ancora nessuno ci fa sapere come sta."
Restiamo senza parlare e Irina oggi sorride. Ditmir mi sta osservando da mezz'ora.
I miei occhi fuggono verso una busta afflosciata accanto al divano. Dentro, il collo lucido di una bottiglia di whisky brilla.
“Che c'è?”
L'ho detto senza girarmi.
Ditmir mi tocca la schiena con un dito. “Sei andata nel bar qui sotto l'altro ieri?”
“Sì, con Massimo.”
“Il barista ci ha detto che l'hai minacciato di denunciarlo e l'hai chiamato pirla.”
Dasho viene a tavola, ma invece di sedersi ci fissa dall'alto. “Ha detto quello che è.”
Suona sempre male quando mi dà ragione. “Credevo che fosse amico tuo.”
"Io ho solo fratelli, non sono amico di nessuno. Degli spioni e degli infami meno che mai."
La mia faccia nel vetro della credenza dice:
— Be', pare che siamo in vena di confidenza oggi. Quindi ora voglio sapere di che chiacchierava Luciano.
"Ha detto che lui, col suo avviso, mi avrebbe salvato la vita."
Ditmir mi sembra divertito.
"Sì. All'inizio pensavo che fossi tornata qui per vendicarti. Stavamo decidendo come farti fuori. Poi Luciano mi ha detto che era il quarto giorno che ti incollavi per tre ore al suo tavolino a guardare la nostra finestra, come se non avessi altro posto dove andare."
– Lo spione ha detto il vero.
"Ma a quel punto ci siamo detti: lasciamola stare. Se torna, significa che non scappa. È più utile portarla su un guardrail. Quando mi ha telefonato per dirci che eri tornata la quinta volta, mi sono commosso. E sono venuto a prenderti solo con l'idea di accoglierti in famiglia."
La fitta nel petto oggi è troppo forte. Non mi esce un filo di voce, è davvero frustrante. Le altre stanno tutte con quei musi lunghi per un gatto, e io non capisco come faccia un gatto a rattristare gente abituata a tutto questo mescolarsi di realtà e orrore. Marina sta tirando verso di sé tutti i dolci che ci sono sempre dopo pranzo, Valjet cerca di portarglieli via.
Dasho si è alzato e Ditmir gli sta andando dietro. Penso che non ho parlato perché, in fondo, è come ha detto Luciano.
Allora non sapevo dove altro andare se avessi smesso di tornare a quel tavolino e ora è lo stesso.
Irina sta dicendo: “Ragazze, non è oro”.
Valjet ha finalmente preso il vassoio: “Tutto quello che è dolce vale oro.”
Penso alla faccia che aveva Nadia un'ora fa ea lui che, quando sono entrata, sembrava la persona più gentile che abbia mai conosciuto.
Dico e Irina. “Sono riuscita a fare pena a un magnaccia omicida, sto al livello della gatta randagia di Nadia.”
Lei ha ancora il bicchiere in mano, il suo sguardo mi attraversa.
"La gatta entra ed esce quando le pare, nessuno le chiede niente. Tu, invece, devi chiedere il permesso anche per pisciare." Le tracce del rossetto scuro che portava disegnato hanno le sue labbra sul vetro. "Stai molto più in basso di quel gatto. E io uguale."
***
Mentre saliamo sul guardrail, Marina mi tira verso di sé: "Questo e la zona industriale sono i posti dove di solito capita il peggio. Troppa gente di passaggio. Al viale di notte, allo spiazzo grigio, lì si è formata la nostra clientela abituale."
L'unica visita che temo sempre sono quei poliziotti amici di Dasho.
Ma siccome mia madre ha ragione, Jasmin ha ragione, la saggezza popolare ha ragione: non c'è mai fine al peggio.
Due vogliono caricarci tutte e tre. Quello che guida ha gli occhi spalancati come se io, Jasmin e Marina fossimo un circo.
Saliamo tutte e tre dietro, questo furgone è ammaccato come la carta stagnola appallottolata. Dentro, la lamiera amplifica l'afa del pomeriggio e l'abitacolo è saturo dell'odore dell'Arbre Magique al pino. Arriviamo nel solito parcheggio dove l'aria stessa stilla sudore.
Marina incassa per tutte. Uno dei due mi chiede di baciare Jasmin: non mi sembra contentissima, ma al cliente non si dice di no.
Jasmin mi string forte il polso:
“Anche se non mi sono mai piaciute le donne, la tua lingua è la cosa meno schifosa che mi metterò in bocca oggi pomeriggio.”
Mi prende il viso tra le mani e mi bacia come a teatro. È un bacio umido, ma così forzato che serve solo a far sbottonare i jeans all'uomo seduto davanti, che tira fuori un cazzo livido.
“Continuate a fare le lesbiche, troie...”
Seguita a dire cose di questo genere e io d'istinto piego le gambe sul sedile e mi spingo verso Jasmin per allontanarmi. Il mio tacco a spillo scricchiola contro la portiera, preferirei ficcarglielo in gola.
“Ditemi chi è la prima.”
Detesto quella voce, nessuna di noi sorride, né ride.
“Mettetevi vicini.”
