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COSE DI FAMIGLIA · Cap. 13 — Cose di famiglia 13 - Oriana 6 Dialogo fra sordi
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Cose di famiglia 13 - Oriana 6 Dialogo fra sordi

Dalla crisi nera alla rinascita il passo è breve, per fortuna

geniodirazza
1 anno fa · 7.082 parole · 31 min
226 letture

Tiro un sospiro di sollievo; anche mia sorella e mia nipote, che sono state in religioso silenzio fino a quel momento, sembrano respirare.

Chiedo a Roberta.

“Non credi che possiamo anche pensare a un albergo, ora?”

Per tutta risposta, dirotta la richiesta.

“Ragazze, volete che vi cerco un albergo o vi accontentate del mio accampamento?”

Risponde Patrizia.

“Qualunque cosa decidiate voi, io sto con Roberta fino alla morte.”

Oriana non riesce neppure a rendersi conto di quel che accade e accenna di si senza spiegare niente.

Roberta affronta allora il tema principale.

“Senti, grande organizzatore. Con questa storia, salta tutto, forse anche il progetto di mostra.”

“Perché?”

“Perché la Società sponsorizzava e senza i suoi soldi non c’è copertura.”

“Un momento; prima che subentrasse la Società, come si copriva la mostra?”

“Non ho idea e devo consultare il contratto iniziale.”

Lo prende e lo sfoglia attentamente.

“Ecco! C’è questa ditta di oggettistica che si era impegnata a coprire le spese, come ha già fatto e fa per tutto l’itinerario. Ma chi è il rappresentante di questa ditta?”

“E’ semplicemente il signore che ha fatto l’accredito sul mio conto, quello che mi ha sempre sostenuto e che ha messo su il più grande studio di design d’Italia in una cittadina di provincia come P…”

“Hai proprio tutte le fortune. Se accettano il rispetto della prima stesura, tutto torna alla normalità.”

Interviene Patrizia.

“Già!, ma così tradisci quello che avevi enunciato ieri, il connubio fra edilizia architettura e design.”

“Lo so; ma non sempre puoi avere quello che desideri e, se necessario, ti tocca accontentarti.”

“Non voglio essere assillante come sempre. Ma credo che quel Presidente che ha parlato rimarrebbe molto deluso se la mostra si svilisse. Non puoi chiedere se ha qualche soluzione?”

“Beh, la bambina non ha tutti i torti.”

Il termine bambina mi procura uno scapaccione da Patrizia, naturalmente.

Rivolto a Roberta, le suggerisco di telefonare a Clemente, registrando la telefonata nel caso, per chiedergli se rinnova l’impegno alle condizioni iniziali; sta per farlo quando il telefono l’anticipa e squilla.

Parla a lungo e gli occhi le si accendono di gioia a mano a mano che va avanti.

Alla fine, mi salta al collo.

“Me ne frego che sono in ufficio; devo baciarti.”

E lo fa con amore.

Oriana, su una sedia in angolo, china la testa e lascia scorrere due lacrimoni; cerco di farlo notare, in silenzio, a Patrizia che le va vicino, l’abbraccia stretta e le parla a lungo nell’orecchio.

“Cosa ti rende euforica?”

“Tu non hai capito niente, ma era proprio il Presidente di cui parlava Patrizia. Ha saputo della vicenda e si propongono per riportare la mostra al prestigio previsto. Si realizzerà la presentazione nei termini che tu hai suggerito, ma con un progetto dell’architetto più importante del territorio. I due insieme ad Hans, che si è buttato come un falco sulla notizia, domani mattina vengono con i disegni da presentare e vogliono parlare con te. Tu devi essere nato proprio sotto una bellissima stella!”

“No, era in una stalla!”

“Ma vaffan…!”

“Se ti va, più tardi perché no?”

“Lo metteremo all’ordine del giorno …”

“Davvero; adesso che si fa?”

“Si aspetta domani. Solo dopo il colloquio sapremo come muoverci.”

Chiedo del grande assente, il direttore; mi spiega che c’è nell’aria un cambio della guardia e che lui, saputo che stanno per metterlo a riposo per affidare a lei la direzione, se ne frega ormai di tutto e le lascia carta bianca.

“E poi sarei io, quello nato sotto buona stella? A te devo forse dire, all’italiana, che hai proprio un gran sedere … e per di più bellissimo, direi.”

Patrizia non si perde l’occasione per una battuta.

“Ci deve essere nell’aria una certa frenesia; non si parla che di fondoschiena. Preparate qualcosa?”

“Ti piacerebbe …”

“Oh, si, si che mi piacerebbe.”

All’ora di pranzo, Roberta chiude l’ufficio e andiamo a casa; lungo strada acquistano dei panini che consumiamo devotamente seduti al tavolino multiuso che c’è.

Patrizia rompe il silenzio.

