E’ decisamente inferocita.
“Ma che razza di impotente sei diventato? Una donna ti chiede di possederla e tu nemmeno te lo fai rizzare! Ma che uomo sei?”
Torno in bagno, rimetto a posto i preservativi e mi sdraio a dormire sul sacco a pelo.
Ma proprio in quel momento squilla il telefonino; è mamma, naturalmente.
“Mario, che diamine sta succedendo?”
“Non preoccuparti, mamma; c’è stato un po’ di terremoto; ma sta tornando tutto in ordine.”
“Come stai tu, come sta Patrizia, come sta Oriana? Non mi raccontare favole.”
“Non è mia abitudine raccontarti favole. Io sto bene; mi son fatto mandare un po’ di soldi da Clemente ed ora sono in grado di controllare la situazione. Patrizia sta benissimo; in questo momento è al museo con Roberta, ha avuto uno scontro con Oriana ma alla fine stiamo tutti insieme …”
“Anche Oriana sta con voi?”
“Si, è qui vicino.”
“Fammici parlare!”
Faccio cenno a Oriana se vuole parlare con mamma; rifiuta con decisione.
“Mi dispiace, mamma; si rifiuta!”
“Non riesce proprio ad aprire gli occhi ad un minimo di logica, quest’imbecille!”
“Mamma, cerca di avere pazienza. Mi è chiaramente evidente che ha vissuto questi mesi da schiava sessuale. Ha il sedere e la vulva così sbattuti che sono diventati neri per l’abuso di sesso; e, ancora una volta, dopo che è scampata per caso dalla rovina che ha travolto il suo amante, l’unica cosa che sa fare è chiedermi di sbatterla. E non serve a niente cercare di spiegare che io non copulo da bestia come quelli che l’hanno montata in questi mesi. Sarà difficile farla tornare ad essere la donna intelligente che ricordiamo.”
“Oh, mio Dio, ti prego; voglio parlarle.”
Perdo le staffe; afferro mia sorella per i capelli, le sbatto il telefonino sull’orecchio e le impongo con violenza.
“Squallida troia, adesso tu parli con tua madre altrimenti le botte che hai preso finora saranno carezze di fronte a quelle che ti darò io!”
Forse ho indovinato a pensare che il sentimento che la domina è la paura; infatti comincia a balbettare.
“Ciao mamma.”
Sento dall’altra parte una filza di dolcezze interrotte da lacrime e, lentamente, Oriana si scioglie e le lacrime cominciano a scorrere lentamente anche sul suo viso mentre accenna di si con la testa.
Capisco che altro non riesce a fare e le tolgo il telefonino.
“Mamma, è inutile che continui a parlare. Sta piangendo e non è in grado né di capirti né di sentirti.”
“Mario, riportamela a casa. Voglio curarla io; forse posso ancora aiutarla.”
“Stai serena, mamma, tra qualche giorno, quando anche altre cose saranno tornate a posto, rientro con tutte due; e insieme, io e te, le aiuteremo ad uscire da questa brutta storia.”
“Anche Patrizia sta in quello stato?”
“No, ma ti basti sapere che ieri sera è scappata via da sua madre e ha passato la notte nel nostro letto, a guardare me e Roberta fare l’amore, pur di non essere costretta a rischiare che il protettore di Oriana potesse pretendere di copulare tutti e tre insieme.”
“Anche sua figlia ha venduto?”
“Per lei è solo una troietta che chiunque può possedere.”
“Dio, Dio, torna presto, per favore, tornate a casa.”
“Non dubitare, mamma. Ciao.”
“Ciao, figlio mio, cerca di mantenere la testa sulle spalle, almeno tu.”
Oriana è inebetita; si guarda il vasto ematoma sull’inguine che le violente copule le hanno reso cronico e di colore scuro definitivo e irreversibile; cerca di guardarsi verso il sedere; le porto uno specchietto da trucco di Roberta; finalmente vede anche lì la zona quasi nera che circonda l’ano e, in qualche modo, prende atto di quel che è stato.
“Non è possibile … non è possibile … ”
Piagnucola insistentemente, quasi come una preghiera.
“Io ho fatto questo …”
Mi guarda con gli occhi pieni di lacrime.
“Ti assicuro che non volevo … ho perso la testa … perdonatemi …”
Istintivamente le prendo la testa tra le mani e le accarezzo i capelli.
“Mario, ti prego, non ti chiedo di possedermi, non ti chiedo di farmi fare l’amore; abbracciami, sii ancora un volta il mio fratellino, il mio solo sostegno … puoi darmi ancora il tuo affetto?”
