I fatti fin qui narrati avvenivano cinque/sei anni or sono.
Gli eventi successivi hanno ovviamente sconvolto gli assetti.
Qualche mese dopo ‘l’avventura’ in Germania, Oriana e Patrizia accettarono finalmente di sottoporsi a un controllo ed a cure per rimediare a certi insorgenti sintomi di malattia e per riparare i danni di una vita sconsiderata.
Patrizia sparì quasi completamente dal mio orizzonte di vita e Oriana si fece vedere talvolta da mamma ma aveva sempre il buonsenso di venire quando sapeva di non trovarmi o, alla peggio, neppure si accostava alla porta della camera dove io mi rifugiavo.
Io realizzai la mia mostra a Dusseldorf, ma, quando andai per l’inaugurazione, dovetti sistemarmi in albergo perché Roberta, la direttrice del Museo, aveva accolto nella sua casa un uomo di cui si era invaghita e viveva con lui.
Ci rimasi male; ma in fondo ero felice che avesse trovato una sua dimensione di serenità.
Non la rividi mai più.
Dopo quella in Germania, ci furono varie mostre in Europa e nel mondo, ma cercai di limitare i miei spostamenti.
Il dato peggiore mi venne dal rapporto con Margie.
Dal ritorno stesso da Dusseldorf, presi a recarmi ogni due settimane a Roma per passare con lei il wek end.
Quando però si parlava già concretamente di trasferimento a P… e di matrimonio per due volte consecutive Margie accampò motivi di lavoro per rinunciare a vederci.
La terza volta mi disse chiaramente che aveva intrecciato una storia con un suo collega e che stavano per sposarsi.
Il cielo mi cadde sulla testa, come ad Obelix, e ci misi non poco a riprendermi.
Tempo dopo, seppi, non so per che vie, che aveva avuto un figlio.
Forse piansi un fiume di lacrime, ma mi toccò rassegnarmi.
Proprio mentre contavo le ferite e me le leccavo dolorosamente, stamattina mi cade l’occhio sulla cronaca cittadina e scopro che Margie e il dottore suo marito sabato sera saranno nella sala grande dell’hotel … per la presentazione dell’ultimo lavoro di lui e del libro di lei, quello che l’ha resa famosa.
Il desiderio di rivederla mi scatta automatico e decido di andare anche senza invito; in quell’hotel sono ancora una mezza autorità.
C’è la crema della città, naturalmente, coi genitori di lei impettiti in prima fila; non vedo Patrizia né Oriana, ma non mi meraviglia.
Mi nascondo dietro una colonna e seguo interessato tutta la ‘manfrina’ delle presentazioni, prima di lui e poi di lei.
Al momento del dibattito, qualcuno dalla sala chiede se, essendo Margie originaria della città, avesse recuperato la vicenda dal territorio.
Suo marito scatta e proclama impettito che “solo uno spirito poco creativo e piccolo provinciale poteva attribuire una vicenda così importante ad una realtà così povera come quella della provincia”.
Qualcosa mi scatta dentro, forse una folgore di gelosia o l’odio per quell’uomo, o soltanto il desiderio di apparire in maniera clamorosa.
Apostrofo con ironia sprezzante il ‘professorone’ e lo accuso di non avere neppure letto con attenzione il libro; lo invito a leggere ad alta voce la dedicatoria iniziale a ‘un testimone diretto’ intervistato dall’autrice.
Gli chiedo se ha mai saputo dalla signora le origini delle informazioni.
Non lo sa.
Incalzo facendogli osservare che la data di edizione dice che l’autrice non aveva nessuna esperienza di grande città, all’atto della stesura, perché era appena passata da P… a Bolzano, ambedue piccole province.
Il vice – sindaco, padre di Margie, scatta allora chiedendomi come faccio a parlare con tanta sicumera della vita di sua figlia; chiedo a sua moglie se ricorda Patrizia e suo zio; la signora fa cenno al marito di tacere.
Margie è terrorizzata; interviene con forza.
“Mario, ti prego di ricordare le leggi sulla privacy!”
“Nessun problema, dottoressa; ma non può impedirmi di ribattere all’arroganza con la verità; comunque niente sarà rivelato.”
Il marito dà i numeri, naturalmente, e si rivolge a lei con aria interrogativa.
“L’architetto Mario … è effettivamente il testimone da cui ho ricavato i dati del racconto.”
Si limita ad affermare lei.
“Quindi risulta improponibile un primo dato proposto dal nostro professorone. La vicenda avrebbe potuto benissimo nascere qui a P… e i protagonisti potrebbero essere dei concittadini.”
Il sindaco è preoccupato.
“Ma il racconto accenna a un padre violento, stupratore e incestuoso, ma anche autorevole personaggio della città. Questo potrebbe gettare ombre anche su di me.”
La mamma di Margie trema, suo marito ha l’aria di soffocare, anche Margie ha paura.
“Sindaco, se io le chiedessi, guardandola negli occhi, se è lei il padre di cui si parla, lei guardandomi negli occhi, cosa mi direbbe?”
“Centomila volte no!”
“E potrebbe affermarlo con la stessa sicurezza per la Giunta, per il Consiglio comunale, per le presidenze degli Enti per la nomenclatura tutta della città?”