“Senti, bancomat; io sono rimasta con quello che ho addosso ed anche mamma credo che almeno di un paio di mutande di ricambio abbia bisogno; puoi aiutarci ancora?”

Interviene Roberta.

“Qui vicino c’è un supermercato ben fornito, Si può fare un po’ di acquisti …”

Oriana se ne sta ancora in silenzio, Patrizia cerca di scuoterla a uscire con loro, ma lei non è in grado di agire.

“Le mie taglie le sai. Basta che compri il minimo per sopravvivere. Io vorrei riposare un poco.”

Le ragazze mi fanno segno che ci badi io e si preparano ad uscire.

“E con che cosa pagate?”

Roberta è spiazzata.

“Ah, già … “

Patrizia è più decisa.

“Col bancomat di zio bancomat.”

E allunga la mano; passo a Roberta la tessera e il foglio con i codici.

“Attenta a manibucate!”

Roberta ignora la frecciata e mi comunica.

“Non ho tempo per fare spese, rientrare e tornare in ufficio. Io poi vado direttamente a lavorare. Il bancomat te lo rendo stasera e, se mi salta il ghiribizzo, ti obbligo a farmi un regalo.”

Patrizia le fa eco.

“Vengo con te anche in ufficio, torniamo insieme stasera.”

“Se non ti fai il regalo, ti ripudio per sempre.”

E’ evidente l’intento di mia nipote di lasciarmi solo con la madre per darci la possibilità di parlare; anche Roberta l’ha capito e mi salutano per andare via.

Oriana, muovendosi come in trance, va verso il letto e si lascia cadere; accenna a sbottonare il vestito e mi guarda con aria implorante.

Mi avvicino e comincio a spogliarla con dolcezza, quasi fosse una bambina e per di più malata; a mano a mano che scopro il suo corpo, mi sorprendo ad osservare come sia comunque bello, forse un poco più maturo; lividi qua e là segnalano una notevole attività di sesso forse anche estremo e la cosa mi turba; poiché mi invita a sfilarle anche le mutande, scopro con orrore che il suo meraviglioso pelo ricciuto e nero è stato sacrificato ad una rasatura di moda; anche la vulva reca evidenti tracce di abusi lunghi e ripetuti così come il sedere che presenta una vasta coloritura marrone intorno all’ano, segno di una lunga assuefazione alla penetrazione anale.

Qualcosa mi si spezza dentro, come se all’improvviso mi trovassi di fronte al cadavere di una persona cara.

La guardo con il massimo distacco possibile e mi accorgo che è ormai una quarantenne al bordo di una crisi generale come certe tardone sull’orlo del disfacimento che popolavano le nottate di sesso e droga dove mi esibivo per sfinirle a furia di sesso in vagina, nel sedere, in bocca, in tutti i buchi possibili.

Il ricordo del mio mito infantile mi opprime; la memoria recente di un amore coltivato e coccolato mi fa tristezza.

Cerco di allontanarmi ma mi chiama a sé.

“Non scappare da me … per favore … non lasciarmi sola …”

Non so che fare; mi siedo sul letto accanto a lei.

“Non faresti un po’ d’amore con me?”

“No, Oriana, non posso.”

“Perché non puoi?”

Rispondo la prima cosa che mi viene in mente.

“Siamo a casa di Roberta, sul suo letto. Io voglio bene a Roberta, ci faccio l’amore, ci faccio tanto amore; non posso fare l’amore con te, a casa sua, nel suo stesso letto. Mi dispiace. Ti voglio sempre un bene infinito; ma non posso tradire la fiducia di Roberta.”

“Ma dai, da quando ti fai scrupoli ad amare una bella donna. O per caso non mi trovi più abbastanza bella?”

Mi ricordo di aver visto una scatola di preservativi; vado in bagno, ne prendo un paio e li infilo in tasca.

Tornato in camera, trovo Oriana scosciata in atteggiamento decisamente volgare, da prostituta per camionisti; mi fa male anche solo guardarla ma non ci vuole molto a capire che non intende discorsi che non siano di violenta oppressione.

Tiro fuori il peggio che in me rimane del bull di un tempo e adotto le tecniche più raffinate per farla godere.

Mi sdraio accanto a lei sul letto e la bacio dappertutto tranne che in bocca; ogni volta che accenna a spostare la mia bocca sulla sua, faccio in modo da spostarmi su un altro obiettivo; quando mi dedico ai capezzoli, capisco subito che è abituata a sentirseli mordere a sangue e lo stomaco mi si rivolta; non riesce ad arrivare all’orgasmo ed io non riesco nemmeno ad eccitarmi.

“Senti, Oriana, rinunciamo, ti prego. Vedi che né io né tu riusciamo a scaldarci abbastanza. Evidentemente non sono più all’altezza di una donna come te. Scusami.”

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