Mi stendo al suo fianco, l’abbraccio e la stringo a me.
“Mario, sono stata terribile; ho fatto tanto male e tanto me ne sono fatta. Ho bisogno di te e di mamma per dimenticare e ricominciare. Mi aiuterai?”
“Non lo sto facendo, adesso?”
“Si, lo stai facendo benissimo e ancora mi vergogno …”
“Adesso basta con la vergogna, basta con i freni, basta con le impotenze, basta con le gare a chi fa meglio. Cerca di entrare nella logica che devi essere quello che vuoi tu e devi fare quello che vuoi tu, senza gare e senza invidie.”
“Posso chiederti una cosa? … Davvero sei diventato impotente?”
“Tu non riesci mai a fare tesoro delle cose; tua figlia ieri sera, per telefono, ti ha detto, lo so perché era in vivavoce, che stavo facendo l’amore alla grande con Roberta e poco fa ti ho detto che siamo innamorati e facciamo tanto amore. Se non mi si rizza con te, è perché lo stato in cui ti vedo mi ispira più pena che amore o voglia di copulare. Anche se non lo dici o lo neghi, so perfettamente che hai partecipato a notti infinite di sesso e droga e che il tuo pappone ti ha passato a tutti gli amici col tuo consenso.”
“Quindi l’amore per me si è spento, nel tuo cuore.”
“Ci fai o ci sei? L’amore non ha un interruttore col quale lo spegni; non ce la fai proprio a pensare, per esempio, che io sia ancora tanto innamorato ma che la condizione in cui ti sei ridotta mi dà un senso di nausea all’idea di fare sesso con te? Non ti passa per la testa, nemmeno per un attimo, che io possa essere spaventato, perché gli ambienti che hai frequentato, le cose che hai fatto, i membri che ti hanno sbattuto, potrebbero averti contagiato un qualche male, fino all’Aids, e che a queste condizioni l’idea stessa di infilarti il pene in vagina mi faccia paura? Non credi che sarebbe meglio prima una cura di disintossicazione? Quando il tuo corpo pretenderà da me amore e non sesso bestiale; quando il mio pene tornerà a balzare duro solo al contatto con la tua pelle; forse allora possiamo anche pensare di tornare a fare l’amore. Fino ad allora, disintossichiamoci da queste scorie.”
“Hai ragione.”
Mi dice con voce sommessa; e poi, con un gesto di pudore, si tira sul corpo il lenzuolo per coprirsi.
Mi distendo sul letto al suo fianco; si allunga anche lei e mi si accosta da dietro; mi accarezza la testa.
“Buon riposo, bambino mio.”
Dio, ricordo anch’io quei momenti di tantissimi anni fa.
“Grazie, tata. Anche a te.”
Dormiamo sul serio, anche di gusto, dopo l’agitazione della mattina.
Roberta e Patrizia, di ritorno al Museo, ci trovano così, vicini nel letto, lei completamente nuda ed io completamente vestito.
“Ancora a fare sesso?”
Mi sveglia la nipotina.
Ma sua madre, risvegliandosi.
“NO, era prassi da bambino che Mario dormisse il pomeriggio accanto a me sul letto; ed io molto spesso ero castamente nuda come adesso. Ciao, Roberta, scusami se non sono riuscita …”
“Lascia stare e provati queste cose che ti abbiamo comprato. Nel caso, parleremo in un altro momento di quello che è stato. Ora parliamo del presente e del futuro, se ci riusciamo.”
Poi si rivolge a me.
“C’è stato un lungo scambio, oggi, con Hans, col Presidente e anche con Helmut, l’architetto con cui devi collaborare. Hanno ottimi sponsor ed una grande volontà di fare un lavoro enorme, anche con un convegno e non so che cosa ancora. Insomma, se non ti strappano di mano l’idea, diciamo che la rendono enorme rispetto alla piccola mostra che tu avevi proposto.”
“Amore, devo piangere di dolore perché trasformano il mio giocattolo in uno più moderno e tecnologico? O mi vuoi suggerire di incazzarmi, sbattere i piedi e far saltare tutto? … Ah, no, se conosco la mia prudente amica neo direttrice, mi sta suggerendo di accettare con gioia di vedermi protagonista di un progetto faraonico cresciuto su una piccola idea. Ed io che sono sempre supino alle voglie dei miei amori accetto volentieri. Solo una o due curiosità. Che ruolo avrà il Museo e la sua Direzione in tutto questo? Hai sentito il parere anche di Clemente?”
“Si, furfante fascinatore. Clemente è d’accordo con te, anzi con me che ti devo imporre di stare zitto e accettare.”

