Non è cominciato in maniera invidiabile, il nuovo anno, considerando lo sforzo fatto per gli ultimi esami e la tesi di laurea che per fortuna è conclusa.
Non è cominciato bene, per via dell’incrinatura dei rapporti tra noi, io e mamma, e, in qualche modo, ‘loro’, mia sorella e sua figlia Patrizia.
Oriana ha affrontato di gran carriera la sua nuova vita e ormai non trova riposo dagli infiniti impegni internazionali che la vedono più all’estero che in Italia; non la sento nemmeno per telefono da alcuni mesi, troppi, probabilmente, ed anche con mamma si fa viva solo molto raramente e per speciali occasioni.
Sua figlia si gestisce in massima autonomia, sia qui in città, con suo padre, sia quando riesce ad aggregarsi alla madre negli innumerevoli viaggi.
Io ho l’impressione che Oriana sia passata dalla clausura alla ubriacatura di libertà senza fermarsi molto all’autostima; mamma obietta che forse, sotto sotto, sono solo geloso e in parte invidioso.
E non sa che la stessa diagnosi, più scientifica, l’ha tracciata Margie.
Comunque, l’anno non è cominciato bene anche per via dei viaggi che sono stato costretto a fare per correre dietro all’itinerario della mia mostra che è diventata una bestia enorme capace di ingoiare senza sosta energie, mezzi e attività.
Naturalmente, escludo la tappa di Roma che si è caricata di ben altri valori.
Sia come sia, sono costretto frequentemente a salire in aereo, montare in treno o mettermi in macchina per sorbirmi centinaia di chilometri e vivere da zingaro anche fino ad una settimana.
Sto rientrando appunto da Roma, ultima tappa di questo doloroso tour de force ed anche l’occasione per ritrovare il mio amore Margie; anche per questo, non sono affatto dell’umore giusto per affrontare problemi o novità.
Mamma mi aspetta come sempre pazientemente e, dopo i convenevoli d’uso, mi dedico alle attività ‘obbligatorie’; lunga doccia rilassante e liberatoria delle scorie accumulate; abbigliamento finalmente ‘da casa’; maglietta, pantaloncini e ciabatte; birra sbracato sul sofà in soggiorno e via per un salutare ‘fancazzismo’ in cui sono specialista.
Mamma non è d’accordo e si viene a sedere accanto a me; non sta bene, e si vede; credo che l’atteggiamento della figlia e della nipote la faccia soffrire molto, anche se è pronta a inventarsi motivazioni per giustificarle.
Le passo la mano sulle spalle e la stringo a me.
“Che ti succede? Perché quel viso triste?”
Fa spallucce.
“Certe volte ho la sensazione di esser tanto sola … di sentire tanto freddo … ”
“Si vede che vuoi prendermi in giro; sola lo sei solo qualche giorno al mese; il freddo sai bene come scaldartelo. La tristezza è di ben altra origine.”
“No, dipende proprio dal freddo dentro; l’involucro esterno posso anche scaldarlo; ma dentro non è facile; mi manca l’amore vero.”
“Ma va’, con uno giovanottone come me che ti riempie d’amore! …”
“Ma da quanto tempo non me lo fai sentire dentro, questo amore?”
“Ah, beh! Se il discorso è questo, basta dire che vuoi che ti ‘faccio l’amore’, come dice qualche mia amica.”
“E’ colpa, desiderarlo?”
“No, sarebbe colpa non fartelo sentire immediatamente. Vieni …”
La prendo per mano e andiamo nella sua camera; appena entrati, mi giro a baciarla con viva intensità e immediatamente lei mi frulla in bocca la lingua calda che conosco bene e che è capace di scuotermi i precordi per stimolarmi erezioni incredibili.
Per qualche momento ce ne stiamo così abbracciati fino quasi a farci male; poi lei comincia a ruotare il bacino sul mio pene duro e riesce lentamente a piantarselo, da sopra i vestiti, fra le cosce, all’altezza della vulva e sembra stimolarsi il clitoride col movimento; la guardo in volto e osservo gli occhi sbarrati, che improvvisamente ruotano verso l’alto e diventano bianchi, quasi spiritati; poiché conosco le sue reazioni, so che sta per avere un primo orgasmo.
Il fatto che ci sia arrivata così presto, è chiaro segno di una forte tensione, non so valutare se solo sessuale o emotiva prima che fisica; lascio comunque che completi l’iniziativa fino ad esplodere con lunghi gemiti e respiri fitti e affannosi.