“No, questo no, è ovvio.”
“E allora è ovvio che questa città può avere del marcio come qualunque altra città, paese o metropoli che sia. Le illazioni del professorone sono solo illazioni, per l’appunto. Comunque, per la serenità di tutti, confesso che ho raccontato cose di cui ho esperienza diretta ma non a P…”
Mi diverto poi ad affondare con cattiveria.
“Passiamo ora alla mancanza di creatività ed alla presunta provincialità dell’interrogante. Vedo che gioca volentieri con quegli oggetti sul tavolo, egregio professorone. Le piacciono?”
“Forse lei ignora che sono oggetti di design del più illustre artista italiano che ha avuto il compasso d’oro negli ultimi due anni.”
La platea ride clamorosamente e lui resta inebetito.
“Negli ultimi sei anni, egregio professorone, non solo negli ultimi due. Se guarda sotto, sono firmati semplicemente Mario.”
“Molti grandi artisti firmano solo col nome.”
“Per l’appunto. Ma lì a fianco c’è un depliant che indica anche il cognome. Lo vede?”
“Ah, si; è strano. Credevo non fosse noto il cognome.”
“Invece è noto e corrisponde al mio cognome, se ricorda come mi ha indicato sua moglie.”
“Lei sarebbe allora l’architetto di cui parliamo?”
“Si. Ho tenuto l’ultima mia mostra quest’anno a Londra, dove ho vissuto alcuni mesi ben ospitato; e sto preparando la prossima a New York, dove starò alcuni mesi sempre ben ospitato. Vede bene, quindi, che il provinciale è lei, in realtà.”
Diventa rosso come un peperone, gli si gonfiano le vene del collo ed esplode.
“Non sono mai stato così offeso in vita mia; non avrei mai pensato che dovesse succedere in una cittadina di provincia. Per fortuna alla fine di questa presentazione andrò via e spero di non tornare mai più!”
“Non faccia promesse che potrebbe non mantenere; ben altre persone avevano fatto questa dichiarazione; ma alla fine sono qui.”
“Pessima sceneggiata! Sai fare assai di meglio, quando non sei geloso.”
Salvo mi è arrivato alle spalle come un’ombra.
“Ciao, Salvo. Hai ragione ma sono imbestialito; con tutti gli imbecilli al mondo, proprio quel pallone gonfiato doveva scegliersi! Ed ho paura che non sia neppure felice.”
“Vedo che sei ancora inguaribilmente innamorato cotto. Se ti interessa, lui adesso se ne va e lei deve restare quattro o cinque giorni per altre presentazioni qui intorno. Fossi in te, un tentativo lo farei.”
Si allontana com’era apparso, mentre la sala lentamente si svuota.
Il professorone imbocca l’uscita e chiede che lo accompagnino subito all’aeroporto; vedo Margie che si accomiata dai suoi e si dirige decisa verso la colonna dietro la quale sono tornato.
Passandomi rasente mi sussurra.
“Ciao amore!”
Mi prende un colpo e per un attimo vacillo.
“Camera 316”
Mi dice in un sospiro.
Non so decidere se svenire per l’emozione, saltare per tutta la sala per la gioia o mettermi a piangere come un bambino.
Un angelo custode, forse!, in un angolo mi suggerisce di non creare altri guai, dopo aver mezzo rovinato la serata ed essermi inimicato mezza città presa dal dubbio che ‘il mostro’ sia tra di noi.
Ma non posso nemmeno pensare per un attimo di rinunciare ad incontrare ancora Margie.
Non è più la ragazza stupefacente che faceva girare giornalisti internazionali e osti di taverna.
Ma è comunque bellissima, leggermente ingrossata forse dalla maternità ma ancora seducente da schianto con tette meravigliose, un sedere da enciclopedia e un accenno di pancetta che arricchisce il fascino.
Non riesco ad allontanare il pensiero dal suo corpo maturo e desiderabile mentre salgo in ascensore al quarto piano e discendo a piedi un piano, per non lasciare tracce.
L’uscio della 316 mi pare appena accostato; busso leggermente, lei mi invita ad entrare e lo faccio.
Mi appare una visione che neanche nel sogno più azzardato avrei avuto.
Si è cambiata ed indossa una vestaglia vaporosa che scopre, coprendole, le sue fattezze, le sue forme adesso giunoniche.
“Ciao, amore.”
La saluto.
“Marioooo!”
Mi risponde.
Avevo quasi dimenticato che un suo bacio mi dà l’estasi; me lo dà quasi a tradimento e mi ritrovo a giocare con la mia lingua contro la sua e dentro tutta la sua bocca, col pene che d’improvviso balza in alto e cerca subito il suo ventre, la sua vulva amata con tanta nostalgia in questi anni.
“Ti faccio ancora questo effetto?”
“Tu che ne dici? Molto di più, io credo. Ancora non ti ho guardato tutta, non ti ho baciata tutta, non ti ho amata tutta.”
“Ti fermi da me, stanotte?”
“E dove vuoi che vada? Ma tu puoi stare con me tutta la notte? E tuo marito?”
“Lascialo perdere; per fortuna è partito e io devo stare ancora alcuni giorni per il giro di conferenze.”