Io e Jasmin ci voltiamo entrambe. Una mano troppo liscia mi allarga le natiche, sento il suo sputo che mi cola sull'ano, e poi la punta che preme sullo sfintere. Spinge e il dolore arriva acuto, ma subito trovo il viso di Jasmin. Lei alza il suo naso affilato e ignora quelle parole come si fa con la sporcizia sui marciapiedi. Anche io alzo il mio e fuori dal finestrino vedo il cielo: è profondo oggi l'azzurro. Stringo gli occhi e rilascia le palpebre chiuse per spostarmi altrove. Adesso sento un altro odore, lo stesso di resina e di menta che sento addosso a lui.
Quello che avevo sentito la prima lunga notte, e che ho cercato di ricordare sempre nei cinque giorni di fila in cui sono tornata alla stessa ora, allo stesso tavolino, solo per guardare il vuoto.
Tutto diventa lontano.
Sopportabile.
Il mio corpo oscilla in avanti, i miei capelli sbattono sulla guancia di Jasmin, lei cerca di allontanarsi per quanto consente lo spazio angusto in cui siamo.
Passa da me a Jasmin. La sento sussultare sotto il peso di quei movimenti ritmici, mentre io cerco di restare altrove. È un'alternanza continua di invasione e sporcizia, si ferma solo per continuare a parlare.
Jasmin si appoggia alla mia spalla, l'uomo dietro di noi mi stringe il seno. Sento mani che non so a chi appartengono, respiri che non riconosco. Voci che sembrano uscire dalla stessa bocca.
Osservo la mia faccia, è qui nel finestrino, ma non so se è la stessa di prima. Di quando volevo fermarlo. Ingoio la saliva che sentivo di non avere più due ore fa, la mia bocca è rimasta per tutto il tempo secca, da quando non sono riuscita a parlare stamattina. È stato come quella notte quando, dopo tutto, sono tornata a casa con Matteo e Dasho non aveva dato segni di avermi vista andare via.
Mi ero sentita trasparente, mentre tornavo a casa mia, come se non fossi realmente io su quella strada.
Jasmin riprende il fiato, lascia affondare il suo corpo nel sedile.
Mi chiedo dove sia Marina, poi la trovo. È sui sedili di dietro col viso rosso, quell'altro passa di continuo dalla sua fica al suo culo.
Le sta dicendo: “Muoviti, fogna di femmina.”
Non siamo più tre, siamo tutti corpi uguali.
Marina fatica a tirarsi su, le offro il braccio e lei si aggrappa, ma mi graffia con la lama che tiene incollata all'unghia per i casi di emergenza.
“Oh, scusa Angela.”
Lo dice guardando la perla di sangue che mi si sta formando all'interno del polso. Il taglio è in superficie, la goccia tremola e scivola via cadendo sulle cosce, assorbita dalle calze.
Quello che finora era con lei butta via il preservativo. Mi chiede di succhiarglielo.
Nonostante il reticolo che lo copriva, sento sul suo inguine l'odore di Marina; si mescola a quello del sangue. È comunque migliore del suo, l'odore di Marina. mi tira verso di sé. Col viso contro i suoi peli pubici lo sento ancora più forte, quell'odore. Muovo la lingua più veloce.
E lui dice a Jasmin e Marina:
“Baciatevi, puttane...”
Non le vedo, ma so che lo stanno accontentando. Sento che si tocca l'un l'altra.
Lui dice: “Dammi la fica, mentre guardo quelle due lesbiche”.
Marina mi aveva avvisata... I clienti guardano il porno e poi lo vogliono mettere in scena nelle loro macchine.
Mi arriva la voce di quell'altro.
“Avete ancora voglia, vero?”
Marina prende altri soldi e risponde:
“Sì, sì... ne abbiamo ancora voglia.”
Io sto ancora succhiando a occhi chiusi, ma questo cazzo viene sfilato dalla mia bocca all'improvviso.
“Questa me lo sta consumando come una caramella, girati.”
Parla a Marina.
“Vieni anche tu, fogna di femmina.”
Lei lo guarda male, ma torna accanto a me.
Spinge e torna indietro, spinge e torna indietro, ma non riesce a venire.
Jasmin deve ricominciare a baciare me e Marina, chiudo gli occhi mentre lei succhia i miei capezzoli e se ne torna da quell'altro. Questo qui dietro ringhia e suda come un cane, è un bagno di sudore mentre si sforza di finire.
Finalmente ce la fa, non so perché ma lo tira fuori, si toglie il preservativo e il suo getto acquoso mi arriva al collo e in faccia.
Meno male che porto la parrucca, dato che mi sono fatta i capelli solo domenica.
Per fare questo lavoro conviene avere sempre una parrucca.
Controllo il taglio involontario che mi ha fatto Marina.
Mi aveva detto:
— Se ti incolli l'unghia rasoio, non stringere mai un cazzo più piccolo del collo di una bottiglia.
Eppure ce ne sono molti.
Per fare questo lavoro conviene sempre avere un amico in macchina che ti porti al pronto soccorso.
Il tempo di raccogliere salviette e profilattici usati e torniamo al nostro posto.