Mentre lei piano piano si riprende, comincio a spogliarla sbottonando la camicetta che lei poi sfila con un rapido gesto e mi offre le sue poppe piene e abbondanti, a malapena contenute da un reggiseno di trina nero; ci vuole poco a immaginare che sarà perfettamente combinato con uno slip simile, a questo punto largamente bagnato e tra poco assolutamente zuppo.
Sgancio il reggiseno alle sue spalle, lei raccoglie le coppe e sfila l’indumento dalle braccia.
Quasi più a suo agio, mi prende la testa e me la preme su uno dei capezzoli, grossi come ciliege e già ritti come fusi.
Mentre mi beo dell’abbondanza dei suoi seni, cerco il gancio che trattiene la gonna, lo apro lascio cadere a terra l’indumento che Anna scalcia lontano; in casa non porta calze e quindi ora ha solo lo slip che faccio scivolare a terra con lentezza accompagnandolo con carezze sulle cosce e linguate sul ventre.
Completamente nuda, la stendo supina sul letto, mi sfilo rapidamente maglietta e pantaloncini e, altrettanto nudo, mi sdraio accanto a lei; viso a viso, appoggiati su un fianco, ci baciamo intensamente mentre le mani corrono sul tutto il corpo.
Io quasi mi perdo, tra il seno prepotente che chiede quasi di essere accarezzato, leccato, morsicato, amato, e la vulva pulsante tra i cui peli mi fiondo con le dita a cercare il clitoride da strapazzare fino all’orgasmo; lei invece mira decisamente al membro e dà il via a una masturbazione che in poco tempo mi manda in paradiso; la fermo per non venire.
Mi fa ruotare sul dorso e con poche manovre mi porta la vulva immediatamente sulla bocca perché gliela lecchi.
“Tu sta’ ferma e lasciati leccare!”
Le suggerisco e con la lingua comincio a percorrere la circonferenza grinzosa dell’ano; passo con la lingua su quasi ogni singola grinza e le strappo continui lamenti di piacere; con le dita, dilato leggermente l’ano e infilo la lingua; testimonia il piacere schiacciandomi la vulva sul mento.
Scivolo allora con la lingua lungo il perineo e mi infilo tra le grandi labbra; si tende nell’attesa del piacere; spennello la lingua sulle grandi labbra e aggredisco le piccole; il clitoride, grande come un mio dito, sta lì, in cima, ritratto verso l’interno della vulva; lei aspetta la mia bocca; prendo il piccolo pene fra le labbra e comincio a succhiare.
Anna comincia a godere e mi inonda la bocca; io bevo, insaziabile, e intanto succhio e lecco; ogni tanto mordicchio e le freno l’orgasmo; ma è lei che mi spinge la testa e mi costringe ad insistere sul clitoride; quel tipo di orgasmo le è sempre piaciuto molto.
La sento che si distende rilassata su di me, quasi a corpo morto, e capisco che ha bisogno di requie; la sposto delicatamente e la scavallo dal mio viso; immediatamente si precipita verso il membro per prenderlo in bocca; la fermo.
”Vuoi che ti esplodo in bocca?”
“Non mi dispiacerebbe; ma preferirei nell’ano o, meglio ancora, in vulva.”
“Allora non succhiarmelo ancora perché sono al limite estremo dell’eccitazione e, se mi titilli anche un niente, ti verso in gola un oceano di sperma.”
“Hai voglia del mio didietro?”
“Vale lo stesso discorso. Io, ora che ti ritrovo dopo tanta assenza, vorrei goderti in vulva, come è sacramentale; se vuoi lo sperma nell’intestino, fai tu.”
Si distende supina accanto a me e divarica le cosce.
“Fammi godere!”
“Mi pareva che avessi già goduto alquanto!”
“Alquanto non è la dose per un amore grande come il mio per te. Fammi urlare!”
Sono anni che il nostro rapporto incestuoso si alimenta di piccole gioie come è un grande orgasmo; so che posso procurarglielo e l’amo troppo per negarmi.
Le monto sopra, con il medio della destra cerco l’accesso alla vulva, poi prendo il sesso con tutta la mano, l’accosto e la penetro dolcemente; intanto, la bacio con amore, come so che la fa godere tanto; prima delicatamente sulla fronte, poi, seguendo le linee del profilo, gli occhi, le gote, le guance, il mento, la gola e poi di nuovo su, verso le labbra, dove appiccico le mie a stampo e mi faccio strada con la lingua.

