E’ l’ora di pranzo di un giorno qualsiasi e vado a casa per mangiare; mamma mi comunica che la cara nipotina Patrizia si è degnata, bontà sua, di fare visita alla nonna anche per lasciare allo “zione” un libro che le è stato consegnato e che è a me diretto; mi indispettisce, e non poco, questo comportamento assurdo di mia sorella e di mia nipote che sembrano evitarmi come la peste.
Sfoglio distratto qualche pagina, e cerco di capire perché sia stato destinato proprio a me per il tramite di Patrizia.
Il titolo non mi dice niente e neppure il sottotitolo che parla di particolari casi d’analisi; Patrizia è laureata in psicologia e non è una lettura strana, per lei; ma per me? Non c’è neppure una dedicatoria che possa illuminarmi.
Qualche perplessità me la genera l’autrice una ‘Margherita …’ che non ritrovo nelle mie memorie, anche dopo la verifica alle mie rubriche.
Ad un tratto osservo che fra due pagine ci deve essere qualcosa, effettivamente un cartoncino che reca però solo un numero di telefono, mi pare di Roma, dal prefisso.
Il titolo del capitolo però mi arriva in fronte come una mazzata ‘Una copula terapeutica’.
Si sta poco, a fare due più due; quello era il nome scherzoso dato da Margie alla nostra vicenda; Margie è il diminutivo affettuoso di Margherita, il nome dell’autrice; Margie era la grande amica di Patrizia che mi ha fatto avere il libro; evidentemente è stato scritto da Margie e quel numero di telefono è suo, anche se io ne ho segnato uno diverso.
Intanto comincio a leggere e trovo tutta la nostra vicenda spiattellata al pubblico ludibrio; per fortuna, i nomi sono fittizi e non ci sono elementi identificatori.
Ma, dalla violenza subita dal padre alla partenza dal mio studio, c’è tutto, dall’amicizia con Patrizia ai nostri incontri, con particolari assolutamente accurati e soprattutto attraverso tutte le nostre emozioni.
Naturalmente, le conclusioni sono scientifiche e propongono le varie ipotesi di lettura dei fatti e delle reazioni.
A me, però, di quel volume, interessa solo sapere che Margie è tornata nella realtà, dal limbo dove si era segregata; e non riesco a nascondermi una forte emozione all’idea di tornare a parlarle o, chissà, a vederla.
Faccio il numero; mi risponde una voce femminile, ma non la sua, ne sono certo.
“Qui Istituto … sono Francesca; in cosa posso aiutarla?”
Impostare un discorso non è facile; ci provo.
“Senta, io ho ricevuto un volume forse dalla vostra direttrice Margherita … Potrei parlare con la signora?”
“In questo momento è impegnata. Se mi dice il nome e mi lascia un recapito, certamente sarà richiamato.”
Non mi va di farle sapere gli affari miei.
“Dica che Margimario ha avuto il messaggio e vuole parlare con Marimargie.”
“Ma che razza …?”
“Lasci stare, Francesca, ho ben capito e va tutto bene.”
Stavolta la voce la riconosco ed è la sua.
“Ciao, Margie, finalmente!”
“Ricordi ancora i nomi degli androgini?”
“Io ricordo tutto nei minimi particolari. E ho letto che anche tu non hai dimenticato niente. Solo agli androgini non potevi fare riferimento. Sei a Roma?”
“Si, chi te l’ha detto?”
“Il numero di telefono che hai lasciato, con prefisso da Roma. Come stai? Possiamo parlarci ? Possiamo vederci?”
“Mario, quasi non riesco a parlare in questo momento; sono troppo emozionata. Posso, voglio e devo vederti; ne ho quasi un bisogno fisico. Ma devo prima riprendermi da questo choc. Credevo che mi avessi dimenticato, dopo più di un anno di assoluto silenzio. Questa telefonata mi ha sconvolto.”
“Vuoi che ci sentiamo in un altro momento?”
“Domani ti va bene?”
“Non prima delle dieci perché fino ad allora non connetto.”
“Va bene. Ti chiamerò alle otto quando prendo servizio; e peggio per il tuo sonno. Ciao.”
“A domani. Ciao.”
Margie non promette invano; ma io alle sette e mezzo sono ben sveglio, accanto al telefono,per non perdere un attimo, di che cosa non si sa; ma la tensione fa di questi scherzi; rispondo al primo squillo ed è una telefonata - fiume in cui ci raccontiamo intero il nostro ultimo anno di vita.
Mi dice che da Bolzano è stata finalmente trasferita a Roma, dove è arrivata la settimana scorsa; che si sta ambientando e non ha ancora una cerchia di persone di riferimento; soprattutto, mi assicura che non c’è nessuno nella sua vita e che nessuno c’è stato.
“Come può un individuo normale combattere con il fantasma di un amore così intenso e così tragico, così breve e così decisivo come quello che abbiamo vissuto noi nel giro di due giorni?”
“Non lo chiedere a me che sono specialista. Dimmi soltanto che c’è ancora una crepa nelle tue difese e ti costringo a vivere con me il resto dei tuoi giorni.”
“Sei il solito sognatore pazzo ma delizioso!”
Poi mi parla del libro; mi dice che è nato da colloqui con altri esperti e dalla convinzione che certe testimonianze possono essere utili; è un’opera di nicchia, mi dice, e non aspira certo a premi o a grandi vendite, ma viene presentato comunque in ambienti giusti un poco in tutta Italia; anzi proprio a fine settimana sarà presentato a Roma in una qualificata libreria del centro.
“A Roma? A fine settimana? Fammi dare un’occhiata.”
La testa rischia di scoppiarmi; guardo i miei appunti ed ho la conferma.
“Yuuuuuu”
Urlo a squarciagola.
“Che ti prende?”
“Scusa, ti spiego subito.”
Le parlo allora della mia laurea e del lavoro di designer che già mi consente una buona sopravvivenza.
Lei ricorda alcuni disegni, visti nello studio; infine, le parlo della mostra, delle sedi espositive e dei maledetti viaggi per accompagnare le esposizioni.
“Alla fine della prossima settimana io presento la mia mostra, guarda caso, proprio a Roma, dove dovrò soggiornare per i giorni della preparazione e dell’allestimento. Adesso, cara, non dire che non c’è un destino segnato nelle cose, anche se la tua cultura professionale ti impedisce di credere ai miracoli.“
“Quindi, tu a fine settimana sei a Roma? … con una tua mostra di design? … dove ?… quando si inaugura? …”
“Margie, frena le domande, ho tutto segnato ma gli appunti sono da un’altra parte. Se vuoi, te li comunico dopo; ma questo significa che devi parlarmi ancora.”
“Stupido, io voglio ancora parlarti, voglio ancora vederti e voglio fare l’amore con te. Ti pare strano? Quindi tu fammi sapere quando arrivi e come; se ti va, posso ospitarti da me, anche se sono un po’ accampata. Quando sapremo date e dati, faremo in modo che le due iniziative non si accavallino. Io verrò sicuramente alla inaugurazione della tua mostra e tu, se ti va, potrai venire alla presentazione del libro e decidere se tenerti in disparte senza rivelarti oppure, addirittura, portare una tua testimonianza diretta su una vicenda di cui sei stato protagonista.”
“Bada che io, anche se sembravi dissolta nei ghiacciai delle Alpi, non ho mai smesso di pensare a te, come ti avevo promesso; e, appena tu hai solo accennato a un contatto, sono qui a sciogliermi nel miele per te; se è necessario, il viaggio a Roma lo faccio anche a piedi, con o senza mostra. A questo punto, stai attenta che se, anche solo per pochi giorni, entriamo ognuno nella vita dell’altro, io poi non sono più disposto ad uscirne. Riesci a immaginarti cosa prova il solito sognatore pazzo ma delizioso, così mi hai definito, no?, all’idea di dormire con l’oggetto principale dei suoi pazzi, deliziosi sogni? Per la presentazione del libro, vedremo sul posto. Io posso testimoniare fatti comuni ma forse mi può frenare sapere che dovrei farlo di fronte a specialisti strizzacervelli; e di fare una figurina da collezione non mi va. Se l’ambiente mi ispira e se tu lo riterrai opportuno, non mi tirerò indietro. Adesso mi consenti di dirti che ti amo? Finalmente l’ho detto!”
Scambiarci i dati e fissare un incontro in un punto facilmente rintracciabile ci impegna per un giorno intero; ma solo perché la possibilità di tornare a sentirci per telefono scatena la voglia di parlarci e lo facciamo a lungo, di ogni sciocchezza, quasi che parlare a un microfono fosse fare l’amore a distanza; alla fine, non resta che contare le ore, anzi, i minuti, che ci separano dall’incontro e finalmente, fissate tutte le competenze con galleria sponsor ecc. posso partire per Roma, verso il mio amore.
La individuo immediatamente; forse è il cuore a trovarla, prima che gli occhi.
Non è cambiata in niente, è sempre bellissima e mi ritrovo ancora più innamorato.
Non oso baciarla né abbracciarla in una piazza sovraffollata; mi fa segno che va bene così; mi guida fino alla sua casa che è là vicino, riesco anche a parcheggiare con una certa facilità e andiamo verso l’edificio dove abita; vorrei per lo meno accarezzarla; ma solo dall’abbigliamento castigato emerge già quanto sia difficile il suo ruolo; le sfioro con le dita il dorso di una mano e mi sento vibrare tutto; le caldane mi montano alla testa e mi chiedo come sia possibile, con la mia esperienza, agitarmi tanto per un tocco di mano.
L’ascensore è di quelli al centro della tromba delle scale, tutto finestrato e aperto; neanche pensare di baciarla; al massimo, posso cercare la sua mano e accarezzarla.
Quando finalmente l’uscio si chiude dietro di noi, è lei, la mia Margie, ad imprigionarmi in un abbraccio ferino e a baciarmi con un impeto che non ricordavo.
Per almeno cinque minuti ce ne stiamo avvinghiati, in piedi, dietro l’uscio, a scambiarci ormoni, saliva e piacere, a percorrerci con metodo e insistenza le bocche con le lingue, a mangiarci letteralmente le labbra senza sosta, a spingerci gli inguini fino a sentir male, col mio sesso che è diventato di acciaio contro il suo ventre e la sua vulva che, probabilmente, cola come una fontana di piacere rinviato per un anno.
